22/12/09

Le nostre classifiche di fine anno




ROBERTO
Mulatu Astatke / The Heliocentrics “Inspiration Information” 3 (Strut)
V/A “Hyerdub 5 Years: Low End Contagion” (Hyperdub)
Fuck Buttons “Tarot Sport” (ATP Recordings)
King Midas Sound “Waiting For You...” (Hyperdub)
Lee Fields & The Expressions “My World” (Truth & Soul)
Major Lazer “Guns Don't Kill People… Lazers Do” (Downtown)
Animal Collective “Merriweather Post Pavilion” (Domino)
Raekwon “Only Built 4 Cuban Linx... Pt.Ii” (Emi)
Naomi Shelton & The Gospel Queens “What Have You Done My Brother?” (Daptone Records)
Land Of Kush “Against The Day” (Constellation)


LUCA
Blues Control "Local Flavor" (Slumberland)
OM "God Is Good" (Drag City)
Sunn O))) "Monoliths & Dimension" (Southern Lord)
Six Organs Of Admittance "Luminous Night" (Drag City)
Helena Espvall/Masaki Batoh "Overloaded Ark" (Drag City)
Mulatu/Heliocentrics "Inspiration Information" (Strut)
Fire! "You Liked Me Five Minutes Ago" (Rune Grammofon)
Talibam! "Boogie In The Breeze Blocks" (ESP)
Moritz Von Oswald Trio "Vertical Ascent" (Honest Jons)
Broadcast/Focus Group "Investigate Witch Cults" (Warp)


JACOPO
Bowerbirds “Upper Air” (Dead Oceans)
Dent May “Godd Feeling Music..” (Paw Tracks)
Vic Chesnutt “At The Cut” (Constellation)
Morrissey “Year Of Refusal”(Polydor)
Hjaltalin “Sleepdrunk Season”(Kimi Records)
Tim Buckley “Live At The Folklore Center” (Tomkins Square)
Yonlu “Society In Whic No Tear…”(Luaka Bop)
Mayer Hawthorne “Strange Arrangement” (Stones Throw)
Nancy Elizabeth “Wrought Iron” (Leaf Label)
Mumford & Sons “Sigh No More” (Island)


ROSSANA
The XX “XX” (Young Turks)
The Pains Of Being Pure At Heart “The Pains Of Being Pure At Heart” (Fortuna Pop)
Barzin “Songs For An Absent Lover” (Monotreme)
Apse “Climb Up” (ATP Recordings)
Landy “Eros And Omissions” (apologymusic)
Jason Lytle “Yours Truly, The Commuter” (Anti)
Julie's Haircut “Our Secret Ceremony” (A Silent Place)
Pink Mountaintops “Outside Love” (Jagjaguwar)
The Dirty Projectors “Bitte Orca” (Domino)
Zu “Carboniferous” (Ipecac)

21/12/09

Strong Arm Steady - Stoney Jackson (Produced by Madlib)

La collaborazione tra Madlib e Strong Arm Steady è frutto di un vero e proprio flusso di energia, dopo oltre sei mesi di certosino taglia e cuci Stoney Jackson è realtà, travolgente essenza hip hop moderna. Sulla stregua di progetti altrettanto definitivi come il Jaylib del 2003 (assieme al compianto J. Dilla) ed il Madvillain del 2004 (assieme a Doom), Stoney Jackson è in tutto e per tutto una produzione da ascriversi al genio di Madlib. Il produttore che ha confezionato 14 esclusivi beats per l’album, passa il testimone al fido collaboratore J. Rocc – uno dei dj più in vista al momento - che smista al centro per Krondon e Phil Da Agony, due mc già ascoltati in numerosi mixtape – proprio con la sigla di Strong Arm Steady – e cruciali nella riuscita di Liberation, collaborazione a quattro mani tra Talib Kweli e Madlib.
Lo stesso Talib Kweli assieme a Guilty Simpson e ad un manipolo di altri talenti del rap made in Los Angeles, prestano carattere ed ugola a questo strabordante progetto. E’ il ritorno deciso di Madlib ad un sentire tipicamente hip-hop e sarà il preludio alla grande collaborazione – liberamente ispirata ad Oj Simpson – che il nostro sta mettendo in piedi con Guilty Simpson.
Considerando che Strong Arm Steady, attraverso canali totalmente indipendenti, ha complessivamente venduto 200 mila copie dei suoi precedenti mix-tapes, è lecito attendersi per queste 14 tracce un vero e proprio tripudio. Sas che vantano anche passate collaborazioni con Juvenile, Xzibit e Dilated Peoples, saranno presto in tour, con un’apparizione al Rock The Bells e date selezionate in compagnia di Talib Kweli. Soul 4 Real!

Scarica il singolo Best Of Times in MP3

19/12/09

Sambassadeur



Gothenburg, Svezia. Notoriamente il pop da quelle parti assume un sapore del tutto particolare, tanto da risultare esotico anche alle orecchie degli esigenti fruitori inglesi, che in materia non temono certo la concorrenza dei colleghi nordeuropei. Già a partire dal singolo apripista "Days," si intuisce quale sia la nuova direzione dei Sambassadeur: un suono che mette insieme gli impulsi della psichedelia più dreamy con i colori del più celestiale folk. Ne risulta un brano buono per tutte le stagioni, una tensione risolta in acquerelli dolci, una papabile hit da cameretta nel più rispettoso clima anni ’80. Una progressione imprevedibile, considerate le basi su cui il gruppo fondava la propria arte . Gli svedesi, ligi ai dettami del do it yourself pop, si formano nel 2003 con l’intenzione nemmeno troppo recondita di gareggiare con i maestri scandinavi Abba, svincolandosi ovviamente da quella purezza di suono e dai più esosi studi di registrazione. Attitudine fieramente underground. Pur avvalendosi della tradizione dell’homemade recording, i nostri riescono nell’impresa di fornire un piglio orchestrale a tutta la loro musica, grazie a sequenze ariose e ritornelli impeccabili. Una grandeur ottenuta con mezzi di fortuna. E’ nel 2007 che avviene la svolta, materializzatasi nell’incontro con il produttore Mattias Glava. Il secondo album "Migration" mette a fuoco le intuizioni del debutto, portando il gruppo ad esibirsi in mezza Europa (dalla Spagna alla Danimarca, passando per Inghilterra, Germania e Austria). Se tre è il numero perfetto, con "European" si compie il miracolo, un disco davvero estroverso, ispirato, quasi a rasentare la perfezione pop. Che si traduce in canzoni brevi ed impeccabili: i Sambassadeur sono così depositari di quella tradizione che dai sixties arriva ai più esaltanti momenti dell’underground britannico degli eighties. Ma sono il piglio, lo spleen ad essere diversi, qui c’è molta più coscienza e nessun tipo di rivalità coi colleghi d’oltremanica. Lavorare distanti dalle luci della ribalta, per perfezionare un concetto assoluto di canzone.

18/12/09

The Whitefield Brothers - Earthology

Viaggio intorno alla terra, non un romanzo di Jules Verne, nemmeno quel celebre esperimento consumato nei famosi 80 giorni. Mappe alla mano i Whitefield Brothers hanno puntato luoghi esatti, un’esplorazione che si fonda sul loro concetto di musica dal mondo. Earthology è sin dal titolo un lavoro ambizioso, costruito sulla fondamentale tradizione afro-americana. Dopo la recente ripubblicazione del debutto In The Raw, Now Again licenzia un lavoro che di per sé sarà pietra angolare di un genere ormai cosmopolita. Nelle pieghe della musica dei fratelli di Germania possiamo trovare gli esotismi della musica asiatica (i flauti ed i gong), gli xilofoni e gli strumenti a corda della tradizione africana e le percussioni tipiche dell’America Centrale. Di base c’è ovviamente una propedeutica guida funk, ed un formidabile gusto psichedelico. Ma spesso i capolavori non si completano in solitudine. Meglio rivolgersi alla famiglia, agli spiriti affini di casa Stones Throw ed in giro per il mondo a rapper e musicisti che della musica nera rappresentano oggi l’avanguardia assoluta. Da Brooklyn come dal vecchio continente arrivano i rinforzi ed Earthology si modella come un grande carnevale sonoro, in cui le voci di straordinari mc come Bajka (Joyful Exaltation), Percee P e Med (Reverse), Edan e Mr. Lif (The Gift), si danno appuntamento sullo stesso ring, Le fila dei ‘fratelli’ sono ovviamente aumentate dalla presenza di elementi di Antibalas, Dap-Kings, El Michels Affair e Quantic, per donare maggiore profondità a quello che è stato già definito il manifesto wolrd-psichedelico dei Whitefield Brothers. Visioni in 3-D per un nuovo tribale funk.

Scarica il singolo “The Gift” feat. Edan & Mr. Lif

Peanut Butter Wolf presents: The Minimal Wave Tapes, Vol. 1

Quando i Baron Zen col loro ibrido di punk, disco, rock ed hip hop suonavano per lo più nelle college radio della Bay Area, nessuno avrebbe immaginato il successo che un giorno avrebbe abbracciato uno dei componenti del gruppo. Il giovanissimo Chris Manak - addetto alla programmazione sintetica ed alla drum machine, si dilettava coi compagni universitari a rivisitare numeri dei Joy Division – Walked In Line – e Katrina & The Waves – Walking On Sunshine – prima di spiccare il volo verso una fortunata carriera di discografico. Meglio noto col nome d’arte di Peanut Butter Wolf, sarà uno dei padri fondatori di Stones Throw, l’etichetta californiana che più di ogni altra ha saputo rinverdire i fasti dell’hip-hop americano, attraverso uno slancio futurista ed una ricerca negli ambienti limitrofi. Pagando pegno alle proprie origini musicali, Peanut Butter Wolf bussa direttamente alle porte dell’etichetta culto newyorkese Minimal Wave. Pescare nel torbido del post-punk internazionale, rivolgendosi direttamente alla fonte. Miracoli di synth-pop, stortissima wave e rock dal piglio danzereccio, in un’altra ipotesi scabrosa di suono anni ’80. Direttamente dai nastri originali e con un impeccabile lavoro di restauro, la prima compilation tematica dedicata all’etichetta è fuori. 14 episodi lungamente ricercati dai completisti del genere, con esponenti provenienti davvero da mezzo mondo. Dai leggendari spagnoli Esplendor Geometrico – pionieri del movimento electro-industrial – ai francesi Martin Dupont, passando per la sotterranea hit Who’s Really Listening firmata da Mark Lane (quasi antesignano del sound di Model 500). E’ tutto un fiorire di elementi sintetici, tipologie no wave ed ibridi tra dance e chitarre elettriche. Un pezzo dell’altra storia non più per pochi intimi.

Scarica il Podcast di Minimal Wave da questo link

The Minimal Wave Tapes
Track List:
1. “Way Out Of Living” Linear Movement
2. “Flying Turns” Crash Course In Science
3. “Radiance” Oppenheimer Analysis
4. “Who's Really Listening” Mark Lane
5. “Tempusfugit” Tara Cross
6. “Blurred” Turquoise Days
7. “Mickey, Please...” Bene Gesserit
8. “Moscú Está Helado” Esplendor Geometrico
9. “Reassurance Ritual” Das Ding
10. “Just Because” Martin Dupont
11. “Game & Performance” Deux
12. “Things I Was Due To Forget” Somnambulist
13. “My Time” Ohama
14. “The Cabinet” Das Kabinette

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra Band "Kollaps Tradixionales"



Immergersi in un disco del collettivo canadese è di consueto un rituale, un fuga spontanea da quella realtà frenetica che spesso condiziona la nostra quotidianità, Proprio nelle corde di Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra (o più comodamente SMZ) c'è un saggio di quella che potremmo definire una nuova attitudine naturalista. La band del chitarrista Efrin Menuck è una delle figure più in vista di tutta la scena di Montreal già ai tempi di Godspeed You Black Emperor è sia nei contenuti che nell'atteggiamento fa riferimento ad un preciso programma socio-politico, mai smentito, mai messo in discussione. "Kollaps Tradixionales "è l'album numero sei, il primo dopo il rivoluzionario cambio di formazione avvenuto nell'estate del 2008. Nel frattempo tre elementi hanno abbandonato la formazione ed un nuovo batterista - David Payant - è stato reclutato. SMZ è ora un quintetto, stringato rispetto al recente passato, essenziale nelle sue scelte, comunque in bilico tra le dinamiche del rock d'avanguardia e certa musica cameristica. Ovviamente le orchestrazioni moderne sono presenti in miniatura, al fianco di quella matrice punk e di quell'indolente mistura di psichedelia blues di cui è pregna la loro musica. Il gusto anthemico delle loro composizioni è un elemento indiscutibile ed attraversa la spina dorsale di brani come "There Is A Light" e "Piphany Rambler", indolenti marce sulla disperata terra occidentale. Efrin è un talento non solo dal punto di vista compositivo, la sua poetica amara ha da sempre alimentato i testi del gruppo, vere e proprie disamine sociali, che alla storia guardano sempre con reverenza. Efrim è anche l'unico chitarrista della band, oggi affiancato dai violini di Sophie Trudeau e Jessica Moss, che congelano la modernità rock di "Kollaps Tradixionales" in congetture neo-classiche. Poi il contrabbasso ancora di Thierry Amar che unitamente alla batteria di Payant costituisce un'emblematica sezione ritmica, che pur incorporando le informazioni della scuola jazz ed improvvisativa, prepara un tappeto armonico sostanziale per le evoluzioni della sei corde e dei violini stessi. La cura estrema della Constellation per il packaging ci regala ancora un lavoro impeccabile. "Kollaps Tradixionales" sarà infatti disponibile in ben tre versioni: un cd nella classica confezione apribile cartonata, un cd deluxe limitato a 2500 esemplari, in cui al classico artwork si aggiunge un piccolo libro artistico ed un poster e - dulcis in fundo - il vinile, questa volta un doppio dieci pollici 180 grammi, albergato nella classica lussuosa confezione in cartone riciclato ed un esclusivo libro di 16 pagine di immagini e collage fotografici messo in piedi da Efrim con il videomaker Jem Cohen. Una copia dello stesso cd sarà disponibile nella prima tiratura del disco, 2500 esemplari che, non dubitiamo, andranno letteralmente a ruba.







Priestess


Solo un ascoltatore superficiale potrebbe accostare la musica dei Priestess alla New Wave Of British Of Heavy Metal, magari ingannato da un nome che per attinenza ricorda quello degli autori di British Steel e Unleashed In The East (i Judas Priest del motociclista borchiato Rob Halford per l’appunto). In realtà il gruppo canadese – un quartetto con natali in quel di Montreal, Canada francofono – è attivo dal 2003 e si è già guadagnato uno sterminato seguito tra i kids di mezza America. L’Europa è la nuova frontiera per questi lungocriniti musicisti, che tra smanie progressive, rimandi al Bay Area thrash ed un approccio decisamente trasversale al metallo degli eighties, vogliono guadagnarsi un posto di tutto rispetto nelle gerarchie di questo genere. Dicevamo, la classicità di un genere è demolita attraverso arrangiamenti visibilmente più moderni, tanto da ricordare le progressioni armoniche di certi Mars Volta od il muro chitarristico dei bistrattati Fucking Champs. Heavy-metal decontestualizzato, ma non troppo. Nel 2004 i nostri debuttano per Indica e realizzano uno dei capisaldi dell’hard-moderno canadese del decennio, il programmatico Hello Master. L’approccio del gruppo non è per nulla schematico e come nel caso dei favolosi Mastodon, anche una major s’interessa al caso di questa combriccola underground. La RCA infatti ristampa il loro debutto, lanciandoli con una sfrenata campagna promozionale nell’universo dei maestri del genere. Suonano con Black Label Society, Converge, Motorhead ed i teatrali Gwar. Il gruppo del resto si trova a suo completo agio con qualsiasi artista dell’emisfero rock, fossero gli Iron Maiden piuttosto che i Dinosaur Jr. Nel 2007 il profilo del gruppo cresce in maniera esponenziale, dopo il tour inglese di supporto ai Megadeth di Dave Mustaine ed il singolo Lay Down – che compare addirittura nel videogame Guitar Hero III, Legends of Rock – il gruppo ha stampa e sostenitori ai suoi piedi. Sotto l’egida del produttore David Schiffman (System of a Down, Mars Volta, Nine Inch Nails) il gruppo muove alla volta di Los Angeles, per registrare Prior to the Fire, circostanza che li vedrà impegnati per una buona porzione dell’anno 2008. Il suono – densamente popolato da figure heavy – è così brillante da lasciare senza fiato, un disco di metallo pe(n)sante licenziato dalla sempre più infallibile Tee Pee. A febbraio il mondo dovrà necessariamente confrontarsi con un’altra proverbiale forza d’urto. E’ nelle scritture.

17/12/09

The Hot Rats in nuovo progetto di Gaz Coombes e Danny Goffey dei Supergrass



Fate mente locale, qual’ era il gruppo più spensierato e francamente meno spocchioso di tutta l’epopea Brit-pop? Un suggerimento: uno dei loro album più celebri titolava "I Should Coco". Ci siete? I Supergrass, temperamento ovviamente inglese, hooligans sui generis, parteggiavano per i sixties più elettrici e scrivevano canzoni dall’incedere quasi proto garage (o punk se preferite). Gli Hot Rats – che evidentemente non hanno nemmeno un punto di contatto con il signor Zappa – sono alla resa dei conti un’appendice di quella esperienza, data la presenza di Gaz Coombes e Danny Goffey, che dei Supergrass erano braccio e mente. Un altro power-trio all’orizzonte, un progetto per certi versi ambizioso, curato con dovizia di particolari assieme al terzo ‘incomodo’ Nigel Godrich, un produttore di quelli che non passano certo inosservati, avendo in carnet collaborazioni con pesi massimi quali Paul McCartney e Radiohead. "Turn Ons" è l’album di cover che avete sempre desiderato ascoltare e mai avete osato chiedere. Detta così sembra uno spot di quelli ruffiani, tagliati su misura per il piccolo schermo, ma una scaletta così sensibile al fascino dei sixties, della wave e del post-punk è difficile da rastrellare. Con tale naturalezza. E c’è ovviamente anche del rap, come quello che si usava produrre nella seconda metà degli anni ’80, chiedere al barbuto Rick Rubin per ogni accessoria delucidazione. The Hot Rats prendono questa scampagnata in studio come un grande momento di confronto e liberazione, mettendo davanti le possibili musiche che li hanno formati, confrontandosi con brani che hanno fatto letteralmente la storia del rock e del pop. Sono però le interpretazioni, sempre scoppiettanti - alle volte talmente originali da far pensare a composizioni proprie – a fare di questo disco un prodotto di per sé eccellente. I professionisti non vanno certo allo sbaraglio come in un party post-adolescenziali. Gioca con i fanti, ma lascia stare i santi…ecco riavvolgete il nastro, perchè gli Hot Rats coi padri putative ci giocano, eccome…

Rullo di tamburi - la scaletta:

"I Can’t Stand It" Velvet Underground
"Big Sky" Kinks
"Crystal Ship" The Doors
"(You Gotta) Fight For Your Right (To Party!)" Beastie Boys
"Damaged Goods" Gang Of Four
"Love Is The Drug" Roxy Music
"Bike" Syd Barrett
"Pump It Up" Elvis Costello
"The Lovecats" The Cure
"Queen Bitch" David Bowie
"EMI" Sex Pistols
"Up The Junction" Squeeze

16/12/09

Dag för Dag


Avete mai provato a suonare un disco della Factory in down psichedelico? Quella sensazione fuorviante, quasi un’ebbrezza indotta, potrebbe essere pari all’esperimento condotto da Dag för Dag, spiriti erranti che oltre a condividere la stessa terra d’origine – andrebbe usato il plurale dato che gli States e la Svezia sono i loro luoghi natali – condividono una stretta parentela, essendo all’anagrafe fratello e sorella. Sarah e Jacob tenendo a cuore le parole della propria madre - “Dive right in!” , per l’appunto un invito a lanciarsi, anche artisticamente – incorniciano un pop abissale, che negli umori del post-punk inglese e della cultura lisergica trova la sua ideale congiuntura. Armatisi di chitarre, bassi, organo ed usufruendo di alcuni batteristi temporaneamente in prestito, i nostri concepiscono in quel di Stoccolma un diabolico gioiello indie, quasi un metaforico canto delle sirene, un apocalisse interiore, placido. Espressamente accostati ad una più celestiale versione dei Joy Division, paragonati vocalmente a due icone come Kate Bush e Jim Morrison, i Dag för Dag conservano un sentimento macabro per il pop, in torch songs che si accendono improvvisamente d’elettricità, una cavalcata fantasma nel mare del dubbio, con passo felpato e maniere antiquate. In appena due anni di attività hanno diviso il palco con Wolf Parade, Lykke Li, Shout Out Louds, Handsome Furs, The Faint e The Kills. Il loro album – proprio per non smentire la duplice origine del gruppo – è stato concepito in parte negli States (5 brani sono stati prodotti da un cantautore off come Richard Swift) e in parte in Scandinavia, nella loro base operativa svedese col produttore Johannes Berglund, che ha offerto un tocco di magia ai restanti 7 pezzi. "Boo" è il prodotto di questa felice joint-venture artistica, un disco che culmina in una performance quasi stratosferica, nel suo intimo fuoco. E’ l’eco di quegli edonisti anni ’80, attutita da un docile pensiero flower-power. Un’opera prima da quadro onirico, una traccia impertinente per l’anno che verrà.


01/12/09

Premi e record per "Let Me Be" dei Waines



MUSICA: VIDEO "LET ME BE"IL PIU' VISTO DELLA SETTIMANA SU REPUBBLICA.TV
ROMA (ITALPRESS) - "Let me be", videoclip realizzato da Corrado Fortuna per il gruppo emergente dei Waines, dopo solo un giorno e' il video piu' visto della settimana sul sito di Repubblica.tv. In poco piu' di 24 ore dalla consegna al Meeting degli Indipendenti del Premio Miglior Videoclip per la miglior Regia a Corrado Fortuna, il video ha totalizzato 150.000 contatti unici sulla sezione video del sito di Repubblica. un trio di musicisti di garage blues, i Waines, gruppo emergente palermitano, e un paio di dozzine di noti attori italiani, tutti su un letto a sudare, davanti ad una telecamera che scruta in maniera indiscreta le azioni e le smorfie di chi spara al massimo volume il proprio brano preferito del momento (Let Me Be) e si fa prendere totalmente dalla catarsi benefica della musica, lasciandosi andare ad un momento di autoerotismo. "Sono molto contento del successo che sta avendo il video di Let Me Be: quando abbiamo presentato il video per la prima volta in molti avevano storto il naso, il sesso viene accettato solo in maniera volgare, ammicante e provocatoria. Quando viene rappresentato come nel video dei Waines e' talmente "vero" da risultare perfino piu' scabroso" - commenta Corrado Fortuna, attore tra i migliori interpreti del nuovo cinema italiano, che si e' cimentato con la regia in questo video. "Basti pensare che alcune tv musicali che ancora non trasmettono il video per censura. Ringrazio il PIVI per aver premiato il nostro impegno, non mi aspettavo un simile tam tam nelle ultime 24 ore". "Abbiamo sposato subito l'idea, che abbiamo trovato divertente ed ironica, e molto in linea con una certa dimensione "orgasmica" dei nostri concerti" rispondono all'unisono i Waines, ovvero Roberto Cammarata, Ferdinando Piccoli e Fabio Rizzo, gruppo emergente palermitano "Probabilmente e' stato proprio il fatto di aver assistito ai nostri live ad aver dato l'idea a Corrado di legare "Let Me Be" ad un tipo di video che forse gli girava in testa da un po'...". (ITALPRESS).

MV & EE


Non serve molto in quella vecchia mansione in una provincia americana abbandonata da Dio. Li chiamano moderni primitivi, in realtà è gente che ha raggiunto la pace dei sensi. Loro sono dei veterani di quello che banalmente viene identificato come free-folk. In realtà sono i figli lunatici di Neil Young, i nipoti confusi di John Fahey, i parenti più consapevoli di Jerry Garcia. Matt “MV” Valentine ed Erika “EE” Elder danno un seguito al disco del 2008 "Drone Trailer", tornando alla Ecstatic Peace del santone Thurston Moore, con un album meravigliosamente sospeso tra lisergica elettricità e soave irriverenza acustica. Si chiama "Bar Nova" ed è forse la loro più lucida avventura nel reame della psichedelica asciutta. Sembra quell’American Beauty di matrice californiana o pure quel west coast sound inevitabilmente contaminato dalle scorie del progresso (in)civile. Un’idea di bellezza assalita dai mostri urbani, ma che rimane ancora autentica, innovativa nel suo scivolare nella memoria più antica. Questo è forse il loro disco più compiuto, che tra l’altro potrebbe assomigliare ad una più consistente versione dei tardi Royal Trux, in un malaticcio gioco di schermaglie pop. Il duo è raggiunto per "Bar Nova" da Doc Dunn e Mike Smith (rispettivamente Rickenbacker 4001 e voce), da Jeremy Earl dei favolosi Woods (voce e batteria) e dal grande vecchio J Mascis (batteria, chitarra), che spesso si è anche unito dal vivo a MV & EE. Un disco senza tempo e proprio per questa ragione da iscriversi nella lista dei classici istantanei della stagione. Non una dichiarazione d’indipendenza, nemmeno la pretesa di rinnovare le viziose abitudini di ciò che un tempo si intendeva come rock, solo un onesto e bellamente visionario percorso a ritroso, un chiudere gli occhi per un’ennesima esperienza sensitiva. Bello sciogliersi nell’acido della più rurale pop music.

Kathryn Williams



Le nuove scelte artistiche di One Little Indian sembrano sempre più orientarsi verso una forma canzone levigata, soave, che a fianco al pop introduce elementi addirittura classico-contemporanei. La nuova scommessa ha il volto ed il nome di Kathryn Williams che esordisce il 22 febbraio 2010 con "The Quickening", mettendo in fila un programma di canzoni dal tocco quasi medievale. Si parla di folk rivisitato, legato alla grande epopea dei seventies eppure saldamente piantato nella modernità. Da qui il candore, l’originalità della scrittura della Williams, che pur rispettando i padri spirituali (per certi versi è inevitabile che la memoria sfiori Sandy Denny, Richard Thompson e Bert Jansch) vuole appropriarsi anche di un più fluido linguaggio cantautorale. Ballate in punta di piedi e torch songs candide, supportate da una strumentazione perlopiù acustica e da arrangiamenti gentili, dove anche un vibrafono ed un glockenspiel occupano uno spazio onirico. Docile poi il timbro della Williams, che ha registrato con Bryn Derwen in uno studio del North Wales, in soli quattro giorni e puntando tutto sull’effetto live. E’ già finita sotto l’ala protettrice del magazine Mojo, un buon viatico al mercato inglese, in primis. Dal contratto con One Little Indian scaturiranno anche interessanti progetti, come un disco destinato esclusivamente ad un pubblico di bambini e realizzato dalla stessa Kathryn pochissimi anni addietro. Da Newcastle la musica di "The Quickening "soffia come una leggera brezza e della Williams riconoscerete immediatamente il timbro, una giovane tradizionalista che presto catturerà anche le attenzioni dei nostalgici del new acoustic movement (Kings Of Convenience) e del brumoso pop scozzese (Belle & Sebastian docet). Musica in cui affondare soavemente nell’imminente inverno.

Nurse With Wound



Seguendo una strategia di mercato del tutto particolare, che in qualche maniera si allinea alle politiche del rock in opposition (si pensi ai benemeriti teutonici Faust) ed al reale sentimento do it yourself degli immensi Crass, i Nurse With Wound di Steven Stapleton propongono un’antologia memorabile, non fosse altro per il numero di pezzi scelti con certosino giudizio nella loro enorme discografia (ben 79!) ed il prezzo - davvero simbolico – con cui uscirà nei negozi di dischi. E’ un opportunità per riaffermare il verbo di questi bruti del collage musicale per riportare prepotentemente la musica che conta nei punti vendita specializzati, contrariamente a quello che è il trend del mercato, sempre più orientato allo sfrenato downloading ed all’acquisto on-line. Scelta politica innanzitutto, per preservare un grande patrimonio artistico. La band di Stapleton ha fatto a pezzi le istanze della musica industriale, incorporando progressivamente le innumerevoli passioni del suo leader. Una volta gemellati con i Current 93 di David Tibet (con i quali condividono ancora un forte sentimento etico), i Nurse With Wound si sono presto affrancati da tutto e tutti. Hanno portato alle estreme conseguenze gli effetti devastanti del cut-up sonoro, andando a disseppellire cadaveri illustri (rimarrà ancora vademecum fondamentale la lista di gruppi ‘base’ inclusa nel loro primo Lp), facendo spesso e volentieri il verso a personalità quasi intoccabili della musica vintage. In particolare Stapleton è ossessionato da Perez Prado, uomo e artista di cui colleziona maniacalmente le opere, e al quale ha anche dedicato un album tributo quanto meno sopra le righe. La paranoia passa dunque in alta fedeltà, con questa ironica ed orrorifica colonna sonora che è un focus sulla quasi trentennale attività del collettivo. Qui si scandaglia tra le bestie rare del Regno Unito, tra i signori del white noise divenuti poi sprezzanti ambasciatori della conoscenza. Senza mai darsi troppe arie. Un atto dimostrativo, fomentato dall’incurabile passione dadaista, una raccolta delle musiche impossibili del nostro tempo. Ma anche uno schiaffo morale a chi crede che l’industria de disco sia irreparabilmente in mano alle grandi corporazioni. Cattivi maestri ora e sempre!

30/11/09

Nuovo ambizioso lavoro per Josephine Foster


Folk primitivo, astruse fiabe musicate per infanti, addirittura letteratura tedesca. Quanti elementi convergono nella musica di Josephine Foster, un’artista cui l’etichetta di cantautrice va davvero stretta. Artista a tutto tondo, poetessa e compositrice, questo per avere una visione a 360 gradi di ciò che la nostra può sinceramente affrontare. Fresca di una partnership con Fire Records, che ha da poco immesso sul mercato "Graphic As A Star," la Foster si confronta stavolta con i poemi di un cruciale autore americano del 19simo secolo come Emily Dickinson. Le lievi melodie di Josephine sorreggono i testi di Dickinson, in fulminee interpretazioni acustiche. Sono brevi incantati viaggi che nel loro immaginario contemplano i massicci montuosi del Massachusetts ed un eroe popolare come William Tell. La Foster nasce e si forma musicalmente in Colorado e artisticamente il suo bagaglio è arricchito da molteplici ascolti, che spingono ben oltre la cultura della pop music e del folk. La sua voce, squillante, rimane un caso unico nel panorama contemporaneo. Paragoni sono stati tracciati con una grande eroina del passato come Shirley Collins ed un inarrivabile Tiny Tim, ma l’originalità della nostra rimane il suo punto di forza. La Foster che si dice affascinata in egual misura dal Tin Pan Alley, dal rock and roll, dal west coast folk e dalla musica classica, riesce a far convivere cotanti elementi all’interno di un’armoniosa scrittura, che è già personalissimo biglietto da visita.

Joe Gideon & The Shark




Mio padre mi ha detto che la terra è piatta… ok, qui facciamo seriamente fatica a comprendere chi è il vero slacker tra padre e figlio, chi insomma abbia l’atteggiamento più indisponente. Se Joe Gideon & The Shark – che arrivano dalla swingin’ London con un bel carico di indolenza – si affrettano poi a specificare che la vita sugli altri pianeti è complicata… bè, siamo proprio a cavallo. Del resto il rock’n’roll non è mai stata questione per fini intellettuali, e se c’erano si nascondevano. Non si tratta di una vera e propria band ma di una coppia, non di fatto: Joe Gideon è il fratello maggiore e si occupa degli strumenti a corda elettrificati e non (chitarra e basso) mentre la giovane Viva (o meglio The Shark) fornisce il necessario collante ritmico con una scarna batteria che sa tanto di blues roots. I luoghi comuni del rock’n’roll vengono inseminati, qui lo stomp è deciso, roba da Memphis sotto acido. Insomma c’è quel tipo di soul spinto, quella vena da crooner, che tanto bene sposa il genuino rimestare dalle parti del garage sixties e - soprattutto – in zona musica del diavolo. Amici per la pelle con Archie Bronson Oufit, Joe Gideon e sorella non sono peraltro nuovi alle pratiche della musica indipendente. Prima che una vena di gran lunga più spartana prendesse il sopravvento, i due si misero in luce col progetto Bikini Atoll, prodotto dall’onnipresente Steve Albini e pubblicato da Bella Union. Un rock’n’roll che spesso sa divenire intimo, confidenziale, tanto da sciogliere qualsiasi dubbio sulla portata del duo, versatile, aggressivo, disobbediente quanto basta, ma anche sottile. Il fatto stesso che tra i loro numerosi show si possano contare apparizioni al fianco di Nick Cave and the Bad Seeds, Seasick Steve, Yeah Yeah Yeahs, The Duke Spirit, Scout Niblett e Sons and Daughters, la dice lunga. Amati insomma e non certo da un manipolo di sconosciuti. Se un torrido scenario come all’inizio di Daunbailò è quello che cercavate, Harum Scarum è proprio la colonna sonora ideale.


“An inspired band with fire at their finger tips. Astonishing” – NME 8/10

“It’s bold, it’s bluesy, it’s drenched in reverb, and it’s brilliant” – The Sun ****1/2

“To be funny and moving at the same time is one thing. Their combination of true grit and grace is rarer still” – 6/6 album review, Time Out (London)

“Sounds like the White Stripes on paper, but is a lot, lot better” – Rob Da Bank, BBC Radio 1

“Breathing new life into the increasingly familiar boy-girl rock duo format, recently drawn into disrepute by The Ting Tings. Let's hope the mainstream takes the bait” – The Quietus

“A brilliant brother and sister duo that specialise in raw blues and righteous rock’n’roll” – Diva

“A terrific debut. Visceral and darkly driving nu-blues with compelling stories” – Uncut

“A wickedly original band” – The Stool Pigeon

“Check them out – they’re great” – MOJO

“Clever, quirky and charming rants and rave-ups from a brother-sister act, my neighbors in Queen's Park and my choice to open for us on our recent 2008 UK tour” – Jim Sclavunos (of Nick Cave & The Bad Seeds) on his tip for 2009, Clash Magazine

“Dirty rock 'n' roll, done correctly” – Artrocker

“Fiercely original stuff” – Maxim

“In no other way can I stress how much of an absolutely essential addition to your record collection this will make, procure at all costs” – MusicNews.com

"One of the best live acts we've seen all year” – Time Out

“Stunted rock n roll with a Birthday Party sense of tribal rhythms whilst those discordant guitars scuff away at the melee underneath-darkly brilliant stuff…” – Subba Cultcha

“The debut album’s out early next year, make a note in your diary and go and buy it. Simple” – City Life Magazine

4 STARS – Q Magazine
4 STARS – Uncut

Finalmente ristampato il favoloso album di debutto delle Raincoats


Fairytale in the Supermarket

The Raincoats | Video musicali MySpace



Chiunque abbia avuto un’illuminazione durante la stagione delle riot grrrls, non può certo prescindere da chi – in sordina – aveva iniziato tutto il movimento. Ad ascoltarlo ora - il debutto omonimo delle Raincoats – sappiamo esattamente a chi restituire crediti e la palma di cosiddette antesignane. Fuori catalogo da diversi anni il primo album del gruppo inglese viene ristampato sia in cd che in vinile, per We ThRee, marchio inaugurato dalle stesse Raincoats. Un disco omonimo che è stato una via romantica e più casalinga alle invettive del punk inglese, un album che ha lasciato un segno importante, spostando avanti le lancette di un suono, grazie ad un rinnovamento intrinseco. Fedeli comunque all’estetica del do it yourself, con una forte iniezione di sixties sound ed arrembanti motivetti folk rumorosi le ragazze presero tutti alla sprovvista nel 1979, con un disco che presto diverrà pietra miliare del post-punk e delle new wave. Usciva per un’influentissima Rough Trade e veniva prodotto da due mamma santissima come Geoff Travis e Mayo Thompson dei Red Krayola, all’epoca consulente artistico della label londinese. Negli ultimi 10 anni il disco è stato oggetto di culto, tanto che l’ultima ristampa in digitale – sponsorizzata da Geffen con tanto di liner notes di buon’anima Kurt Cobain – era già finita nel dimenticatoio. Ana da Silva, Gina Birch, Palmolive e Vicky Aspinall non hanno fatto altro che anticipare il movimento riot tutto, pur avendo sempre prediletto un approccio trasversale alla materia lirica. Dopo 30 anni il loro debutto omonimo mantiene inalterate le sue caratteristiche, gioiosa rappresentanza di una grande epoca di passaggio, celebrata anche attraverso una serie di date che ne ufficializzano la ricostituzione.

"I really don’t know much about The Raincoats except that they recorded some music that has affected me so much that whenever I hear it I’m reminded of a particular time in my life when I was (shall we say) extremely unhappy, lonely and bored. If it weren’t for the luxury of putting on that scratchy copy of The Raincoats first record, I would have had very few moments of peace” (Kurt Cobain)





24/11/09

Thao



Avvistata ed ascoltata di recente con Portland Cello Project – la brillante escursione di Kill Rock Stars nel mondo della musica da camera - la vocalist di origini orientali Thao si riaffaccia sul mercato indipendente, ancora una volta accompagnata dai fidi Get Down Stay Down. Insieme formano un terzetto che ha davvero poco da invidiare ai pesi massimi dell’indie-pop internazionale. Con il secondo album "Know Better Learn Faster" Thao si scrolla definitivamente di dosso il paragone ingombrante con l’istrionica Cat Power, per approdare ad una scrittura estremamente solare che punta sulla tradizione folk. Le canzoni sono di rado screziate da un filo di elettricità, dato che l’album mantiene la costante della forma acustica. Testate anche on the road – il gruppo adora viaggiare nel proprio furgoncino, avanzando in questo pochissime pretese – le nuove canzoni funzionano che è una meraviglia, quadretti di un America di provincia, riscoperta attraverso gesti quotidiani. Come del resto può essere un’esperienza quotidiana condividere il proprio spazio in cantina. C’è una grande umanità in queste canzoni, Thao e soci ci dilettano anche con alcuni racconti di strada, quando ad esempio di fronte ad un lago gareggiano a chi scaglia la pietra il più lontano possibile. C’è anche un’attitudine che sprona alla ricerca comunque, Willis ad esempio ama autocostruirsi strumenti ritmici, piccoli amenniccoli che hanno la funzione di sottolineare ancora più abilmente l’attitudine del gruppo, improntatata alla genuina scoperta, mentre Adams è l’addetto alla cucina, soprattutto quando la band si trova a toccare le più sperdute lande statunitensi. Tre bravi ragazzi, che presto potrebbero entrare di prepotenza nei vostri cuori.


17/11/09

Edan - Echo Party


Per dirvi della grandezza di Edan partiamo dai suoi live, un luogo dove - notoriamente- non tutte le stelle dell'hip-hop brillano. Bostoniano di adozione , bianco, il nostro oltre a mandare a memoria pagine e pagine del miglior rock americano, attraverso la nobile arte del campionamento, si immerge in quella che è la cultura black, di cui raccoglie l'eredità stradaiola ma anche quella più solful.Il suo secondo album del 2005 - Beauty and the Beat, licenziato da Lewis Recordings - ebbe la stessa forza d'urto dei dischi prodotti nella Bay Area da Dj Shadow e accoliti, tale l'abilità nel sampling e nel ricavare da piccole porzioni di dischi autentici brani. Non è ancora giunto il momento del terzo album - che effettivamente potrebbe lasciare un solco ancora più deciso sulle sorti dei ritmi contemporanei - ma l'intrattenimento è garantito con questo originale mixtape commissionato da Traffic Ent. al nostro uomo.Originale, sottolineiamo, perchè non si tratta di un metodico - e tecnicamente ineccepibile - lavoro di cut'n'paste, bensì di un disco che ha una propria anima. Gli interventi live di Edan sono infatti determinanti, dalla chitarra acustica al glockenspiel, passando per il sintetizzatore, le percussioni e chissà cos'altro...Tutti segni evidenti di una capacità di scrittura fuori dal comune, per un intrattenitore a 360 gradi, che invitereste più che volentieri al vostro party ufficiale. Echo Party è un disco che funziona su pù˘ livelli, non solo old school hip-hop, ma appunto una presenza costante del groove, che mette in scena anche i beat forsennati del white funk newyorkese come una capacità di trascendere i luoghi comuni del genere. Ascoltandolo scoprirete che l'orizzonte di Edan si ricollega idealmente a quello dell'Incredible Bongo Band, della Sugarhill Gang, di Grandmaster Flash e di quel catalogo 99 Records (ESG e Liquid Liquid) che tanto ha regalato al rock alternativo dei primi '80. Più che un dessert un banchetto nuziale!

16/11/09

Guano Padano




Guano Padano è la formazione assemblata da Alessandro ‘Asso’ Stefana in combutta con Zeno De Rossi. Rispettivamente chitarra e batteria, i due si incontrano alla ‘corte’ di Vinicio Capossela, pur vantando numerose – strepitose – collaborazioni alle spalle. Stefana – che già aveva licenziato un disco per Important in cui apparve sua eminenza Marc Ribot – ha preso parte al progetto Mondo Cane di Mike Patton, una delle vie più originali alla canzone d’autore italiana. De Rossi dal canto suo è parte del collettivo El Gallo Rojo, che annovera alcuni tra i più rispettati e ricercati musicisti di area jazz. Il disco omonimo è una sorta di caleidoscopio, in cui sembrano convenire le numerose influenze degli autori, che con estrema nonchalance passano dal tex mex al blues, dall’estrosa verve di Captain Beefheart alle colonne sonore d’antan. Non a caso gli ospiti sono di portata internazionale e legati proprio a quell’immaginario: Alessandro Alessandroni è l’uomo del celebre ‘fischio’ morriconiano, mentre il chitarrista Gary Lucas proprio con capitan cuor di bue ha trascorso una fetta della sua carriera. Il clarinettista Chris Speed – un’eminenza grigia del downtown jazz newyorkese (Tim Berne, Uri Caine, John Zorn etc.) – è l’altro ospite di lusso assieme alla voce di Bobby Solo, che interpreta una versione straordinaria di Ramblin’ Man di Hank Williams. La potete ascoltare qui. Joey Burns dei Calexico (di recente vicini allo stesso Capossela) spende parole di elogio sulla musica del gruppo: citando le molteplici influenze del gruppo, capace di incorporare anche elementi di jazz improvvisato e musica surf music in quello che si presenta come uno degli esordi più accesi dell’anno.

Nuovo Mixtape per Dj/Rupture


Jace Clayton a.k.a. DJ/Rupture e Matt Shadetek si danno appuntamento in quel di Brooklyn per metter mano a Solar Life Raft, compilazione concettuale che si forgia del marchio Agriculture. Dopo il viaggio esteso di Rupture nei meandri del dubstep - pur sempre alimentato da una visione esotica e meno suburbana - il nostro fa comunella con Shadetek per un certosino lavoro di post-produzione, che stavolta prende in esame brani di ancora diversa estrazione. Sicuramente meno scontate le scelte, tanto che la vena sperimentale che nobilita il lavoro è il suo stesso punto di forza. Stavolta non sono le musiche ritmiche ad avere unicamente il sopravvento, o meglio: le ritmiche non sono unicamente quelle occidentali. Avanguardie e pop music rivista e corretta, effetto da club globale, laddove si danno appuntamento i finlandesi Paavoharju e le nuove stelle alternative newyorkesi Gang Gang Dance e Telepathe (appositamente remixati da Rupture e Shadetek).

Il progetto stavolta è autorevole, Jace Clayton oltre ad essere un musicista/produttore coi fiocchi, ha anche la capacità di scandagliare le più profonde virtù del pop di ricerca, sia esso realizzato nel vecchio continente od in uno dei più reconditi angoli del mondo. Una raccolta da passare al setaccio, per imparare, ma anche un collage da godersi tutto d'un fiato, per non perdere di vista l'ispirazione del momento. Fossero calciatori, di questi uomini diremmo che hanno una visione di gioco completa...

Mammooth



C'è un nuovo caso nell'emisfero della musica indipendente italiana, forse per una volta fareste bene a munirvi di occhialetti in 3d, per gustare l'avanzata di questa corpulenta creatura che è in realtà capace di abbracciarvi con un suono dai tratti quasi celestiali. I Mammooth sono un collettivo di musicisti con base a Roma, non propriamente una rock band che ama crogiolarsi nell'asfittica realtà della sala prove, ma una ensemble che guarda agli ambienti artistici limitrofi come il cinema, il teatro e la tv. Un nome che lascerebbe pensare ad una gang di imperturbabili musicisti heavy, ma dal cantante e chitarrista Riccardo Bertini scopriamo che i nostri sono da sempre innamorati dei giochi di parole, come dalla traslazione di un significato o di un termine che possa creare disorientamento, capovolgere la realtà per scoprire il suo doppio alienante, la sua zona d'ombra. E ancora, lo stesso titolo dell'album “Back In Gum Palace” non è altro che un gioco di parole (la residenza dei reali inglesi ad esempio) leggibile a diversi livelli. Più che un riferimento all'animale preistorico, si tratta di una suggestione. E' proprio il forte contrasto tra il primitivismo e l'umoralità bestiale di una "cosa" antica, estinta, e il suo proiettarsi nel mondo tecnologico moderno dominandolo e "sfruttandolo" che ha scatenato le nostre fantasie. Qual è dunque il segreto di questa formazione che si muove agilmente tra le linee, evitando parallelismi con la più pretenziosa concezione di avanguardia? C'è il desiderio forte di esplorare gli angoli bui di territori già noti. Portare l'elettronica, il blues, l'hard-rock, la psichedelia, le derive post-rock, il kraut a scontrarsi in jam strumentali, in piccoli bozzetti o in brani complessi dall'anima progressive. Per i Mammooth la giusta ricetta si quantifica nella sintonia degli elementi in gioco, siano essi acustici, elettronici o di natura ambientale (i cosiddetti field recordings). L'importante è che nessuno degli ingredienti prenda il sopravvento sull'altro. Mettere in fila una sequela di nomi pur di rendere allettante la propria proposta è pratica rischiosa. Allora i Mammooth sgombrano il campo, citando unicamente esempi calzanti. Air, Massive Attack e Zero 7 hanno scritto pezzi senza tempo, proprio centrando l'alchimia perfetta di cui sopra. Ma anche nelle pieghe della Chicago post-rock puoi trovare queste perfette sinergie: i primi Tortoise od anche i Trans AM ad esempio. Dal punto di vista artistico la musica dei Mammooth si adatta alla pellicola, divenendo più sfumata, cinematica. Qual è dunque il rapporto dei nostri con registi e produttori? Sono diverse le opzioni, dall'utilizzo di brani editi per lo score, alla creazione di un commento sonoro ad hoc. Un atteggiamento dunque flessibile, nel rispetto del lungometraggio, anche se il desiderio è quello di sottolineare le immagini con le proprie progressioni strumentali. Come recentemente accaduto per "Sandrine nella pioggia", film che sarà presto nelle sale, dove il gruppo è libero di muoversi nel suo universo. In quest'ottica non mancano le collaborazioni esterne del gruppo, l'amicizia con Claudio Santamaria ha portato ad esempio alcuni fruttuosi esperimenti in sala e dal vivo, occasione per vedere l'attore cimentarsi alla tromba ed alla chitarra. Qual è infine la più grande ambizione dei Mammooth? "Che le persone parlino di noi come di un gruppo di qualità sia su disco che dal vivo. Che il nostro lavoro raggiunga il più ampio numero di persone. Banale?" Affatto. Da tempi immemori l'arte del musicista si specchia proprio nel suo pubblico.

“Back In Gum Palace”, che esce il 21 Novembre per Forward Music Italy, verrà presentato dal vivo a Milano venerdì 20 novembre alla Casa 139

Riccardo Bertini -- Voce e chitarre
Fabio Sabatini -- tastiere & programmazione
Roberto Mastrantonio - chitarre
Joy Angelini- basso
Luca Marinacci -- batteria
Special guest - Claudio Santamaria -- tromba, chitarre, voce

12/11/09

Presentazione di Crollo Nervoso e live degli State Of Art



REBEL MOTEL presenta
Venerdì - 27 novembre 2009 - TUNNEL CLUB/Milano

22.30
Retroactive products presenta
"CROLLO NERVOSO" video premiere
MILANO NEW WAVE 1980 - 2009

23.30
State Of Art live

ALEXANDER ROBOTNICK
(Hot Elephant Music / Creme Organization)

REBEL MOTEL dopo un’inaugurazione memorabile, riapre le sue porte per accogliere un ospite particolarmente atteso: Alexander Robotnick. Per capire chi è davvero occorre farsi trasportare all’inizio degli anni 60, quando getta le basi della sua immensa cultura musicale trasformandosi in un instancabile ricercatore. Spinto da un’incontrollabile passione, vive gli anni 80 influenzato dalla New Wave, dall’Electropop Inglese e dai pionieri, non che maestri, Kraftwerk. Inizia le sue prime produzioni, trasformando la sua cameretta in un laboratorio di synts analogici e drum machines. Non riuscendo a interpretare il suo genio musicale se non per mezzo di un personaggio, decide di nascondersi dietro lo pseudonimo Alexander Robotnick (in russo “Alessandro il lavoratore”). È nel 1983 che si fa conoscere alla scena mondiale con il capolavoro "Problèmes d'amour", divenuto un classico disco. Da qui una serie interminabile di produzioni che toccano tutti i generi musicali. Oggi Robotnick è stimato da Carl Craig, Miss Kittin (che ha incluso la sua “Dance Boy Dance” nel suo mix “Radio Caroline”), The Hacker, Kiko e da molti altri artisti della scena mondiale. Il suo live set è un concentrato cosmico di storiche tracce 80’s, eletro-tech, reminiscenze italo disco e di personali produzioni che reinterpreta improvvisando per mezzo di controller midi e microfono, accompagnando il beat con originali movenze.

Questa è musica per “disco freaks”! Resident dj SVPERFINE (Rebel Motel / Rongwrong / Subterfuge) - VJ: Rhizo

Durante questo secondo appuntamento Rebel Motel presenta “Crollo Nervoso” - un documentario sulla New Wave italiana anni ’80 opera di Pierpaolo De Iulis, un viaggio indietro nel tempo che contiene rari video clip, live show ed interviste.

A seguire, un’ esclusiva reunion di uno dei gruppi di punta della Wave italiana dell’epoca: State of Art (Spittle). La band - riformatasi e con un cd in uscita - si esibirà sul palco del REBEL MOTEL alle 23.30

TUNNEL - Via Sammartini 30 - Milano
Contatti: 347 69 56 589 - 349 89 41 305
rebelmotel@gmail.com

11/11/09

Fjieri



Infinito. Come l'orizzonte o come un suono che in realtà non conosce confini spazio temporali. “Endless” è il debutto dei Fjieri, un progetto che fondamentalmente nasce in studio, ma che presto potrà avere nuove interessanti propaggini esterne. E' un incontro che si fonda sull'esperienza portante di quattro elementi: Nicola Lori (chitarre), Stefano Panunzi (tastiere), Angelo Strizzi (batteria e percussioni) ed Elio Lori (basso). Un nucleo originale su cui poi fondare una collaborazione ed un profilo dal taglio squisitamente internazionale. L'idea decolla espressamente con l'ingresso in campo di un veterano quale Richard Barbieri (ex tastierista di Japan, Rain Tree Crow, David Sylvian), attualmente in forza ai giganti del rock progressivo inglese Porcupine Tree. Dopo aver ascoltato un provino della band, Richard decide infatti di unirsi fattivamente al collettivo, mettendo in campo oltre alle sue peculiari specifiche anche una scrittura di più ampio respiro, che permetterà al gruppo di definire le dinamiche dell'album stesso. E' solo il viatico ad un'esperienza ancor più privilegiata, con l'estemporaneo ingresso in campo di ulteriori calibri da 90 del circuito internazionale. I musicisti che partecipano alla stesura di “Endless” sono di primissimo piano: c'è l'altro Japan Mick Karn, Gavin Harrison (attuale batterista dei Porcupine Tree, con un impressionante curriculum da session man), Tim Bowness (No Man), Peter Chilvers (musicista inglese molto vicino alla dialettica di Fripp ed Eno), la vocalist giapponese Haco ed un veterano dei circuiti italiani più originali come Andrea Chimenti. Il disco -- realizzato presso i prestigiosi Forward Studios -- si ripromette di fissare alcuni punti chiave della più modernista tradizione pop-rock. Con un piede saldo nell'avanguardia ed uno nella più sofisticata tradizione melodica continentale, “Endless” attraverso numerose sfumature umorali mette in scena un viaggio unico, da concepirsi come opera completa ed originale. Con Fjieri si vuole dunque riscrivere una pagina importante della musica contemporanea, alimentando un suono post-romantico che nella sua costruzione progressiva non mette mai da parte una sentita devozione per la canzone d'autore. Ne esce un ibrido prezioso, una rivelazione, per chi sa guardare oltre la grande tradizione del rock progressivo britannico.

"Endless" esce il 21 Novembre per Forward Music Italy

Richard Barbieri: Synthesizers, Electric Piano, Prophet 5
Tim Bowness: Vocals & Backing Vocals
Gavin Harrison: Drums
Nicola Lori: Electric, Acoustic & Reverse Guitars, Fretless Bass, Keyboards
Stefano Panunzi: Keyboards, Acoustic Piano, Hammond, Loops, Programming
Elio Lori: Fretless Bass
Nicola Alesini: Soprano & Basso Saxophone, Bass Clarinet
Andrea Chimenti: Vocals
Mick Karn: Fretless Bass
Peter Chilvers: Textures, Marimba
Haco: Vocals and Backing Vocals
Angelo Strizzi: Drum & Programming Percussions
Laura Pierazzuoli: Cello

Prodotto da Richard Barbieri e Luciano Torani.


09/11/09

Scary Mansion, un nuovo album



Questa volta il piglio è più rock e l’ingresso in scena di Leah Hayes con "Make Me Cry" è prepotente, quasi a stabilire nuove gerarchie nel tanto trafficato universo indie. La timidezza è solo un antico ricordo, perché anche i brani che più si avvicinano al format della ballata,conservano sempre una carica a loro modo eversiva. Scary Mansion è il nome della band e Brooklyn è la loro casa, ma dimenticate ogni coinvolgimento con la scena locale di orientamento più artistoide. Leah Hayes non è certo una fashion victim ed il suo piglio si traduce in un suono che semmai guarda con reverenza alla grande poetessa locale Patti Smith o alla fragile Polly Jean Harvey. Originariamente parte del giro antifolk – con Adam Green e Kimya Dawson – la nostra si è presto emancipata, cercando una fonte più solida per la sua scrittura. Da qui la cooperazione con il bassista Bradley Banks ed il batterista Ben Shapiro. Ovvero la strada più breve per incendiare definitivamente i suoi brani, attraverso una generosa scorsa white-noise. Ma è pur sempre indie-pop, della migliore razza, tanto che i paragoni altisonanti con stelle tipo Weezer o Pixies non sono affatto fuori luogo. Nello spettro lirico della Hayes anche lo struggimento di cantori come Morrissey o Stephen Merritt dei Magnetic Fields. Come un fulmine a ciel sereno sceso dagli Appalachi, la Hayes ha il piglio disinvolto di una rockstar proletaria. E le sue canzoni sono qui per raccontarvi di un originale struggimento.

06/11/09

Daptone Records - Keep Putting Soul Up


C’è un tempo per capitalizzare, un momento in cui effettuare il cosiddetto allungo ciclistico. Per la newyorkese Daptone Records il concetto può passare, pur trattandosi di una realtà indipendente da sempre auto finanziata. Il segreto consiste nell’aver ampliato il confine stesso di musica ritmica, senza prescindere da nessun aspetto della cronologia black. Ciononostante siano proprio gli artisti bianchi a posizionarsi - spesso e volentieri - in sala d’incisione o in cabina di regia. Proprio nel sodalizio tra talenti emergenti e vecchie glorie restituite nottetempo ai club ed alle situazioni che contano, possiamo scorgere lavororo formativo svolto da Daptone. Sino ai giorni nostri. Una collezione d’oro - per l’appunto - è ciò che offre al momento, per fotografare l’operato, per trasmettere a mezzo mondo una lezione di stile. L’etichetta vede i suoi natali nel 2001 ed in meno di un decennio riesce a guadagnarsi il supporto incondizionato di critca e pubblico, senza mai contemplare operazioni nostalgiche, anzio portando a nuovi livelli di intensità la produzione di musica soul, rhythm and blues, afrobeat, gospel e funk
Un marchio di fabbrica che è stato talmente apprezzato fuori da cogliere le attenzioni particolari di gignati quali Bob Dylan e Amy Winehouse, che in più di una cisrcostanza hanno voluto al loro fianco i padroni di casa Dap-Kings e di produttori come Mark Ronson che nel corso degli anni hanno utilizzato le parti strumentali della in house band per creare le proprie fortune.

La raccolta pubblicata in doppio CD è molto più di un semplice best of, anzi, per molti sarà l’occasione di ascoltare alcuni brani troppo in fretta divenuti pezzi da collezione. Al fianco di pezzi storici a firma Sharon Jones & the Dap-Kings - Tell Me - e Budos Band - Up From the South – un numero importante di singoli attualmente fuori catalogo renderanno l’acquisto più che obbligato per i numerosi cultori della scena black internazionale. Lee Fields con Could Have Been e Charles Bradley con The World (Is Going Up In Flames) vi faranno gridare nuovamente al miracolo. Mentre inediti assoluti come A Lover Like Me di Binky Griptite e l’ottima rivisitazione di Giving Up delle Gladys Knights da parte di Sharon Jones, vi lascerranno direttamente di stucco. Enjoy!


05/11/09

Nuova colonna sonora curata da Goodfellas



Con la pellicola "Meno Male Che Ci Sei", Goodfellas si ripropone consulente musicale per Cattleya dopo gli ottimi risultati del film “Diverso Da Chi?”. Il commento sonoro si pone come elemento di spicco all’interno di un film che affronta le difficoltà e le mille contraddizioni della sfera adolescenziale. Chiara Martegiani e Claudia Gerini sono le due protagoniste/complici di una storia che le vede coinvolte in relazioni sentimentali parallele, che solo apparentemente sembreranno allontanarle. Un lungometraggio in cui i buoni sentimenti trionfano, pur tra mille traversie. Ed in questo crescendo appassionato la selezione musicale acquista un valore cruciale, sottolineando scelte inedite e coraggiose, prendendo in considerazione il taglio comunque popolare della pellicola stessa. Una scelta tecnica ma anche “culturale” profondamente sentita quella di Goodfellas, in grado di creare un sodalizio inedito tra suoni ed immagini. C’è l’aplomb decadente della Cat Power di ‘The Greatest’ e la vena cantautorale sopra le righe di Sufjan Stevens con ‘Casimir Pulasky Days’ . Ma seguendo appunto le evoluzioni del film la colonna sonora si arricchisce del tocco speziato del soul man bianco Mayer Hawthorne accompagnato in ‘When I Say Goodbye’ dai fidi The County, mentre la ‘Stay Alive’ dei Pains For Being Pure At Heart è davvero uno dei modi più semplici per trasmettere un raggio di sole, imemdiato. Le emozioni sembrano quasi sposare le sette note The Dykeniees con ‘Clean Up Your Eyes’ e Barzin ‘Past All Concerns’ farciscono i momenti più delicati ed allo stesso tempo intensi del film. Citazione d’obbligo poi per le musiche originali, opera di Pasquale Catalano. Un saliscendi di situazioni tragiche e brillanti che proprio nella scelta curatissima dei suoni, sembrano acquisire un colore ed una potenza narrativa particolari.

Il Film esce nelle sale il 26 Novembre

30/10/09

King Midas Sound - Waiting For You (Hyperdub)

Un approccio all’elettronica elevato dall’enorme bagaglio tecnico ed espressivo dei due, al secolo Roger Robinson e Kevin Martin. Robinson rispettato poeta ha fatto in modo che il suo stile divenisse più confidenziale, optando per una fragile voce in falsetto, presto divenuta elemento caratterizzante. Originali i risultati di questa metamorfosi, per un album che contempla interamente la forma canzone, rappresentando una nuova scommessa per la stessa Hyperdub. Un’atmosfera oppiacea sorregge il disco, quasi uno scenario urbano sfocato, una nebbiolina perenne che circonda ritmi in levare mai troppo invadenti. E’ il lavoro del produttore Kevin Martin, noto anche per le sue scorribande con la sigla The Bug (ma una carriera che abbraccia l’avanguardia jazz coi God e l’hip-hop mutante coi Techo Animal) ad essere affascinante e subdolo come non mai. La voce di Roger è stata addirittura accostata ad un fantasioso ibrido tra Gregory Issacs e Vincent Gallo. In tre tracce dell’album , il duo si trasforma in trio, con l’ulteriore contributo vocale di Hitomi (direttamente dalla crew Dokkebi Q) che aggiunge ulteriore flavor ad un disco per certi versi definitivo.

Dopo l’exploit compiuto da Burial con Untrue, un ulteriore passo verso una canzone mutante, ritmica, quasi cantautorato jazz in prospettiva Blade Runner. Un progetto che sin da questo momento è destinato ad iscriversi tra le ‘cose’ che contano di questo fine decennio.

http://www.myspace.com/kingmidassound

Neon Indian - Psychic Chasms

Alan Palomo è un personaggio evasivo, sregolato produttore che galleggia in una zona d’ombra tra il mainstream ed il più avveniristico underground. Avendo già lavorato a propulsivi remix per Grizzly Bear, Au Revoir Simone e The Silent League, è già un nome in vista nei club più alternativi. Presto le richieste aumenteranno e le sue quotazioni saliranno alle stelle, uomo avvisato…I Neon Indian sono necessariamente il suo sogno bagnato, una psichedelia sintetica che piuttosto che adagiarsi sugli schermi al plasma contemporanei, si perde nelle nebbioline da videoclip anni ’80. Tutto molto fluorescente, con synth analogici che reclamano vendetta e canzoni immolate ai più sordidi sentimenti pop da dancefloor. Il disco è stato realizzato durante un severo inverno texano - altro luogo dove la tradizione lisergica è di casa – partendo da basi molto poco ortodosse, in cui field recordings, rozzi campionamenti e bizzarri sintetizzatori convenivano per dare il là allo scabroso party titolato Psychic Chasms. Con l’intervento della video artista Alicia Scardetta, questo progetto sposa la multimedialità con fare profano e presto sarà in grado di spingervi in un immaginario girone infernale. E’ un disco che nei contenuti si focalizza sugli ardori post-adolescenziali, tirando in ballo le sempre più alienanti relazioni interpersonali od il ripetitivo utilizzo di sostanze stupefacenti. Lo spleen esistenziale dei primi New Order ed un casalingo french touch che occhieggia d’ufficio ai Daft Punk, per i Neon Indian non è solo un gioco citazionista, ma il sentore di un’attitudine homemade all’indie elettronica. Una storia che si consuma tra Austin e Brooklyn ed un finale quanto mai imprevedibile.

28/10/09

Uragano Cope

Quando anche il più severo fra i suoi detrattori è pronto a sventolare bandiera bianca, è lui stesso a coglierci di sorpresa con una serie di esibizioni soliste – sono state due le date italiane – in cui ha sì rivisitato il suo repertorio, ma unicamente armato di chitarra acustica, elettrica e – salturiamente – pianoforte. Archiviata questa esperienza – tutti i presenti ne hanno parlato in termini entusiastici – il nostro è sempre più indaffarato con una release schedule che non gli consente di tirare il fiato. Se anche la sua vecchia label Island si affretta a ripubblicare in versione doppia il capolavoro Peggy Suicide, ci sarà pure un motivo? Omaggiato dal prestigioso mensile The Wire con un copertina ed un relativo articolo monografico, Julian ci ricorda che il suo ultimo album, coi Black Sheep, Kiss My Sweet Apocalypse – pubblicato dalla Invada di Geoff Barrow dei Portishead - è ancora lì a testimoniare di quanto il druido abbia ampio controllo sul suo profilo artistico. La musica psichedelica è ancora oggi il suo pane quotidiano, il punto di partenza per nuove esagitate avventure. Un pozzo di scienza Cope, che dopo i libri monografici sul kraut rock ed il corrispettivo nipponico, è assurto al ruolo di incontestabile critico di settore. Kiss My Sweet Apocalypse è anche uno dei sui lavori di più spiccato orientamento politico, in cui l’omaggio diretto è a Che Guevara ed Ulrike Mainhof. Sonorità al solito evocatrici , tra strappi hard rock e pindarici voli psycho-prog, con annesse acide ballate decantate con fare propiziatorio.

Nuovo artista in casa Easy Star: Tommy T

Tommy T è il bassista dei Gogol Bordello, almeno da tre anni a questa parte. Nato e cresciuto in Etiopia, ha portato la sua enorme conoscenza per i ritmi globali proprio in seno alla banda punk tzigana, facendo in modo che divenisse una delle più piacevoli anomalie nell’ambito del rock più estremo e scanzonato. Per il suo debutto in solo Tommy ha prodotto un qualcosa di realmente ambizioso, a titolo The Prester John Sessions. E’ un viaggio in musica come era lecito attendersi da uno strumentista che ha toccato tutti i confini possibili del globo terracqueo, almeno a livello immaginifico. Si tratta di 11 brani, con un remix ad opera dei compagni di squadra Eugene Hutz e Pedro Erazo. Un affare di famiglia, tanto che il mixaggio dell’album è stato affidato a Michael Goldwasser degli Easy Star All-Stars. La newyorkese Easy Star è infatti la casa per cui Tommy T lancia la sua offensiva artistica al mondo. Di spicco anche la collaborazione estesa a due brani con la vocalist Gigi (una delle più popolari voci della moderna tradizione etiope nonché moglie di Bill Laswell).

Mentre i Gogol Bordello si apprestano a pubblicare un nuovo album da studio nel 2010 (prodotto addirittura da Rick Rubin!), Tommy T scopre una della maniere più vantaggiose per riconnettersi alle proprie memorie ancestrali, concependo un disco che oltre ai suoni del continente africano, possa anche baciare le tecniche del dub. Con il tocco finale in post-produzione di Victor Van Vugt (Nick Cave, Gogol Bordello) il disco assume i tratti di una fantasiosa jam tra gli Headhunters di Herbie Hancock ed uno dei fondamenti della musica etiope, la Imperial Bodyguard Orchestra. Una musica etnica che si arricchisce senza soluzione dio continuità di elementi dub reggae, funk,e jazz mescolando il noto all’imprevisto, sempre in un’atmosfera profondamente familiare.

Mr.Chop - For Pete's Sake

Coz Littler è un musicista/produttore inglese ai più noto come Mr. Chop. Operativo nella regione del Cheshire – dove presso gli Ape Studios è stato concepito For Pete’s Sake – il nostro lancia in realtà una sfida a un mito nero d’oltreoceano, il produttore Peter Pillips da New York. Ovvero sua eminenza Pete Rock. Con For Pete’s Sake vengono riprodotti - in chiave rigorosamente strumentale - alcuni suoi classici, brani guida dell’hip –hop più moderno. Si tratta di un disco integralmente suonato, in cui finissime atmosfere space jazz si ricongiungono al corposo beat del primigenio funk. Il tutto è legato da una concezione moderna di cut up sonoro in cui le camere d’eco del dub si prestano ad un interessante gioco di specchi. Mr. Chop non fa mistero delle sue doti, essendo polistrumentista di rango, spesso protagonista di session in casa Now-Again e Jazzman Records. Recentemente al lavoro con MF DOOM al disco Born Like This, Littler ha fatto sì che in For Pete’s Sake trovassero spazio un’infinità di generi musicali, o almeno quelli a lui più cari. Si parte dall’arte del campionamento hip-hop per riscrivere completamente un disco fatto di intuizioni psych funk, jazz e rock, che spesso abbandonano il versante degli stessi originali, per approdare ad una nuova dimensione iper-moderna. Complice anche il batterista Malcom Catto – visto di recente in azione con gli Heliocentrics – questo è un disco che stimolerà la fantasia dei b-boy di mezzo mondo come l’immaginazione di migliaia di crate-diggers dispersi nel mondo. Un festival del rare-groove, in cui Pete Rock è solo il pretesto per una sfilata di momenti deliziosi, in cui riscopriamo il sapore di alcune etichette americane come Strata East o Black Jazz in piena collisione con l’attitudine rivoluzionaria del breakbeat di scoola Ninja Tune e Mo’ Wax.. Space is the place!

27/10/09

Due nuove uscite per Tracce / RAI Trade


Matthew Shipp - "Nu Bop Live"
Daniel Carter-tenor & alto sax
Matthew Shipp-piano
William Parker-bass
Guillermo E.Brown drums, electronics

Cresciuto a fianco di nomi importanti come Roscoe Mitchell, David S. Ware e William Parker, Matthew Shipp rappresenta oggi una delle massime individualità del jazz afroamericano. Con il progetto "Nu Bop" il pianista intende forzare i limiti del linguaggio jazzistico e spingersi verso il mondo dell'elettronica e dei ritmi digitali. Daniel Carter, William Parker e Guillermo E. Brown, ovvero il cuore del jazz d'avanguardia newyorkese, sono i musicisti scelti a completamento di un quartetto di grande personalità. L'ambiente perfetto dove far interagire elementi della tradizione free con pulsazioni funk e ritmi quantizzati. Dopo un primo album prodotto nel 2002 dalla Thirsty Ear ecco finalmente il secondo capitolo della storia "Nu Bop" un "istantanea" catturata durante l'apparizione dal vivo al festival "New York is Now", un'imponente rassegna (Roma 2004) interamente dedicata alla scena del nuovo jazz newyorchese e artisticamente diretta da Pino Saulo di Rai Radio 3. La musica di "Nu Bop" fluisce e attraversa fasi molto eterogenee, si va dal fraseggio aperto delle zone più astratte e spirituali fino a inoltrarci in intrigate e reiterate giungle ritmiche dove la tensione lirica del sax di Daniel Carter scava nel profondo degli accordi di Shipp e la scansione basica di William Parker segna il terreno per i ritmi programmati di Guillermo E. Brown.


Stefano Maltese, As Sikilli Ensemble - "This Floating Space Suite"
Stefano Maltese-sop. & alto sax, bass cl. flute. perc.
Gaetano Cristofaro-tenor sax, bass cl.
Ivan Cammarata-trumpet. & fluegelhorn.
Tony Cattano-trombone & dijeridoo
Giuseppe Guarrella-cello
Alberto Amato-bass
Antonio Moncada-drums, perc.
Gioconda Cilio-vocals, mbira perc.

l'As Sikilli ensemble è la creatura multiforme attraverso cui il compositore e sassofonista Stefano Maltese esprime e concretizza una visione musicale profonda, rigorosa e in costante evoluzione. Un organico di base siciliana attraverso cui la scrittura generosa del leader si offre come traccia necessaria alla costruzione di un suono fortemente collettivo. Da sempre Maltese ha costruito i suoi ensemble su musicisti di estrazione e generazione diversa, ed ecco un giovane asso come il trombonista Tony Cattano al fianco di veterani del ritmo come Giuseppe Guarrella e Antonio Moncada. (In passato ricordiamo presenze non meno eterogenee come il trombonista Sebi Tramontana e il trombettista Roy Paci). La musica di Maltese appare profondamente radicata nell'esperienza del jazz creativo contemporaneo, una sorta di ponte tra la poesia proveniente da un mondo antico e mediterraneo e la sensualità del linguaggio jazzistico afroamericano. Echi del suono della prima AACM affiorano da una struttura musicale densa e fortemente narrativa, un luogo di dialogo naturale dove l'ego jazzistico viene dichiaratamente abbolito in favore di un suono di gruppo lirico ed altamente evocativo.


Cute Lepers



Steve E Nix dei The Briefs è il leader degli scatenatissimi Cute Lepers, è lui a dirigere le operazioni con i compagni di ventura Kicks – basso - Prisilla Ray - voce, tamburino – Duffy - voce – Brian Yeager - chitarra, voce – e Josh Blisters che siede dietro alla batteria. Il debutto "Can’t Stand Modern Music", che vedeva la luce nell’aprile del 2008, ed il secondo "Smart Accessories" - in uscita in questi giorni - non fanno che confermare la vena assolutamente spontanea del gruppo, che nonostante i natali americani – arrivano infatti dal Northwest, Seattle – sembra appropriarsi di un immaginario mod-punk tipicamente inglese. La loro musica attinge al vasto e misconosciuto calderone del power-pop di fine ’70, incrementando in buona misura quel sodalizio adrenalinico con staffilate punk e wave. Hanno una sfilza di riferimenti, e questo è una sorta di miracolo dell’abbondanza, se pensate che il gruppo può spaziare in maniera vivace nell’ambito delle sonorità più guitar-oriented, senza fare prigionieri. Generation X, Mink DeVille, Tom Robinson Band, Johnny Thunders, The Equals, Richard Hell & the Voidoids, Newtown Neurotics, The Boys, Eddie & the Hot Rods, The Nips/Nipple Erectors, The Only Ones, Real Kids, The Zeros e The Undertones, sono solo alcuni dei nomi di un’ipotetica e kilometrica lista. Attingere ad un sostanzioso periodo storico, pur mantenendo una solida filosofia ed un tiro strepitoso questa sembra essere la regola in casa Cute Lepers. Originariamente l’idea era appunto quella di far convivere la prima ondata wave punk, il mod revival, il power-pop e l’irriverente approccio del tardo Johnny Thunders. Ma unitamente a questi elementi l’attenzione si è anche spostata sul rock’n’roll dei primordi ed i vocalizzi tipici della tradizione doo-wop. E’ ancora un’eccellente idea e l’uso massiccio di una sezione fiati in alcuni dei brani guida di questo "Smart Accessories" non fa che confermarlo. Un quadretto da Quadrophenia modernista.