29/04/09

Current 93


Un nuovo marchio – Coptic Cat – ed una formazione mai come ora estesa e capace di convogliare gli umori allo stesso tempo bui e solari del cantore apocalittico per eccellenza: David Tibet. "Aleph At Hallucinatory Mountain" è l’atteso ritorno in studio dei Current 93, con un album che in oltre 53 minuti di musica si presenta ad oggi come il loro più ambizioso. Messe da parte le atmosfere più prettamente acustiche, l’Aleph di Tibet si configura come ancestrale rappresentanza psichedelica, con la sua inimitabile voce tesa e recitata a domare le fiamme della sei corde. Il disco elettrico dei Current 93, verrebbe da dire. Tirati dentro due eroi della sei corde come Keith Wood (meglio noto con la sigla Hush Arbor) e James Blackshaw (prossimo al salto di qualità con il disco di debutto per la Young God di Michael Gira) il percorso allucinato di Tibet esce dalle fosche brume del cantautorato mistico, per abbracciare una multipla dimensione rock. Elettricità è la parola d’ordine, almeno per una buona parte del disco. Ma gli ospiti non mancano di certo, ognuno a recitare una parte da protagonista e a rendere ogni singolo episodio di Aleph imperdibile nella sua urgenza. Lo stile vaudeville di Baby Dee, una sorprendente ed irriconoscibile Rickie Lee Jones, l’incantata bellezza di Andria Degens di Pantaleimon, la voce sensuale di Sasha Grey, starlette del nuovo cinema pornografico americano, tutte prove canore sopra le righe, che come nel precedente "Black Ships Ate The Sky" allargano sensibilmente la famiglia Current 93, verso una nuova esoterica dimensione. E ancora, il produttore ed enfant prodige Andrew Wk (anche bassista nella formazione live), il violoncellista John Contreras (Calexico, Marc Almond) e lo straordinario batterista Alex Neilson (Will Oldham, Red Krayola). Parata di stelle ma non ingombranti. Per puntare ad un unico clamoroso risultato: "Aleph At Hallucinatory Mountain", cosmico misticismo e rasoiate progressive (ultimamente Tibet si fa fotografare con una cintola degli Yes), il primo grande disco di questo 2009.

I Current 93 saranno ospiti d'onore al Post Romantic Empire Final Fest con una formazione d'eccezione. La poetica e l'intensità emotiva dei Current 93 sono quando di più rappresentativo P.R.E. si sente di proporre per chiudere, in occasione del suo colorato funerale, un percorso che ha fatto del Dream English Folk il suo tratto distintivo. Il concerto sarà parte del P.R.E. Final Fest che avrà luogo all'Init Club di Roma il 17 e 18 ottobre 2009. Disponibilità di biglietti solo in prevendita. Per info: giulio@postromantic.com

La chiamata di Holly



Holly Throsby arriva da Sydney, Australia. La giovane cantautrice ha da sempre abbracciato ambientazioni bucoliche per la sua musica, privilegiando luoghi ritirati e silenziosi per incidere. Accadde per il primo album "On Night" (2004) ed il successivo "Under the Town" (2006), ancora una volta registrato in un cottage presso le Saddleback Mountain. Per "A Loud Call" cambiano gli intenti: Holly si trasferisce a Nashville per incidere il disco con la supervisione del produttore Mark Nevers (che recentemente ha lavorato con Lambchop, Andrew Bird e Bonnie 'Prince' Billy). I fiati e gli archi sono stati invece sovra incisi da Tony Dupé nella Kangaroo Valley, ancora in Australia. Ad accompagnare Holly gli Hello Tigers (Bree Van Reyk & Jens Birchall), piccola e fidata formazione da sempre dietro all’artista australiana. Le sorprese arrivano semmai dagli ospiti: Bonnie 'Prince' Billy si distingue per il solito piglio melanconico nel duetto "Would You", mentre elementi assortiti di Lambchop e Silver Jews (Matt Swanson al basso, Tony Crow al synth e William Tyler alla chitarra elettrica) hanno il loro bel da fare in alcune tracce selezionate del disco. L’umore è cambiato, la Throsby ha ora un piglio più sicuro, merito anche delle numerose visite e dei concerti in Europa, Inghilterra e soprattutto negli States. Un’esperienza guadagnata sul campo, aprendo i concerti di Joanna Newsom, Smog, Mark Kozelek, M. Ward, Devendra Banhart, Paul Kelly, Eels e Low. Un’artista ritrovata pronta a sfidare il mondo con la grazia che l’ha sempre contraddistinta.

Magnetic Morning



E’ un disco bagnato nella classicità il debutto dei Magnetic Morning per conto di Sweet Nothing. Si chiama A.M. ed è il ponte di dialogo tra due artisti di apparente diversa estrazione, uno di passaporto inglese, l’altro americano. E siamo davvero nella sfera del paradosso, perché il britannico Adam Franklin che un tempo era il frontman della sensazione shoegaze inglese Swervedriver, non ha mai fatto mistero di ammirare il sound compulsivo di americani doc come Stooges e Sonic Youth. Dall’altra parte il batterista degli Interpol Sam Fogarino, residente a New York, ma con Joy Division e Chameleons nel cuore. Quasi uno scambio di ruolo. Fatto sta che dopo Toshack Highway ed un imminente album in solo, Franklin riscopre l’esigenza di costituire un gruppo a tutti gli effetti. Magari mettendo da parte le marcate influenze chitarristiche dei suoi esordi e propendendo verso una forma canzone più liquida, decisamente più pop. Con Beatles e Pink Floyd (altezza Animals e Wish You Were Here diremmo) ad offrire le necessarie garanzie artistiche, i Magnetic Morning curano nei minimi dettagli un disco di docile psichedelia, scegliendo come base operative i Normal Studios di Athens, Georgia. Andy Le Master (REM, Conor Oberst, Maria Taylor) è a bordo nella veste di ingegnere del suono, con lui l’ex bassista degli Sugar David Barbe. Dopo l’Ep omonimo di debutto registrato presso il prestigioso Electric Lady Studios di New York, un disco che nella forma appare più soulful, tanto da includere un’originale rivisitazione di Out In The Streets dell’indimenticabile gruppo vocale Shangri-la’s. Con i due a bordo ci sono Jimmy LaValle degli Album Leaf ed il tastierista live degli Interpol F.A. Blasco. Un disco che potrà addolcire il vostro risveglio.

28/04/09

Naomi Shelton & The Gospel Queens



Vi abituerete mai ai prodigi della newyorkese Daptone? Di certo gli appassionati del soul e della più raffinata black music non possono che abbracciare le scelte artistiche di questa ormai radicata realtà del mercato discografico occidentale, con base operativa a Brooklyn. Naomi Shelton nel particolare è una veterana, non esattamente la vostra cantante gospel ordinaria, anche se i suoi trascorsi parlano evidentemente quella lingua, con l’ovvio apprendistato presso la locale chiesa in Alabama dove assieme alla sorella faceva parte del coro di casa. Ma c’è anche un’intensa attività nei club soul dello stato di New York, con i suoi 45 giri “41st St. Breakdown” e “Wind Your ClockTalking ‘Bout a Good Thing,” considerati autentici classici del genere e suonati allo strenuo dai più importanti dj funk del globo. C’è voluta quasi una vita, ma l’album di debutto della Shelton causerà non pochi struggimenti nell’ambito della pop music occidentale tutta. Soul music ovviamente, con quell’afflato spirituale che lo avvicina ad una carezza ultraterrena. "What Have You Done, My Brother?", è un disco che stacca dal grigiore quotidiano, con temi di amore e compassione, investendoci con il calore e la gentilezza della cantante che sin dalle prime note di “What Is This” fino ad arrivare alla suprema rilettura di “A Change Is Gonna Come” - Sam Cooke per la cronaca – rilascia un unico universale messaggio. Una voce che conosce l’umanità, la verità e con estrema serenità canta un mondo ideale, dove è logico adorare anche il proprio vicino. La Shelton si esibisce con una certa continuità al Fat Cat di New York, con la complicità dell’ex bassista di James Brown Fred Thomas. Poi ci sono le apparizioni alla Brooklyn Academy of Music curate dal religioso menestrello Sufjan Stevens. E ancora le prestigiose comparse all’interno del Lincoln Center’s American Songbook ad ampliare ulteriormente il suo raggio d’azione. "What Have You Done, My Brother?" È così uno straordinario album per una donna che comunica direttamente con la sua anima. Un disco pieno di speranza e gioia, sentimenti necessari ora come mai prima.

Cliff Driver è il direttore musicale del gruppo e guida la band con il suo inimitabile piano honky-tonk. Jimmy Hill, è un celebre organista R&B, con trascorsi addirittura nella band di Wilson Pickett. Poi i chitarristi di casa Tommy “TNT” Brenneck e Bosco Mann, entrambi dal collettivo Sharon Jones & the Dap-Kings. Brenneck - lo ricordiamo – è anche coinvolto in Budos Band e Menahan Street Band, oltre a dirigere il marchio discografico Dunham. La batteria di una altro veterano della scena jazz-blues locale come Brian Floody aggiunge ulteriore sprint al disco, come del resto la presenza di un’altra figura ritmica come Homer Steinweiss - anche lui dei Dap-Kings (ma con trascorsi importanti nella band di Amy Winehouse, Jay-Z, Nas, Mark Ronson). Infine le Gospel Queens: Bobbie Gant, Cynthia Langston, Edna Johnson, Sharon Jones, Judy Bennett, Jamie Kozyra e Tamika Jones, con i loro cori soulful a rendere ancor più frizzante l’atmosfera. In Italia abbiamo già potuto apprezzare il talento della Shelton nella colonna sonora del film "Diverso Da Chi?". Ora un album che recupera un personaggio cruciale della scena black East Coast pronta ad investirvi col tutto il suo carico di umanità.

Astrid Williamson


Quarto album in solo per una delle più eclettiche figure del pop inglese. Da Brighton Astrid Williamson è divenuta presto figura culto e di riferimento per tutto un sentire alternative. "Here Come the Vikings", che esce per One Little Indian ai primi di giugno, è forse la summa della sua arte, un disco ammiccante ma anche intimo, tra mille rivoli e scenari che sfiorano il più abrasivo rock, quanto il pop, la più tipica ballata ed il soul in chiave decisamente moderna. Nei rispettabilissimi Goya Dress si è costruita una credibilità, arrivando ad incidere anche un album – Rooms - sotto la guida attenta di John Cale. Le susseguenti fatiche in solo Boy For You, Astrid Williamson e Day of the Lone Wolf sono dei piccoli prodigi di musica pop a 360 gradi, merito anche del produttore Malcolm Burn, che tra gli altri ha lavorato con Iggy Pop, Bob Dylan, Emmylou Harris, Peter Gabriel e U2. "Here Come The Vikings" è in parte uno dei dischi più elettrici dell’affascinante Astrid, mostrando anche una versatilità ad oggi inedita, tanto che la nostra era stata in passato incanalata nel calderone del folk inglese. Oltre alla sua affezionata backing band Astrid può tenere da conto le partecipazioni di Nick Powell degli Oskar, della violoncellista dei Belle and Sebastian Sarah Willson e di un veterano sessionman come Guy Barker, che non a caso ha lavorato con star totali quali Frank Sinatra e Nile Rogers degli Chic. Molti cambi d’umore all’interno del disco, dal power pop di Shut Your Mouth (Until I Kiss You) alle raffinate valenze di Sing the Body Electric, che celebra addirittura il poeta Walt Whitman Poi una torch song che vanta già una sua classicità come Crashing Minis corredata da un’alchimia strutturale che potrebbe suscitare l’invidia dei primi Radiohead. Nel corso degli anni Astrid ha messo la sua voce al servizio di artisti diversi come Electronic, Arthur Baker, This Mortal Coil/Hope Blister e Stephan Eicher. Attraverso la sua personale etichetta Incarnation (con distribuzione One Little Indian) ha anche pubblicato il disco elettronico Air Conditioning degli Oskar. "Here Come the Vikings" è l’album definitivo per questa cantautrice e poli-strumentista che sembra anche mandare a memoria la lezione del migliore post-punk inglese, grazia ad uno stile chitarristico che sa spesso essere sprezzante. Giugno sarà il suo mese, il 2009 il suo anno.

24/04/09

Blank Dogs - Under And Under



Ci risiamo. New York è il luogo delle operazioni, ma non voltate immediatamente pagina, non vi troverete di fronte ad un nuovo stuolo di artistoidi capelloni che invadono sistematicamente le vie di Williamsburgh a Brooklyn. Un tempo era shitgaze, ma ad oggi – nell’era della comunicazione in rete alla velocità della luce – è divenuto qualcosa d’altro. Gothic rock in salsa garage sessanta? Synth pop oscuro e disturbato da umori industrial-noise? Fate voi, non è uno sticker che fermerà Blank Dogs, fantasmatica figura che oltre ad irradiare nuova linfa nel catalogo In The Red, provvede a spingere in nuove direzioni il più risaputo rock chitarristico.
Con questo oscuro monicker il nostro ha realizzato già un nutrito numero di 45 giri, 12" e cassette (che ormai è il formato più cool in circolazione, lo dice anche Thurston Moore…). Ha lo stesso vizio dei produttori dubstep Mr. Blank Dogs, nascosto spesso dietro ad un telo, nemmeno fosse lontanamente legato all’Islam. Una voce da cavernicolo ovviamene filtrata alla meglio, su un beat wave sconnesso, che sa tanto di Joy Division e Jesus & Mary Chain
Messi in cantiere – per ora – i formati carbonari, Blank Dogs punta su un progetto ambizioso: un doppio album con 20 pezzi (ce ne sono solo 15 su cd, quasi a dar ragione ai difensori dell’analogico a tutti i costi) Under and Under è un disco che morbosamente occhieggia al pop, ospitando altri personaggi in vista della scena di Brooklyn come Crystal Stilts e Vivian Girls.
E’ una delle cose più eccitanti della stagione, il miglior pop rumoroso da almeno 10 anni a questa parte, con una viziosa componente electro, ed una morbosa attitudine simil-dark. La fantasia del fai da te di nuovo al potere.

"For all the musicians crafting grimy, lo-fi electro-rock, the man behind Blank Dogs takes it to another level...." -The Wire

"The music of Blank Dogs is all mid-tempo drum beats, discarded Cure basslines, and vocals that sound as if they were sung through a tape recorder submerged at the bottom of a frozen pond." - Fader

23/04/09

Stebmo


Stebmo è l’acronimo di Steve Moore, un polistrumentista con base in quel di Seattle. La sua fortuna è stata quella di incrociare la strada con Dylan Carlson degli Earth, altra celebrità locale, che una volta dismessi i panni del tetro profeta drone-doom ed avviata la conversione ad un’inedita forma di country psichedelico, ha scelto proprio Steve come prezioso collaboratore da studio e live. Del resto il nostro oltre all’organo hammond porta con sé l’uso magistrale del trombone. Steve è richiestissimo in ogni dove. Olte che negli ultimi dischi degli Earth, potrete ascoltarlo al lavoro coi SunnO))), Laura Veirs, Mount Analog, Sufjan Stevens, Bill Frisell, Eyvind Kang, Karl Blau, Your Heart Breaks, Skerik e chissà quanti altri. Una discografia già di per sè invidiabile. In questo baillame di collaborazioni c’è anche spazio per un progetto a suo nome, Stebmo, che oltre ad essere un qualcosa di realmente affascinante è un’ idea che si fonda proprio sulle precedenti esperienze di Moore, che non ha fatto davvero fatica ad allestire una formazione pazzesca, chiamando proprio a sé musicisti di diversa estrazione. E l’album di conseguenza è un compendio di suoni ed esperienze, esprimendosi in una libertà di linguaggio che tocca sicuramente il jazz d’avanguardia, il rock più visionario e certa musica da camera. Il disco è prodotto da Tucker Martine, all’appello dei collaboratori rispondono Matt Chamberlain, Todd Sickafoose, Eyvind Kang (il violinista che ha spesso lavorato con John Zorn e Mike Patton), Doug Wieselman (personaggio di spicco della downtown jazz newyorkese e recentemente arrangiatore da studio per Antony & The Johnsons) , Eli Moore, Ashley Eriksson, Karl Blau e Johanna Kunin. Un debutto omonimo vibrante, baciato ancora una volta dall’intuito discografico di Geoff Barrow dei Portishead, boss della Invada.

Assembled Head In Sunburst Sound


Jam chitarristiche che ci ricordano i migliori momenti del southern rock, un organo sferzante che è la fotografia del suono hard più classico ma anche di certo duro garage psichedelico di tardi '60. Brani che scorrono seguendo un flusso lisergico, distesi su un tappeto percussivo mai ingombrante, proprio perché è la sei corde lo strumento principe degli Assembled Head In Sunburst Sound, che anche quando non ricorrono al plug in elettrico, sono sempre capaci di dipingere quella wilderness che è prodotto d’origine controllata americana. Arrivano da San Francisco e sono tra i più atipici dead head (dal nome dei fans dei Grateful di Garcia) in cui possiate imbattervi, proprio perché lasciano scorrere la loro musica in canali onirici, andando di volta in volta a rievocare il west coast sound degli anni d’oro, certo progressive-folk inglese e addirittura le più movimentate colonne sonore del nostrano Morricone. Non mancano peraltro momenti di pura inquietudine post punk, con chitarre fuzz a stimolare la visione di nuovi universi al fulmicotone. Un bellissimo terzo album insomma per i nostri, che si sono chiusi in studio con Tim Green, nuovo re mida del suono hard-psych, di recente al lavoro con anime gemelle quali Howlin’ Rain, Comets On Fire ed Earthless. Sconvolgimento celestiale o diabolico piacere, a voi l’ardua scelta, fatto sta che When Sweet Sleep Returned sarà uno dei più allucinogeni viaggi rock di questo 2009.

22/04/09

Nuovo singolo per Mayer Hawthorne

Nemmeno il tempo di celebrare il suo debutto per Stones Throw con il singolo ‘Just Ain’t Gonna Work Out’ che Mayer Hawthorne torna a deliziarci con il suo suadente timbro in ‘Maybe So, Maybe No’, nuovo dodici pollici destinato ad aumentare vertiginosamente le quotazioni sul mercato di questo autore bianco, completamente immerso nella cultura di un’etichetta simbolo come Motown. Cantante e musicista a tutto tondo originario del Michigan, con il suo esordio Mayer ha conquistato i favori di dj e produttori di calibro internazionale quali Q-Tip, Mark Ronson, Gilles Peterson e Benji B. ‘Maybe So, Maybe No’ è ancora una volta una magnetica jam soul-funk, quasi una hit sommersa della Detroit anni ’60, con un beat tanto minimale quanto ammiccante. Non da meno la b-side “I Wish It Would Rain” (anch’essa nella doppia versione vocale/strumentale), che ci consegnano una futura stella del revival soul, prossimo al suo esordio sulla lunga distanza.

The Crocodiles - Summer Of Hate


Crocodiles - Refuse Angels from christin turner on Vimeo.

La casa del blues è ora più ampia, dalle parti di Oxford, Mississippi, Fat Possum ha deciso di ampliare sensibilmente i propri orizzonti, tirando a sé formazioni che dell’elettricità hanno fatto un manifesto, pur venendo da un clima tipicamente indie. Dopo aver pubblicato per gli States il prossimo fenomeno ‘da copertina ’ Wavves, tocca ai Crocodiles creare un ponte tra i seguaci della musica del diavolo ed i più ‘arrendevoli’ sognatori dell’orizzonte rock indipendente. E di primo acchito i Crocodiles sembrano proprio un gruppo di estrazione inglese a volerla dir tutta.

Lo spam mediatico inizia ovviamente attraverso la rete, grazie al passaparola generato dagli amici californiani No Age che eleggono il brano “Neon Jesus” tra i loro favoriti in una speciale playlis redatta lo scorso anno. Dato che i due di Los Angeles dopo il contratto con Sub Pop sono divenute vere e proprie istituzioni, per via del cosiddetto buzz si scatena un turbinio di richieste per i Crocodiles, desiderati come attrazione dal vivo, pronti ad indossare le vesti di funamboli del nuovo pop rumoroso.

Perché in sostanza è proprio questa la musica che suonano Charles Rowell e Brandon Welchez, due giovanotti scapigliati che arrivano da San Diego, una città apparentemente sonnolenta, ma capace di scuotere le fondamenta dell’underground americano, grazie ad immortali formazioni hardcore/punk e a più generosi maestri del nuovo rock’n’roll a stelle e strisce (Rocket From The Crypt su tutti)
I Wanna Kill e Summer of Hate, parlano però un’altra lingua. Perché se in lontananza c’è l’eco del lo-fi e la lunga ombra dei Velvet Underground, i brani dei Crocodiles sembrano un tributo alla terra d’Albione, quella che si avviava con passo vacillante alla stagione dello shoegaze. Ed in particolare i due Crocodiles potrebbero essere etichettati come la versione d’oltreoceano dei fratelli Reid. Stereogum li ha già ‘bollati’ come un incrocio tra Velvet Underground e Jesus And Mary Chain. Nulla di più veritiero.
Appena un anno di gestazione, con la produzione di un 7 pollici autofinanziato, ed i Crocodiles arrivano alla corte di Fat Possum, con Summer Of Hate, disco che rompe appunto con gli orizzonti solari della California stile Baywatch, puntando direttamente ad un suono oscuro e denso di feedback. Ma anche intimamente pop.
Queste melodie vi frastorneranno e questo sarà il rumore più gentile che potrete ascoltare nel corso di tutta la stagione. Uomo avvisato…

20/04/09

Elettrofandango



Su MTV.it potete ascoltare in streaming esclusivo e per intero il nuovo disco degli Elettrofandango "In quanto già peccato" in uscita nei prossimi giorni.


"gli Elettrofandango sono dei Capossela o degli Avion Travel che si guardano allo specchio e si riconoscono nel ribrezzo del vecchio Steve Albini, perpetrando il gusto della randellata, del torbido, dell'insonorizzazione cupa e inquieta" BLOW UP (voto 7)

"una pura botta di adrenalina ubriaca, quella che ci piace tanto e che va indietro fino ai tempi di SST, Amphetamine Reptile e alla Alternative Tentacles, ma anche fino alla nevrosi antipode di Beast Of Burbon e Birthday Party. Gli Elettrofandango ne incarnano una perfetta versione italiana, venata di wave oscura e capaci di risultare de noantri - inteso nella più orgogliosa accezione del genere - senza perdere un briciolo di terreno" RUMORE (voto 7)

"Una miscela esplosiva ed elettrica, trascinante ed unica: "In quanto già peccato" è un viaggio attraverso prismi colorati che riflettono daltonici bagliori di luce fra monatti della peste, violini ubriachi e druidi alchimisti. Il grottesco si fonde col bianco e nero creando atmosfere da gangster, liriche esistenzial-macabre alla Capossela e ritmi fra swing primordiale e rock graffiante" ROCKERILLA (voto 7)

"In Quanto Già Peccato è uno dei dischi italiani più importanti dell’anno. Punto e basta." Rockshock

"Un album geniale, in cui musica, letteratura, cinema e sperimentazioni si sposano nell’assoluzione sonora, veicolata da folli turbe liriche e graffi strumentali da lode. Assolutamente da non perdere! " Indie-zone

"semplicemente spettacolari" Ondalternativa


17/04/09

Pink Mountaintops - Outside Love

Stephen McBean è il volto più noto dei Black Mountain, il gruppo canadese che con il suo hard-rock dai solenni toni spirituali e dall’attitudine spesso progressive ha realizzato uno dei più bei dischi dello scorso anno: In The Future.
McBean che del gruppo è anche il maggior songwriter - ricoprendo il doppio ruolo di chitarrista/cantante - ha anche un progetto parallelo che da anni insegue con magniloquenza la più fervida canzone d’autore, in un’ispirazione che tocca frequentemente i lidi del west coast style, pur riservando certe attenzioni per la più esotica new wave. Outside Love è il terzo album del nostro, ancora sotto l’egida Jagjaguwar e da buon veterano della scena di Vancouver/Victoria Stephen può chiamare a sé un invidiabile stuolo di collaboratori. Tra cui vale la pena di citare Sophie Trudeau (A Silver Mt. Zion, Godspeed You Black Emperor), Ted Bois (Destroyer), Jesse Sykes (apprezzata solista e già voce nella collaborazione tra Boris e Sunn O)))), Joh Stevenson (Jackie O Motherfucker) ed Ashley Webber (The Organ Bonnie Prince Billy). Registrato presso gli Elmwood Studios con l’ausilio del nuovo guru indie John Congleton (Modest Mouse, Mountain Goats, Explosions In The Sky) Outside Love è un disco che fonde brillantemente rock e soul, in un formato canzone che spesso può richiamare quello degli Spiritualized di Jason Pierce , senza in questo rinunciare ai sapori più conviviali di Everly Brothers e Crosby Stills Nash & Young. Ne viene fuori un altro entusiasmante capitolo nella sua già ricca discografia, un uomo che sa sempre come sorprenderci.

Non perdetelo nel prossimo tour italiano:

21-Maggio - INTERZONA, VERONA
22-Maggio - INIT CLUB, ROME
23-Maggio - HANA BI, RAVENNA

Scarica il singolo Vampire in MP3





SHRINEBUILDER


E' sulla rampa di lancio uno dei più monumentali progetti contemporanei in ambito di heavy music. Vi preghiamo di appuntarvi questo nome: Shrinebuilder. Un quartetto che oltre a solleticare le vostre conoscenze, farà tremare anche i luoghi comuni del rock più estremo. La squadra si compone di Scott Kelly (Neurosis), Dale Crover (Melvins), del padrino del doom Wino (St Vitus, Hidden Hand, The Obsessed) e Al Cisneros (OM, Sleep). I brani che andranno a comporre il loro album di debutto per Neurot, sono quasi completati. Il disco, in uscita nei prossimi mesi (al momento la data non confermata è Settembre), sarà un qualcosa di stupefacente, un'immersione nei lati più reconditi della personalità dei 4 musicisti. Un rumoroso viaggio astrale. Per ora riscaldatevi con quello che è un tentativo di tracklist.

Solar Benediction
The Architect
Blind For All To See
Science Of Anger
Pyramid Of The Moon

16/04/09

The Warlocks "The Mirror Explodes"


In qualità di suo avvocato le consiglio di prendere una... aggiungete voi il colore della pillola in questione, l’importante è che i risultati siano per l’appunto lisergici. Con quel film d’antologia che è "Paura e Delirio a Las Vegas" bene impresso nelle nostre coscienze ci caliamo nuovamente nel mondo ideale dei Warlocks, che amano scorazzare dalla loro California come reduci da qualche tempesta psichica. Lo specchio che esplode è un disco che mette ordine nella musica del combo di Los Angeles, una psichedelia quasi gentile, che non taglia completamente con il passato, pur introducendo momenti decisamente più meditabondi. Ma è una meditazione oppiacea, non abbiate dubbi… Sono otto i brani di "The Mirror Explode", pastiglie dal conturbante effetto, che parlano la lingua di un rock stonatissimo, solo apparentemente carezzevole. C’è il consueto grado di melanconia nella musica dei Warlocks, ma le chitarre fuzz che scalpitano in lontananza fanno sì che l’anima pop del gruppo sia spinta sempre più rovinosamente verso il baratro. Ne esce un disco dai colori porpora, moderna ricostruzione di uno scenario sixties/seventies, fotografia distesa di quei balordi dell’arte che un tempo rispondevano ai nomi di Velvet Underground o 13th Floor Elevators. Canzoni spiritate, mai eccessivamente lunghe, perse tra rimasugli di una summer of love ed il ritorno massiccio del rock duro in salsa stoner. Dallo shoegaze invulnerabile di The Midnight Sun alla ballata psichedelica Static Eyes all’uptempo sferzante di Standing Between The Lovers Of Hell. La voce di Bobby Hecksher un elemento ancora di spiccata personalità, contemplando momenti di tenue intimismo come malevolenti schiamazzi dal profondo. Disco molto più umorale e distante dall’incessante fuoco sonico del precedente "Heavy Deavy Skull Lover," una prova del nove per questi californiani doc che rappresentano il fiore all’occhiello del catalogo Tee Pee.

15/04/09

Nuovo video per i Thermals




il trio di Portland spara quello che probabilmente ha sempre avuto in canna. E cioè puro e semplice power pop, tanto elementare quanto eccitante, con i ragazzi che si divertono a unire i trattini tra Who, Knack, Ramones e Green Day per vedere cosa viene fuori – IL MUCCHIO

“Now We Can See” è infatti molto meno frenetico rispetto alla media del trio di Portland e decisamente orientato verso una rivalutazione di atmosfere anni ’90. Quelle chitarristiche e college di Weezer, Breeders e Green Day, più pop e meno gravate da pesantezze grunge, affrontate con la freschezza del punk: ascoltate potenziali singoli come “i called out your name” o “when i died” per credere - RUMORE