10/07/09

Introducing Triorganico

Nessun mistero che in casa di Egon girasse della musica brasiliana di nicchia. Del resto le avvisaglie di un'apertura al genere si erano rivelate nel fantastico nuovo album dei Savath & Savalas di Scott Herren, La Llama. Anche un altro habituè dei saloni Stones Throw conme Madlib aveva stretto alleanza con Jackson Conti dei mai troppo decantati jazz-fusionist sudamericani Azymuth, ulteriore suggerimento per chi ha sempre osservato l'evoluzione dell'etichetta californiana ben oltre gli steccati del moderno hip-hop.

Il debutto di Triorganico per la label consorella Now Again è così una diffusione di sapori bossa tardi '50, con le opportune spennellate di jazz caliente. Un qualcosa che mai avreste immaginato provenire dai club sottoerranei di Los Angeles.

Pablo Calogero (sassofono e fiati), Ricardo “Tiki” Pasillas (percussioni) e Fabiano do Nascimento (chitarra) si formano artisticamente nel garage dello stesso Calogero. In primis era solo l'occasione di ascoltare e commentare musica, condividere idee, successivamente si è passati alla scrittura, alla realizzazione di un progetto comune.

Presto il terzetto si trasferisce in un club losangeleno, con residenza settimanale, circostanza che permette loro di provare pezzi inediti ed omaggiare i più grandi compositori brasiliani, in una scaletta fatta prevalentemente di cover. Il gruppo incide il suo primo album seguendo quella che in gergo hip-hop si chiama “guerrilla tactics”. Il risultato è ora alla vostra portata, un album che va a scandagliare le profonde insenature della bossanova, con ricorrenti motivi jazz sixties ed un'idea di multi-culturalità che logicamente regna sovrana.

Se Baden Powell ed il grande maestro Hermeto Pascoal hanno spesso occupato la sfera dei vostri sogni, con Triorganico arriverete a toccare con mano questa sfavillante materia.

Brusco - polemiche, sensi e videoclip



L’impasse societaria dell’AS Roma sembra non arrestarsi e allora ci pensa Brusco a solleticare nuovamente l’ambiente con un brano molto esplicito rivolto alla presidentessa Sensi. Una volta il toaster romano decantava le lodi della formazione giallorossa, con la mitologica As Roma , inno per lo scudetto del 2001. Oggi Con La Sensi Che Mi Piace, Brusco scuote espressamente la proprietà, nella figura della stessa Rosella, reclamando chiarezza sui piani futuri della società.

In men che non si dica il singolo è divenuto un caso a livello cittadino, con tutte le radio dedite alla ‘causa’ pronte ad aprire un fronte – spesso polemico – sulla questione. Con la pubblicazione del nuovo album 4 e ½ Brusco rilancia, e continua a comunicare attraverso la musica utilizzando in prima battuta il social network, in maniera estesa. 4 e ½ come anticipato da un trailer on line disponibile su you tube, diverrà a breve una sorta di serie tv. Come l'hanno ribatezzata gli autori, sarà la prima FICTION-CLIP italiana, composta da 4 video-clip musicali concepiti come un'unica storia suddivisa in quattro episodi, con tanto di riepilogo delle puntate precedenti e sigla iniziale. Un’operazione concepita sulla lunga distanza quindi, col supporto-immagine a sostenere i riddims presenti nel cd appena pubblicato "Quattroemezzo"..

Se il singolo inedito sull situazione societaria della as Roma è disponibile in download gratuito, per le nuove avventure di Brusco dovrete scandagliare attentamente la rete, seguendo tutti gli aggiornamenti del caso. Ancora un ulteriore strumento per spingere una delle più creative realtà del reggae nostrano, attualmente in tour nelle maggiori città (e festival di genere) dello stivale. Le discussioni attorno all’As Roma impazzano, Brusco dice la sua su un bel ritmo in levare, che una genuina provocazione sia l’ideale accompagnamento all’afoso solleone?


08/07/09

Wheedle’s Groove

Spesso anche le ristampe possono andare a ruba, anche quando un’etichetta decide di puntare prepotentemente sul recupero di antichi tesori sommersi. La Light In The Attic di Seattle, che già a partire dal nome illustra il suo modus operandi, torna così su uno dei pezzi di maggior successo del suo catalogo. Pubblicato appena un lustro fa Wheedle’s Groove fu un biglietto da visita straripante per questa realtà discografica del Northwest, che nell’intento di omaggiare i propri eroi locali, conduceva un’indagine dettagliata sugli artisti di ispirazione soul e funk che fecero il bello ed il cattivo tempo nei dediti raduni cittadini, a cavallo tra il 1965 ed il 75. Molto prima che il black rock di Hendrix fosse benedetto lingua nazionale.

L’idea dietro a Wheedle’s Groove è delle più nobili, ridare voce a piccoli classici del genere, senza lesinare informazioni di alcun tipo. Sono infatti passati ai raggi X i singoli brani che vanno a costituire questa variopinta raccolta: tra stuntman del puro vocalismo soul – l’urlo in differita del Godfather James Brown lo potrete ascoltare con regolare frequenza – orchestrine jazz-funk che pestano senza troppe remore sull’hammond e complessi che arrivano a sporcare la propria idea di black music con sostanziali tocchi di rock e psichedelia. Alla fine della panoramica contiamo ben 18 brani, per la gioia ed il sussulto di chi detesta le aste tirate per le lunghe e vuole in men che non si dica il suo piatto caldo. Dall’Overton Berry Trio che con vezzo quasi malinconico re-interpretano l’immarcescibile Hey Jude del duo Lennon/McCartney allo shuffle di Cissy Strut dei campioni di New Orleans Meters, qui nell’essenziale ripresa del Johnny Lewis Trio.

Provare a stabilire chi abbia l’arma più affilata non è lo sport nazionale da queste parti, feriscono virtualmente tutti i singoli brani, spesso 45 giri d’antan restaurati senza eccedere in fase di post-produzione. Rare grooves o killer grooves? Questione di lana caprina, sicuramente nemmeno il più cordiale dei medici potrebbe prescrivere medicina più buona…

Analogamente a quanto accaduto con gli eroi di un passato non troppo remoto, Light In The Attic prova ad allestire una all-star band del moderno r&b, dando un’ideale seguito al primo volume di Wheedle’s Groove. Kearney Baron è un celebre ingegnere del suono locale, che spesso ha incrociato la sua strada con artisti black di fama minore. Sotto la sua guida spirituale si consuma un nuovo esaltante progetto, che per affinità può ricordare le operazioni condotte in porto recentemente da Daprtone (leggere alla voce Sharon Jones e Naomi Shelton). Gregari di grande classe si alternano in nove tracce, per lo più rivisitazioni di brani epocali. Dalla Sea Of Grass del combo strumentale Ventures a Everything Good Is Bad, tagliata dal mitico team di produttori Holland/Dozer/Holland per il gruppo vocale di Detroit 100 Proof. Ma non mancano le sorprese con una rilettura da pelle d’oca di Jesus Christ Pose dei Soundgarden ed un’altrettanto propiziatoria Fool’s Gold degli Stone Roses. A dimostrazione del fatto che il groove alberga anche nelle musiche del rock alternativo degli ultimi 20 anni.

Ma l’invasione propedeutica di Light In The Attic non si arresta certo qui, dato che Wheedle’s Groove diverrà ben presto un documentario., Per la gioia di tutti. Crate diggers accaniti e cultori meno maniacali del più sublime ordine del black sound.

07/07/09

Waines "Stu"

PHOTOCREDIT MICHELA FORTE


WAINES è un termine mutuato dallo slang delle nottate palermitane, quando i valori e i riferimenti del mondo diurno saltano e anche le cose più banali ed insospettabili, come una pizza o i ciottoli bagnati di un vicolo del centro storico assurgono a protagonisti, a motori delle azioni umane. Lo stato di alterazione è evidentemente una costante nella musica di questo trio palermitano. Il loro è un rhythm & blues amplificato, od anche un rock’n’roll dalle strane sembianze psycho, con una punta di glam ante-litteram che infittisce ulteriormente il mistero sulla loro personalità artistica. E’ musica dei primordi, suonata senza inganno, sentita, soprattutto sudata. La caratteristica dei WAINES è quella di utilizzare due chitarre – tra cui una slide – assieme ad una batteria, tirata ad una velocità da capogiro, proprio per rendere più frontale e dinamica la proposta della band. Tra maggio e giugno del 2007 i WAINES sotto la preziosa supervisione di Daniele Grasso (consulenze artistiche per Afterhours, Cesare Basile, Le Loup Garoup, Hugo Race e John Parish) registrano al The Cave Studio di Catania il loro primo EP demo, dal titolo “A Controversial Earl Playing”, poco meno di 21 minuti da cui sprigionano blues, rock, rumore bianco, energia allo stato puro. I brani dell'Ep diventano anche la colonna sonora del cortometraggio "I Protagonisti" di Sigfrido Giammona, vincitore della VIII edizione del Festival Internazionale del Cinema di Frontiera. Ad agosto i WAINES partecipano all'Ypsigrock Indipendent Festival, aprendo il concerto degli Architecture In Helsinki, e a novembre 2007 suonano al MEI di Faenza, rappresentando la scena emergente palermitana nell’ambito del contest “RocketPa Sound Connection”, manifestazione in cui tra l’altro trionferanno. Nell’estate del 2008 l’attività live della band è arricchita dall’ apparizione al prestigioso Pollino Music Festival (in apertura ai Gogol Bordello), seguita da comparsate al Summertime Blues Festival di Alcamo (in apertura a Joe Louis Walker) ed al Suburban Live Set a Catania (con le Mab). STU, la nuova fatica da studio, è anche il risultato di un’estenuante parabola compositiva, sorretta appunto dal continuo girovagare, che come nel codice genetico di ogni più ferrea religione rock, concorre a formare lo spirito, a temprare il corpo. Una collisione di blues del delta, un pizzico dell’eccentricità del primo Marc Bolan, una mai sopita attitudine garage, fanno di questo disco un’esperienza fulminante. Stu è il disco che tutti i puristi aspettavano, per scatenarsi in danze propiziatorie. L’imminente tour italiano – nelle maggiori città e province tra cui anche l’importante presenza ad Italia Wave – farà ulteriore luce su questo fenomeno isolano che però guarda anche al resto d’Europa. Il disco esce infatti in Germania il 7 Agosto distribuito da ZYX mentre dal 15 al 30 Ottobre è previsto un tour europeo con gli Ampersand.

06/07/09

Bassekou Kouyate & Ngoni ba - I speak fula

Dopo essersi aggiudicato ben due BBC 3 awards con il debutto Segu Blue - nella categoria world music, rispettivamente come miglior album del 2008 e migliore artista africano – torna Bassekou Kouyate, vero e proprio virtuoso del ngoni ed uno degli artisti più in vista della scena del Mali.

I Speak Fula cattura l’incredibile energia delle sue esibizioni dal vivo e rappresenta il logico sviluppo di un artista segnalato tra le voci più innovative dell’ Africa contemporanea.
Partito dal piccolo villaggio di Garana, sulle rive del fiume Niger, Bassekou ha presto conquistato il mondo, girando incessantemente e regalando alle platee più diverse la sua musica ed i suoi umori. Introdotto giovanissimo ai piaceri della musica locale, nella metà degli anni ’80 Bassekou ebbe addirittura il piacere di esibirsi episodicamente con la leggendaria Rail Band, andando ad alimentare il mito di una giovane promessa.
Si è sempre circondato di personaggi di primissimo piano il nostro, sperimentando la formazione in trio con Toumani Diabate e Keletigui Diabate, fino ad arrivare ai giorni nostri con una formazione di strumentisti eccezionali che costituisce l’organico della Ngoni band, ispirandosi per certi versi alle movenze ed ai rituali (strumentali) dei gruppi rock.
Bassekou Kouyate è così divenuto l’ambasciatore del ngoni. Dalle strade di Bamako ai palchi londinesi. Le sue collaborazioni con artisti di calibro internazionale come Youssou N’Dour, Ali Farka Toure, Dee Dee Bridgewater, Oumou Sangare e Mongrel la dicono lunga sul suo conto.
Il nuovo album I Speak Fula esprime globalmente I concetti di apertura e tolleranza. La musica dei griots ha sempre costruito dei ponti tra i popoli e prendendo le mosse dai grandi cantori della tradizione, Bassekou rilancia il suo messaggio di speranza attraverso un altro disco fondamentale. Spostando ancora più avanti le lancette della world music.
Il disco è prodotto da Lucy Duran e Jetrry Boys e tra i suoi collaboratori annovera Toumani Diabate, Vieux Farka Toure, Kasse Mady Diabate, Harouna Samake e numerosi altri.

"…the best rock’n’roll band in the world“ The Independent

"The most delicious stew that warms the heart and shakes the hips. Trust me, it tastes good!" Fatboy Slim

"… a fantastic example of how music can lift your mind and soul" Damon Albarn

I Speak Fula esce il 21 Settembre su Out-Here Records

03/07/09

Blind Blake And The Royal Victoria Hotel Calypsos - Bahamian Songs

Un’operazione che in termini di contenuti rispecchia quanto fatto dalla stessa Megaphone per l ‘incredibile vocalist Karen Dalton. Eroe di mondi sommersi Blind Blake conoscerà il suo momento di gloria anche grazie alle dedicate cover di Beach Boys e Johnny Cash, quale migliore opportunità con Bahamian Songs di riscoprire dunque questo maestro dell’ukulele? Nato Alphonso Blake Higgs a Matthew Town, Inagaua, Bahamas nel 1915, Blind Blake – questo il nome d’arte con cui si farà presto strada – sarà l’attrazione principale del Royal Victoria Hotel di Nassau, Bahamas. Qui si esibirà per un lungo trentennio, fronteggiando la band di casa. Impeccabili i musicisti dei quali si circondò, abili nell’arte della contaminazione tra jazz e ritmi dell’India occidentale. Tra musica folk degli albori, calypso e jazz della prima parte del secolo, Blind Blake diviene presto un’istituzione locale, conquistando poi - tramite un forsennato passaparola – anche gli stati dell’America rurale.
Sloop John B che fa la sua bella comparsa in Pet Sounds dei Beach Boys altro non è se non una ripresa della sua tragicomica ballata John B. Sail. Uno dei suoi brani più popolari è sicuramente Love, Love Alone, pezzo basato sulla liason tra King Edward VIII e Wallis Simpson.
Il materiale raccolto per l’occasione fa capo ad una serie di registrazioni realizzate agli albori degli anni ’50. Nella Royal Victoria Hotel Calypsos – sua backing band – si segnalavano i talenti di Dudley Butter (chitarra, maracas), Chatfiled Ward (chitarra), Freddie Lewis (chitarra solista), George Wilson (bass fiddle) e Lou Adamas alla tromba.
Sono 28 brani che vi riporteranno in una dimensione incontaminata, alle origini della più lussuosa roots music.

It is this all but forgotten outlook, and the lost world it conjures up, that makes Blind Blake such a timely rediscovery. MOJO

Schiele



Un corto circuito, trovarsi catapultati come per incanto nelle città regine del noise rock e del post punk americano degli anni ’90. Una macchina del tempo messa in moto da tre veri appassionati - Luca, Livio e Damiano – folgorati in tenera età dagli sviluppi del sound più chitarristico e decisi ad immolarsi alla causa, sposando anche la cultura ed i frutti del pensiero do it yourself. Pur mantenendo nella loro musica gli spigoli e gli arrangiamenti tipici del meno edulcorato rock dei nineties – se cercate delle coordinate di riferimento, il lavoro di etichette come Touch & Go, Dischord e Thrill Jockey potrebbe essere un’indicazione di massima – Schiele non perdono mai di vista il gusto per certe melodie, a volte epidermiche altre subdole, ma non meno convincenti. Basso, chitarra e batteria, oltre ad una voce duttile che sa farsi strumento addizionale per necessità. Dal 2001 il gruppo inizia a macinare una serie di concerti fino a fermare il momento su disco, nel 2005 con “This Heart Does Not Hurt”, autoprodotto ed autofinanziato, con la produzione artistica di David Lenci. Ancora musica sotto i denti, nuovi brani e nuove esperienze fino ad arrivare al successore “Pictures Of Mountains”, registrato sul finire del 2008 con l’ausilio di Giulio Favero (One Dimensional Man, Il Teatro Degli Orrori), uno dei sound engineer più attivi ed affidabili sul territorio. Rigorosamente in presa diretta, e senza alcuna sovraincisione (fatta eccezione per la chitarra di Giulio in “My Death” e del violoncello di Leonardo Gatto dei We Were On Off su “This Heart Does Not Hurt”), per poter cogliere la spontaneità e l'intensità live del gruppo stesso, il disco è così specchio fedele dell’attitudine Schiele. Nelle 10 tracce che costituiscono l’ossatura del disco è l’immediatezza a sbalordire, unitamente all’urgenza emotiva, confermata dai saliscendi umorali e strutturali che avvicinano i brani degli Schiele ad una turbolenta onda d’urto. Il titolo è un omaggio alla montagna - presenza costante nella vita del gruppo - alla sua austerità, alla sua bellezza. Ogni canzone del disco è così una cartolina spedita da un’ipotetica vetta, a volte illuminata dal sole, bella e rilassante, altre volte drammatica e tormentata, coperta da nuvole, addirittura disperata. Ogni brano una storia: il vuoto lasciato da una violenta e viva energia che si è spenta (In The Room There Was Violence), un amore finito e sofferto (Portraits Of Love), una critica verso l’amicizia fasulla offerta dai social networks (We Don't Want To Be Your Friends), lo smarrimento che a volte comporta l'affrontare la vita (Mountains Get Higher), la paura di soffrire e far soffrire i propri cari in punto di morte (My Death, liberamente tratta dall'omonima poesia di Raymond Carver). Un secondo album che già spicca per qualità e personalità, promuovendo gli Schiele non solo negli angusti steccati del rock Made in Italy, ma offrendo anche allettanti prospettive per il mercato indipendente internazionale. Una poetica intensa, un rock chiaroscurale che può essere assalto all’arma bianca o anche promessa di calore.

30/06/09

Un nuovo disco per i Popes con Shane MacGowan



"Outlaw Heaven" è il nuovo album dei Popes. Il loro parto più riuscito ad oggi. Shane MacGowan – il devastato vocalist dei Pogues – è presente in ben tre tracce: la title track, "Bastards" e "Loneliness Of A Long Distance Drinker" (titolo dell’anno, potete giurarci). Una delle icone della musica pop europea degli anni ’80, Shane contribuì a mettere in piedi il primo nucleo dei Popes nel 1994, con il quale incise l’album "The Snake", proprio all’indomani della sua dipartita dal gruppo madre. Il leader e maggior compositore della band rimane però Paul McGuiness, che per "Outlaw Heaven" mette in piedi una larga ed inedita formazione, all’indomani della triste scomparsa del virtuoso ‘dio’ del banjo Tommy McManamon. McGuinness fa una precisazione importante rispetto a quello che è lo spirito dell’album, che richiama sì vecchie glorie del rock irlandese, ma paradossalmente i Thin Lizzy di Phil Lynott – o addirittura il Van Morrison più acceso – piuttosto che gli stessi cugini Pogues. Si aggiunge poi l’esperienza del tutto particolare dietro le canzoni di questo disco, concepite – almeno a livello lirico – durante i suoi 4 mesi di prigionia nelle carceri di Pentonville. Un’occasione più unica che rara di disintossicarsi da sostanze alcoliche e stupefacenti. "Outlaw Heaven" rimane un disco di rock’nroll moderno con le classiche scorribande folkloriche offerte anche dal banjo del nuovo ingresso Fiachra Shanks e il fiddle di Ben Gunnery. Che si aprano pure le danze!

Francois And The Atlas Mountains


Francois esordisce nel gennaio del 2004 esibendosi per la prima volta dal vivo in solo, utilizzando un armamentario affatto male composto da tastiere (suonate letteralmente coi piedi), una chitarra, campionamenti dal vivo ed una spettrale drum machine, mescolando la sua attitudine pop con una vena ovviamente più sperimentale e di ricerca. Musicalmente lo possiamo accostare a Stereo Total per gli acquerelli electro-pop, ai Velvet Underground per la stoica ed abbacinante lentezza dei brani, ai nuovi conterranei Hood per l’idea di una musica pop dai toni trasognanti e addirittura a Francoise Hardy per le ovvie reminiscenze francofone. Sospinto in qualche maniera dalla scena underground locale, Fancois collabora nel ruolo di trombettista live con Rozi Plain (Fence Records) Movietone (Domino), Crescent (Fat Cat) e gli scozzesi Camera Obscura (4AD). Il suo primo disco è un CDr autoprodotto a titolo "Les Anciennes Falaises" : esce nel 2004 ed è il viatico ad un’altra stagione fatta di concerti e collaborazioni estese. Con il gruppo Atlas Mountains pubblica nel 2006 "The People to Forge" un disco molto più ambizioso uscito in vinile per Stitch-Stitch. Il gruppo si esibisce dal vivo in lungo e in largo fino a tutto il 2007, supportando Adrian Orange, Camera Obscura, Electrelane e moltissimi altri. Altro riconoscimento arriva da Ray Rumours, che invita la band ad incidere uno split per Too Pure Singles Club. Il brano utilizzato è "Swimmers, Drifters". Nel 2008 Francois si concede una pausa di riflessione, tornando a vivere coi suoi genitori in Francia, ritirandosi momentaneamente dalla sua attività artistica. Ovviamente per una figura così dotata nel dono della scrittura lo stop non può che considerarsi temporaneo. Uno spettacolo inedito per il Centre Pompidou e le registrazioni del nuovo album "Plaine Inondable" (in uscita a Settembre per Talitres) riportano Francois nuovamente sulla mappa, evidenziando un’affatto trascurabile influenza americana. Per queste session sceglie il quintetto polifonico Bost Gehio e membri del gruppo Unkle Jelly Fish, sfiorando a ripetizione i territori che un tempo furono dei Giant Sand e dei primi Wilco. Musica dai grandi orizzonti.

Andrew Weatherhall torna con un disco solista



E’ l’uomo che ha ricoperto di acido i Primal Scream all’epoca di "Screamadelica", l’artista che in qualche maniera ha firmato il trapasso di Warp dalla stagione dell’intelligent dance music a quella del recupero di una forte matrice wave (coi suoi Two Lone Swordsmen ha coverizzato addirittura "Sex Beat" dei Gun Club). Trasversale per definizione e necessità, Weatherall è un sopravvissuto della corrente acid house, l’uomo che ha detto la sua su Madchester ed ora si riscopre innamorato dei suoni rock’n’roll dei fifties. "A Pox On The Pioneers" è – incredibile a dirsi - il suo primo album solista, 30 anni di musica distillati in un singolo appuntamento. Weatherall ci tiene però a sottolineare come ogni forma d’arte, dalla pittura alla letteratura passando per il cinema, abbiano influenzato la sua opera. Ed in particolare fa riferimento alle storie sui gangster degli anni quaranta e cinquanta, che condensano in una scena od in una frase il trash e il pulp. "A Pox On The Pioneers" è Weatherall in pillole: l’uomo che si è scatenato dietro ad un mixer o ad una consolle, lavorando di cesello alla nuova cultura della musica da ballo, con la sua visione europeista di house e techno. A questo si aggiunge la riscoperta della canzone di protesta, pilotata da una chitarra blues, da una voce soul o da qualche complessino rockabilly. Andrew canta, suona la batteria e arrangia il tutto con la solita astuzia, rinunciando per buona parte al vizio del campionamento, per riscoprire una dimensione il più possibile analogica, che in qualche modo possa prendere in esame il groove della musica dance unitamente al rock più stagionato. Piccole citazioni dal catalogo della mancuniana Factory, tributi dispensati ai suoi gruppi preferiti di sempre (i Clash ed i Primal Scream), pillole di acida house dispensate con parsimonia. Fa tutto da sé Weatherall questa volta, non facendo certo rimpiangere i vecchi commilitoni e anzi ribadendo il vecchio adagio ‘chi fa per sé fa per tre’. Sembra un vecchio marinaio Weatherall oggi, il suo volto ed i suoi tatuaggi - Fail Me May, Sail We Must, da cui anche il titolo del pezzo che inaugura l’album – sono la fotografia di un uomo che ha precorso i tempi ed ora cavalca un’idea di musica che è unicamente sua.

26/06/09

Nebula



No news is good news. Spesso la ricerca affannosa del particolare inedito, dell’effetto sorpresa non ci permette di apprezzare a pieno chi artisticamente parlando continua a legarsi a salde credenze, riproponendo – seppure con spezie diverse – l’antico rituale del rock’nroll. Il nuovo album dei Nebula non lascia adito a dubbi, sin dal titolo "Heavy Psych" che in maniera programmatica introduce la nuova danza tribale del terzetto di Los Angeles. Eddie Glass (chitarra/voce ex-Fu Manchu) è ovviamente il depositario unico del marchio, avendo avuto al suo servizio una formazione spesso intercambiabile. Con il bassista/cantante Tom Davies (inglese, trapiantato in California nel 2004) ed il nuovo batterista Rob Oswald (della partita dal 2007, dopo trascorsi di lusso in altre imponenti realtà stoner come Karma To Burn e Mondo Generator) chiude il cerchio, tornando per di più ad incidere su Tee Pee, label iperattiva sul mercato del rock meno scolastico è più prossimo allo sconvolgimento mentale. Vintage è ancora una volta la parola d’ordine, come una collisione tra Blue Cheer, Amboy Dukes e Moving Sidewalks il disco si presenta in una bastarda fusione di prepotente psichedelia, riscoprendo le solite parate desertiche ed un utilizzo molto caratteristico del moog. Cosa che ci porta a pensare anche ad una lontana parentela con gli Hawkwind. Con una scrittura che apre anche ad elementi di musica tradizionale americana – non mancano certo intrecci dal sapore blues, come spruzzate southern boogie – "Heavy Psych" oltre ad essere una delle più alte espressioni del nuovo hard psichedelico americano è un disco che rivolta da capo a piedi la cultura del più estroverso rock: pillole di coscienza di strada ad alto voltaggio.

Strange Arrangements



‘Ho creato questo mio alter ego soul per gioco, doveva essere una cosa riservata ad amici e familiari e non immaginavo che avrei registrato un album intero o che mi sarei esibito dal vivo. A dire la verità fino a che non ho firmato per la Stones Throw non è che ci abbia mai ragionato su molto in generale…’ Mayer Hawthorne è l’outsider di casa, un bianco dagli occhi blue, ma soprattutto un soulman di quelli autentici. Tanto che Peanut Butter Wolf – uno dei responsabili dell’etichetta di Los Angeles – continuava a chiedere al diretto interessato se i suoi pezzi fossero re-edit di brani soul dei ’60. Eppure Mayer ha fatto tutto in piena autonomia, per di più nella proprio cameretta. L’influenza della Motown è chiaramente palpabile, del resto il vocalist – cresciuto ad ovest di Detroit – è stato da sempre affascinato dai flessuosi arrangiamenti e dalla calda vocalità degli artisti locali. Il brano Just Ain’t Gonna Work Out (certificati oltre 100.000 downloads) è stato singolo della settimana su ITunes in tempi recenti, aumentando il buzz per l’uscita dell’album completo – A Strange Arrangement – atteso con trepidazione tanto dagli addetti ai lavori quanto dai più edotti sostenitori di Isaac Hayes, Leroy Hutson e finanche del primo Barry White. Un lavoro che è figlio di quella grande stagione della musica nera americana, specchio fedele di quanto accaduto e registrato con parsimonia a cavallo tra il 1966 ed 1974. Il celebre dj e selezionatore Gilles Peterson ne parla già come la next big thing di questo 2009, un vecchio marpione del nuovo pop come Mark Ronson (colui che ha lavorato spalle a spalle con Amy Winehouse) ne decanta le qualità. Gli astri sono dalla sua parte, la critica pure.

Il disco esce in Europa il 9 Settembre



Portland Cello



E’ una nuova uscita importante di questo 2009 per Kill Rock Stars, un modo come un altro per dire che anche una delle più importanti label del macrocosmo indie ha la sua buona necessità di elaborare, preservare il suo archivio e rilanciare nuove strategie. E’ il primo album ufficiale del Portland Cello Project, che in passato aveva dato alle stampe unicamente due cd autoprodotti capaci però di toccare quota 3000 nella sola comunità dell’Oregon. Nell’organico di questa inedita formazione cameristica, che può variare da 4 a 18 elementi, il violoncello è ovviamente l’elemento cardine. Da sempre gli interni al gruppo hanno prestato servizio nella comunità indie, offrendo il proprio estro esecutivo ad alcune piccole/grandi icone del giro alternative rock: dai Dandy Warhols agli Horse Feathers, passando per Mirah e Laura Gibson. Nel nuovo disco si rinnova questo scambio culturale, in un fantasioso incrocio stilistico che vede sugli scudi la già apprezzata vocalist Thao Nguyen (che con il debutto dello scorso anno per Kill Rock Stars aveva spinto addirittura a paragoni con Cat Power) ed il piccolo astro nascente locale Justin Powers. E’ un disco dai contorni molto delicati, in cui la propensione cameristica del gruppo trova inedita valvola di sfogo nell’andamento avant-pop dei brani, impreziositi proprio dai featuring esterni. Nella eterogenea manciata di brani integralmente strumentali, spicca una cover – in realtà irriconoscibile – di "Mouth Of War" dei Pantera. Una musica di impronta classica che punta anche all’universo scintillante dell’indie più ricercato e meno indolente, con – all’orizzonte – gli insegnamenti propri della Penguin Cafè Orchestra.

25/06/09

Radio Moscow



"Brain Cycles" è il secondo album dei Radio Moscow e si materializza nella forma di un lavoro fortemente acido, equamente diviso tra fluenti momenti di psichedelia e tracce più prossime al rock dei primordi. Il gruppo cita l’eroico chitarrista Randy Holden – per brevissimo tempo anche nei Blue Cheer – i Groundhogs, il fuoriclasse del blues inglese Peter Green (ex-Fleetwood Mac) ed i biker figli dei fiori giapponesi Flower Travelin’ Band. La band arriva da una piccola cittadina dell’Iowa, creatura del prodigioso chitarrista Parker Griggs. I Radio Moscow debuttano nel 2007 col disco omonimo, prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, ed è già un piccolo - fluorescente - miracolo. Griggs fa ancora tutto da solo (chitarra, batteria, percussioni e voce) assumendo il giovane bassista Zach Anderson come unico co-pilota. "Brain Cycles" è un disco di stoner-rock più disteso, in cui le lunghe jam strumentali – da sempre biglietto da visita importante del gruppo – ricoprono per buona parte la durata dell’album. Avrete la netta sensazione di staccarvi da terra, in un viaggio della mente che riporta a circa 40 anni fa. Il giovane Parker Griggs si impone così tra le più lucide menti del nuovo stellare rock americano, quello che alle grandi arene preferisce addirittura l’iperspazio.

24/06/09

Acoustic Ladyland - Living With A Tiger

Dopo la pubblicazione nel dicembre del 2006 di Skinny Grinn – disco acclamato nella natia Inghilterra come nel resto d’Europa – per la V2, gli Acoustic Ladyland hanno conosciuto momenti intensi, continuando a proporre dal vivo la loro scoppiettante miscela di jazz moderno ed aggressivo rock dai contorni avant. Il primo dettaglio che salta all’occhio è il cambio di etichetta, Strong & Wrong è il nuovo domicilio artistico scelto dal leader Pete Wareham, per presentare la propria musica.

Ovviamente, assieme al cambio di scuderia Warehan ha fatto in modo di cambiare l’assetto della sua band: dentro Seb Rochford (leader dei Polar Bear, recentemente visto in tour con gli americani Dirty Projectors), il chitarrista dallo stile secco e tagliente Ruth Goller (anche effettivo di Alice and the Cool Dudes). Altro personaggio di spicco è il chitarrista Chris Sharkey (TrioVD, recentemente sotto contratto con la storica label jazz Candid) che in realtà entra nell’inedito ruolo di tastierista, fornendo una performance quanto mai spettacolare.

Wareham, non è certo rimasto con le mani in mano nel frattempo, allestendo parallelamente una sorta di supergruppo di vibrante no-wave dai tratti danzabili - The Final Terror – con lo stesso Chris Sharkey, Leo Taylor (Hot Chip) e Kenichi Iwasa (Chrome Hoof). Per di più è stato session man dal vivo coi Supergrass ed unitamente a Seb Rochford sarà presto protagonista della strabiliante collaborazione allestita da Herbie Hancock / Eno / Squarepusher.

La caratteristica portante del nuovo Living With A Tiger è l’avvicinarsi costante alle musiche di confine del nuovo millennio, con un’intensa attività ritmica che lascia intravedere l’ingerenza dell’hip hop come del grime. E’ sempre un frenetico jazz-core alla base delle musiche di Acoustic Ladyland, con i fiati di Wareham a balenare nell’aria, equamente furiosi e melliflui. Sembra appunto una rappresentazione del migliore James White, dopo l’ubriacatura no-wave alla ricerca dei grooves scanditi dai JB’s. Free-funk con attitudine, anche questa potrebbe essere una definizione affatto male.

Del resto lo stesso James Chance faceva capolino in Skinny Grin, ed un luminare del più astruso universo pop come Scott Walker si presentava in zona mixaggio. Segno che anche i musicisti più navigati, quelli indicati appunto come precursori, hanno saputo sin dai i primi momenti apprezzare la musica del quartetto.

Oggi in forma davvero smagliante con Living With a Tiger, pronto a sferrare il proprio attacco ai rockers benpensanti come ai jazzisti in doppio petto, grazie ad un ibrido saporito e scattante. Musica da felini, piuttosto cresciuti…