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28/10/09

Uragano Cope

Quando anche il più severo fra i suoi detrattori è pronto a sventolare bandiera bianca, è lui stesso a coglierci di sorpresa con una serie di esibizioni soliste – sono state due le date italiane – in cui ha sì rivisitato il suo repertorio, ma unicamente armato di chitarra acustica, elettrica e – salturiamente – pianoforte. Archiviata questa esperienza – tutti i presenti ne hanno parlato in termini entusiastici – il nostro è sempre più indaffarato con una release schedule che non gli consente di tirare il fiato. Se anche la sua vecchia label Island si affretta a ripubblicare in versione doppia il capolavoro Peggy Suicide, ci sarà pure un motivo? Omaggiato dal prestigioso mensile The Wire con un copertina ed un relativo articolo monografico, Julian ci ricorda che il suo ultimo album, coi Black Sheep, Kiss My Sweet Apocalypse – pubblicato dalla Invada di Geoff Barrow dei Portishead - è ancora lì a testimoniare di quanto il druido abbia ampio controllo sul suo profilo artistico. La musica psichedelica è ancora oggi il suo pane quotidiano, il punto di partenza per nuove esagitate avventure. Un pozzo di scienza Cope, che dopo i libri monografici sul kraut rock ed il corrispettivo nipponico, è assurto al ruolo di incontestabile critico di settore. Kiss My Sweet Apocalypse è anche uno dei sui lavori di più spiccato orientamento politico, in cui l’omaggio diretto è a Che Guevara ed Ulrike Mainhof. Sonorità al solito evocatrici , tra strappi hard rock e pindarici voli psycho-prog, con annesse acide ballate decantate con fare propiziatorio.

18/09/09

Beak


Può essere un beat motoriko, una ripresa prepotente delle fondamenta shoegaze (magari in un crescendo chitarristico che possa richiamare eroi moderni come i Mogwai) od anche un viaggio di sola andata nei funesti meandri del doom rock più sulfureo, quello dei tanto stimati Sunn O))). Non è una raccolta di musicisti emergenti che amano farsi le ossa con le musiche più estreme del pianeta rock. Parliamo dei Beak, gruppo con residenza a Bristol. Si presentano in trio e debuttano per Invada. Nascono nel gennaio del 2009 per volontà di tre noti polistrumentisti locali come Billy Fuller, Matt Williams e Geoff Barrow. Quest’ultimo è sicuramente la figura di spicco dell’intera faccenda, essendo il batterista e al tempo stesso uno dei principali compositori all’interno dei Portishead, oltre che colui che dirige artisticamente - con risultati mai scontati - la stessa etichetta Invada. Non male il ruolino di marcia del bassista Billy Fuller, che è stato a libro paga per grandi come Massive Attack e Robert Plant, come del resto quello di Matt Williams – alias Team Brick, prestate attenzione al suo poliedrico debutto sempre per Invada – abituato a fare tutto da solo, abile com’è nella programmazione sintetica e nell’approccio più propriamente elettrico. Di questo progetto Barrow dice: “è estremamente positivo creare musica in diverse condizioni, rispetto a quelle solite in cui si è usi lavorare”. E se cercavate una via trasversale al rock moderno, certo non potevate trovare di meglio, tanta è la carne messa al fuoco dai tre, che animano questo esordio con staffilate rumoriste e momenti di calma apparente, giocando il tutto sugli incastri strumentali e ricorrendo molto raramente ad una voce leader. Un disco che mette sul piatto tutte le sue attrattive, senza alcun timore reverenziale, il prodotto di menti che oseremo definire supreme, quanto meno nei rispettivi ambiti artistici.

Beak> Iron Acton - Recording Session from Mintonfilm on Vimeo.


23/04/09

Stebmo


Stebmo è l’acronimo di Steve Moore, un polistrumentista con base in quel di Seattle. La sua fortuna è stata quella di incrociare la strada con Dylan Carlson degli Earth, altra celebrità locale, che una volta dismessi i panni del tetro profeta drone-doom ed avviata la conversione ad un’inedita forma di country psichedelico, ha scelto proprio Steve come prezioso collaboratore da studio e live. Del resto il nostro oltre all’organo hammond porta con sé l’uso magistrale del trombone. Steve è richiestissimo in ogni dove. Olte che negli ultimi dischi degli Earth, potrete ascoltarlo al lavoro coi SunnO))), Laura Veirs, Mount Analog, Sufjan Stevens, Bill Frisell, Eyvind Kang, Karl Blau, Your Heart Breaks, Skerik e chissà quanti altri. Una discografia già di per sè invidiabile. In questo baillame di collaborazioni c’è anche spazio per un progetto a suo nome, Stebmo, che oltre ad essere un qualcosa di realmente affascinante è un’ idea che si fonda proprio sulle precedenti esperienze di Moore, che non ha fatto davvero fatica ad allestire una formazione pazzesca, chiamando proprio a sé musicisti di diversa estrazione. E l’album di conseguenza è un compendio di suoni ed esperienze, esprimendosi in una libertà di linguaggio che tocca sicuramente il jazz d’avanguardia, il rock più visionario e certa musica da camera. Il disco è prodotto da Tucker Martine, all’appello dei collaboratori rispondono Matt Chamberlain, Todd Sickafoose, Eyvind Kang (il violinista che ha spesso lavorato con John Zorn e Mike Patton), Doug Wieselman (personaggio di spicco della downtown jazz newyorkese e recentemente arrangiatore da studio per Antony & The Johnsons) , Eli Moore, Ashley Eriksson, Karl Blau e Johanna Kunin. Un debutto omonimo vibrante, baciato ancora una volta dall’intuito discografico di Geoff Barrow dei Portishead, boss della Invada.

25/02/09

Crippled Black Phoenix



Dopo aver realizzato nel 2007 un classico underground come "A Love Of Shared Disasters", torna in azione il supergruppo – per quanto stantia possa apparire tale definizione – Crippled Black Phoenix, fiore all’occhiello della più trasversale scena britannica, quella sospesa tra esperienze wave, neo-psichedeliche e addirittura stoner. Non è un caso che il cospiratore numero uno della compagine sia tal Justin Greaves, eminenza grigia del più visionario hard made in UK, già operativo all’interno di gruppi di tutto rispetto quali Electric Wizard, Iron Monkey e Teeth The Lions Rule Devine. Per buona parte della seconda metà del 2008 i Crippled Black Phoenix – con una formazione in parte rinnovata – si chiudono in studio per dare un seguito all’epocale esordio di cui sopra, atterrando in ultima battuta allo State Of Art Studio di Geoff Barrow, uno dei tre Protishead, ma soprattutto deus ex-machina di Invada, l’etichetta che nuovamente lancia le ambizioni dei nostri. Nella nuova line-up spiccano i nomi di Joe Volk (Gonga), Dominic Aitchison (Mogwai), Kostas Panagiotou (Pantheist) e Charlotte Nicholls. Ognuno apporta elementi sostanziali al risultato finale, ribadendo se possibile la forte vena lirica che dagli esordi ha contraddistinto l’idea dietro Crippled Black Phoenix. Episodi sempre tesi al collasso emotivo, in lunghe code strumentali o aperture quasi cameristiche, una miriade di dettagli che lascia pensare al lavoro di chimici ineffabili. Perché è proprio la chimica il segreto, la funzionalità di così disparati elementi costipati all’interno di un unico disco. Psichedelica, dilatazioni dal sapore quasi desertico, sezioni archi avvolgenti, brani che crescono esponenzialmente ad ogni ascolto, suggerendo un’idea di libertà. E l’idea di non essere circoscritti in nessun girone stilistico conforta certamente i Crippled Black Phoenix, in grado di sciorinare il loro credo, attraverso liquide, ancestrali proiezioni. Un ritorno a tinte fosche, un paesaggio autunnale di sconfinata bellezza.

19/02/09

Malakai



Ed ora qualcosa di completamente diverso… ok, non si tratta dei Monty Python, ma di un novello cantautore che comunque dalla terra d’Albione arriva. Il luogo è Bristol, mentre il nostro uomo si cela dietro all’enigmatico nomignolo di Malakai (in ebraico sembra voler dire angelo). L’album di debutto "Ugly Side Of Love" esce per la Invada, etichetta gestita da Geoff Barrow, una delle menti pensanti dei Portishead. Un’indipendente che ci ha abituati con i suoi sparuti numeri di catalogo a godere di sempre ottime produzioni, fosse l’hard rock psichedelico dei Gonga od una recente indagine sui gruppi dei sotterranei inglesi dediti a rinverdire i fasti dello shoegaze. Smanioso di dare un contributo a questo suo nuovo pupillo Barrow non si tira certo indietro, né ai controlli, né tanto meno in fase di scrittura. Una supervisione che va ben oltre l’ordinario, sottolineando quello che è uno strabiliante esordio. Hip hop nell’attitudine, psichedelico nel cuore. E’ quasi sfuggente l’opera prima di Malakai, a tratti sembra di ascoltare una garage band jamaicana, altrove un gruppo Merseybeat sospinto dalle basi di RZA. Ma anche un Dick Dale spauracchio sulle onde dell’oceano. Una musica piena di citazioni cinematografiche, per rendere la proposta ancor più commestibile. Pensate che la traccia d’apertura "Warriors", è liberamente ispirata all’omonimo film - I Guerrieri Della Notte in Italia – con una frase simbolo campionata ad hoc a saltellare tra genuini accordi psych-folk-pop: Warriors, come out to play, warriors come out to play? (con l’inimitabile ticchettio delle bottigliette in vetro). Ne volete sapere un’altra? No, non è un pettegolezzo, ma poco ci manca, almeno per i cultori dei rotocalchi musicali. Da qualche parte si vocifera che Malakai sia la re-incarnazione hip-hop di Syd Barrett… Stupiti? Andate oltre con il programma, "Ugly Side Of Love" è talmente denso di sorprese da saziare ogni palato, anche quelli più fini.