Scarica due tracce da Beat Konduct In Africa:
Madlib - The Frontline (Liberation)
Madlib - African Voodoo Queen (Drama)
Seguendo idealmente il filo rosso che aveva portato alla creazione di piccoli capisaldi del rare groove con Stevie (a sua eminenza Stevie Wonder) e Monk Hughes: A Tribute To Brother Weldon (per sua eccellenza Weldon Irvine), Madlib inaugura un’inedita sigla personale come The Last Electro-Acoustic Space Jazz & Percussion Ensemble pagando pegno ad alcuni degli artisti jazz che maggiormente hanno contribuito alla sua formazione artistica. E’ come aprire un enorme file dati pur di attingere alle fasi più calde del jazz creativo, facendo viaggiare corpo ed anima attraverso la spiritualità dei seventies e le innovazioni del post-bop.
Dopo il successo ottenuto con la compilation Psych Funk 101, la neonata World Psychedelic licenzia il suo secondo lavoro, assemblato con dovizia di particolari da Egon della Stones Throw e da un altro manipolo di accaniti collezionisti. Dimenticate i pur ottimi tributi al tropicalismo di Os Mutantes, Tom Zè e compagnia danzante, perchè Brasilian Guitar, Fuzz Bananas è affare per palati fini, una cosa da intenditori autentici insomma. Il fantomatico Joel Stones che si fa carico anche delle note introduttive al disco specifica che i nomi più celebri del movimento sono stati volutamente accantonati.
Cover e musiche ispirate dal padrino dell’Afro-Beat, un’antologia che tematicamente affronta uno dei momenti più alti della musica nera tutta. Approvata dagli stessi familiari di Fela Kuti, la raccolta include tracce rare o altrimenti inedite composte da artisti provenienti da Nigeria, Ghana, Colombia, Trinidad ed altri paesi del sud del mondo.
La collaborazione tra Madlib e Strong Arm Steady è frutto di un vero e proprio flusso di energia, dopo oltre sei mesi di certosino taglia e cuci Stoney Jackson è realtà, travolgente essenza hip hop moderna. Sulla stregua di progetti altrettanto definitivi come il Jaylib del 2003 (assieme al compianto J. Dilla) ed il Madvillain del 2004 (assieme a Doom), Stoney Jackson è in tutto e per tutto una produzione da ascriversi al genio di Madlib. Il produttore che ha confezionato 14 esclusivi beats per l’album, passa il testimone al fido collaboratore J. Rocc – uno dei dj più in vista al momento - che smista al centro per Krondon e Phil Da Agony, due mc già ascoltati in numerosi mixtape – proprio con la sigla di Strong Arm Steady – e cruciali nella riuscita di Liberation, collaborazione a quattro mani tra Talib Kweli e Madlib.
Viaggio intorno alla terra, non un romanzo di Jules Verne, nemmeno quel celebre esperimento consumato nei famosi 80 giorni. Mappe alla mano i Whitefield Brothers hanno puntato luoghi esatti, un’esplorazione che si fonda sul loro concetto di musica dal mondo. Earthology è sin dal titolo un lavoro ambizioso, costruito sulla fondamentale tradizione afro-americana. Dopo la recente ripubblicazione del debutto In The Raw, Now Again licenzia un lavoro che di per sé sarà pietra angolare di un genere ormai cosmopolita. Nelle pieghe della musica dei fratelli di Germania possiamo trovare gli esotismi della musica asiatica (i flauti ed i gong), gli xilofoni e gli strumenti a corda della tradizione africana e le percussioni tipiche dell’America Centrale. Di base c’è ovviamente una propedeutica guida funk, ed un formidabile gusto psichedelico. Ma spesso i capolavori non si completano in solitudine. Meglio rivolgersi alla famiglia, agli spiriti affini di casa Stones Throw ed in giro per il mondo a rapper e musicisti che della musica nera rappresentano oggi l’avanguardia assoluta. Da Brooklyn come dal vecchio continente arrivano i rinforzi ed Earthology si modella come un grande carnevale sonoro, in cui le voci di straordinari mc come Bajka (Joyful Exaltation), Percee P e Med (Reverse), Edan e Mr. Lif (The Gift), si danno appuntamento sullo stesso ring, Le fila dei ‘fratelli’ sono ovviamente aumentate dalla presenza di elementi di Antibalas, Dap-Kings, El Michels Affair e Quantic, per donare maggiore profondità a quello che è stato già definito il manifesto wolrd-psichedelico dei Whitefield Brothers. Visioni in 3-D per un nuovo tribale funk.
Quando i Baron Zen col loro ibrido di punk, disco, rock ed hip hop suonavano per lo più nelle college radio della Bay Area, nessuno avrebbe immaginato il successo che un giorno avrebbe abbracciato uno dei componenti del gruppo. Il giovanissimo Chris Manak - addetto alla programmazione sintetica ed alla drum machine, si dilettava coi compagni universitari a rivisitare numeri dei Joy Division – Walked In Line – e Katrina & The Waves – Walking On Sunshine – prima di spiccare il volo verso una fortunata carriera di discografico. Meglio noto col nome d’arte di Peanut Butter Wolf, sarà uno dei padri fondatori di Stones Throw, l’etichetta californiana che più di ogni altra ha saputo rinverdire i fasti dell’hip-hop americano, attraverso uno slancio futurista ed una ricerca negli ambienti limitrofi. Pagando pegno alle proprie origini musicali, Peanut Butter Wolf bussa direttamente alle porte dell’etichetta culto newyorkese Minimal Wave. Pescare nel torbido del post-punk internazionale, rivolgendosi direttamente alla fonte. Miracoli di synth-pop, stortissima wave e rock dal piglio danzereccio, in un’altra ipotesi scabrosa di suono anni ’80. Direttamente dai nastri originali e con un impeccabile lavoro di restauro, la prima compilation tematica dedicata all’etichetta è fuori. 14 episodi lungamente ricercati dai completisti del genere, con esponenti provenienti davvero da mezzo mondo. Dai leggendari spagnoli Esplendor Geometrico – pionieri del movimento electro-industrial – ai francesi Martin Dupont, passando per la sotterranea hit Who’s Really Listening firmata da Mark Lane (quasi antesignano del sound di Model 500). E’ tutto un fiorire di elementi sintetici, tipologie no wave ed ibridi tra dance e chitarre elettriche. Un pezzo dell’altra storia non più per pochi intimi.
Dopo la Turchia - il rock psichedelico dell’Anatolia rivisto e corretto, sminuzzato – condito attraverso spezie greche, italiane e libanesi - ed offerto attraverso un incessante martellare di breakbeat – Oh No visita virtualmente un'altra grande terra foriera di ispirate tradizioni musicali. Siamo in Etiopia per questo nuovo esperimento sul suono curato dal minore dei fratelli Jackson (l’altro è Madlib ovviamente). I dischi li fornisce un grande collezionista come Egon, che da sempre ha avuto le mani in pasta nelle più intime faccende della californiana Stones Throw. L’album sarà pubblicato nella versione integrale a novembre, contemporaneamente all’omonimo caffè Ethiopium, che l’etichetta di Los Angeles lancerà più per vezzo promozionale che non per finalità strettamente commerciali.
Come al solito è un florilegio di suoni ed idee geniali a trionfare sulla scena, la brillantezza di Oh No non è solo nella tecnica dell’assemblaggio, ma nel gusto in cui anche i più coraggiosi degli accostamenti sembrano trovare un senso compiuto, una logica di appartenenza. Tenendo conto di quegli strepitosi anni 60 e 70, la musica etiope viene saccheggiata nei suoi più eclettici momenti, con dosi importanti di funk, jazz, soul, psichedelia e folklore locale. Un disco prettamente strumentale, se si esclude qualche vezzo locale tagliato finemente per l’occasione, quasi come un campione impazzito od un’allucinogena ciliegina sulla torta.
E’ un disco che può rapire i più smaliziati ricercatori di incredibile strange music come i patiti del turntablism, ma in generale tutti coloro che adorando la musica del passato vogliono vederla trasposta – con piglio documentaristico - su una pellicola dei giorni nostri.
Iniziamo dal personaggio, un improbabile incrocio visivo tra Afrika Bambaata e Rick James. E’ il nuovo in casa Stones Throw, una figura ibrida tra produttore e dj, intrattenitore e mastermind. La musica dell’uomo è un bollente crogiuolo di hip-hop ed electro, un suono che mette in scena i balli sfrenati del rap, attraverso una cultura digitale stimolante. Potrebbero fioccare paragoni anche ingombranti, ma per instradarvi potremmo suggerire un approccio che sta tra Prince – quello di 1999 ad esempio – ed i Newcleus di Brooklyn, con il bene placido degli uomini-macchina di Dusseldorf. I contenuti dei brani di Dam-Funk - a detta dello stesso autore – si focalizzano sulle relazioni, buone e cattive, un sunto poi della vita che scorre quotidianamente.
La musica del nostro, ancora una volta secondo le sue stesse parole, è un funk di taglio melodico, rispettoso di mostri sacri che animavano il dancefloor tra il finire degli anni ’70 e l’inizio del decennio successivo. Si fanno i nomi di Loose Ends, Kashif, Mtume e degli Slave di Steve Arrington.
La solida cultura hip-hop di Dam-Funk, si basa infatti sulla conoscenza di classici latin funk e soul jazz. Palesando comunque un interesse scientifico per le nuove tecniche di registrazione, il taglio dei brani è addirittura chirurgico, l’assemblaggio spaventoso. Toeachizown – che in slang sta appunto per To Each Is Own (ad ognuno il suo) – è il disco definitivo dopo una serie di mix ad hoc per quello che è considerato a Los Angeles l’ambasciatore del boogie-funk.. The new jack is now!
Dam-Funk sarà presto in Italia per due show:
14/10/2009 - Roma - Circolo Degli Artisti
18/10/2009 - Torino - Flora
Nessun mistero che in casa di Egon girasse della musica brasiliana di nicchia. Del resto le avvisaglie di un'apertura al genere si erano rivelate nel fantastico nuovo album dei Savath & Savalas di Scott Herren, La Llama. Anche un altro habituè dei saloni Stones Throw conme Madlib aveva stretto alleanza con Jackson Conti dei mai troppo decantati jazz-fusionist sudamericani Azymuth, ulteriore suggerimento per chi ha sempre osservato l'evoluzione dell'etichetta californiana ben oltre gli steccati del moderno hip-hop.
Nemmeno il tempo di celebrare il suo debutto per Stones Throw con il singolo ‘Just Ain’t Gonna Work Out’ che Mayer Hawthorne torna a deliziarci con il suo suadente timbro in ‘Maybe So, Maybe No’, nuovo dodici pollici destinato ad aumentare vertiginosamente le quotazioni sul mercato di questo autore bianco, completamente immerso nella cultura di un’etichetta simbolo come Motown. Cantante e musicista a tutto tondo originario del Michigan, con il suo esordio Mayer ha conquistato i favori di dj e produttori di calibro internazionale quali Q-Tip, Mark Ronson, Gilles Peterson e Benji B. ‘Maybe So, Maybe No’ è ancora una volta una magnetica jam soul-funk, quasi una hit sommersa della Detroit anni ’60, con un beat tanto minimale quanto ammiccante. Non da meno la b-side “I Wish It Would Rain” (anch’essa nella doppia versione vocale/strumentale), che ci consegnano una futura stella del revival soul, prossimo al suo esordio sulla lunga distanza.
Re::Life e 24Carat, in collaborazione con Goodfellas, presentano:
Produttore e musicista instancabile Guillermo Scott Herren ha posto le basi per una delle più convincenti contaminazioni tra hip-hop ed elettronica degli ultimi anni, anticipando di gran lunga quanto oggi proposto da artisti vezzeggiatissimi come Flying Lotus, Nosaj Thing, Hudson Mohawke e Bullion
Quando Madlib ha fatto seguito all’epocale Donuts di J Dilla – un lavoro che ha introdotto nuovi standard non solo nel mondo dell’hip-hop, ma anche in quello della musica ritmica tutta – con un concept interamente strumentale, una nuova serie ha preso forma all’interno del già sfavillante catalogo della californiana Stones Throw.

