02/12/08

Milano New Wave, la nuova imperdibile uscita Spittle


Spesso – con fare tipicamente sarcastico – si parla della Milano anni ’80 come della Milano da bere, quella dei manager rampanti, dell’altezzoso mondo della moda, degli aperitivi tres chic. Eppure un underground pulsava nelle viscere della metropoli meneghina, rispecchiando in questo l’andamento dei tempi. La chiamarono tidal wave, un’onda anomala che in realtà poco aveva a che spartire col barocco rock nostrano, né – tanto meno – con le pruriginose stagioni del dopo-disco. Other Side, State Of Art, La Maison e Jeunesse D’Ivoire con la loro algida sensualità, la loro funkness tutta bianca ed il loro sound decadente avrebbero forse potuto fare fortuna altrove. Il loro sound era incredibilmente allineato alle coordinate del sentire continentale, tanto da stupire anche ai giorni nostri. Non si fossero esaurite in rare incisioni da studio – ed in ancor più fantomatiche esibizioni dal vivo – le loro carriere artistiche avrebbero potuto conoscere un sussulto, magari spalleggiate dall’interesse di label che all’epoca stavano ridisegnando i confini del nuovo rock, fossero Factory o Mute.

L’incedere lugubre di Other Side ricorda a tratti quello dei Bauhaus, influssi gotici però stemperati da un’inedita vena ritmica. Il white funk di State Of Art rischia di suonare attualissimo anche ai giorni nostri. La band capitanata dal vocalist Fred Ventura (oggi apprezzato produttore nel ramo letfield dance e curatore di questa raccolta) sfidava sul suo stesso campo Talking Heads ed A Certain Ratio, sfiorando addirittura le intuzioni avant pop dei primissimi Spandau Ballet. I collage elettronici di La Maison parlavano invece la lingua dei Cabaret Voltaire del primo periodo, i loro cut-up sonori tanto dovevano all’allora trio di Richard H Kirk e Chris Watson. Fascinoso invece il new romantic di Jeunesse D’Ivoire che quasi in tema con le più sofisticate pop wave band inglesi, anticipava un discorso melodico estremamente raffinato. Quattro formazioni e quattro storie a sé stanti, un bagaglio artistico non indifferente, sciorinato in cinque brani per band di rarissima reperibilità, oggi finalmente confezionati dalla sempre sorprendente Spittle in un packaging dal tocco futurista. Un’eredità che non dobbiamo affatto dimenticare.


MILANO NEW WAVE 1980-1983

Other Side
01 The Taste Of The Fables
02 Central
03 Praise
04 December, Fragment
05 Contrition

State Of Art
06 Downtown
07 Dantzig Station
08 Venice
09 At Night
10 Show Me

La Maison
11 Igloo
12 Critical Situation
13 Mercedes
14 Jet Two
15 Narciso

Jeunesse d'Ivoire
16 A Gift Of Tears
17 Silent Imagery
18 Scenery
19 Praise
20 Moon


01/12/08

Kid 606 - Die Soundboy Die

L’enfant terrible dell’elettronica californiana – tiene sempre a ribadire le sue origini messicane comunque – torna con un succulento album messo in circolo da una delle più lungimiranti etichette indie inglesi: la Very Friendly. Dopo aver attraversato in lungo e in largo tutti i possibili scenari elettronici, a partire da quella gloriosa metà novanta, Kid 606 mostra prepotentemente il suo valore, lanciando un messaggio a tutti gli artisti borderline del nostro tempo.
Avendo pubblicato per etichette prestigiose quali Mille Plateaux, Ipecac e la personale Tigerbeat 6, il nostro ha sconvolto letteralmente la scena digitale, affiancandosi anche a nomi di peso quali Matmos. Non c’è genere che non abbia toccato, dall’ambient al più astratto click’n’cuts, passando per un’idea assai stravagante di dancehall. Ed è proprio su quest’ultima posizione che si attesta in Die Soundboy Die, facendo collidere generi estremamente fisici come il dubstep, il ragga e la techno. E’ un riemergere prepotente della scena rave, nei suoi aspetti più antichi e moderni. Ma questa è una pura coincidenza, sono canzoni queste sorrette da oscure e spaventose linee di basso, che intendono celebrare la vita, pensando contemporaneamente alla morte. Non propriamente un concept album, almeno a livello sonoro, perché i cambi di tempo e stile fanno di questo disco un’opera estremamente sfaccettata a livello ritmico. Ma intendiamoci, questa è pur sempre la musica migliore per testare i vostri impianti, soprattutto in previsione di un clash tra sound system. Perché proprio in quella cultura è immersa la musica di Kid 606, pregna degli stilemi del genere. E’ un sound che colpisce al basso ventre, impietosamente, che impone una danza sfrenata, ritualistica.
Se amate crogiolarvi con le sonorità di The Bug, Vex'd, Drop The Lime e Dj /Rupture troverete pane per i vostri denti, anche perchè a tutti gli effetti Kid 606 può essere annoverato tra i precursori di un suono anfetaminico, che partendo dai bassifondi inglesi – con in mente la lezione dei grandi dj jamaicani – affronta a volto scoperto gli scenari del nuovo millennio, imponendo drastiche combinazioni concettuali.

Nera danza industriale, l’incubo più prossimo per gli appassionati di chill out music…

28/11/08

Tour italiano per Wildbirds & Peacedrums


Dalla Svezia una delle novità più interessanti del panorama musicale europeo. Voce e batteria, per una band capace di mescolare folk, soul, blues e free music come pochi sanno fare. Il loro esordio 'Heartcore' è tra le gemme indiscusse del 2008.

Da non perdere, dal vivo in Italia:
Stasera (28 Novembre) al Magnolia di Milano, domani 29 Novembre all'Init di Roma e il 30 Novembre al Velvet di Rimini.


'Duo svedese dal suono pop minimale, tra blues, jazz, folk e pop. Sorprende la voce di Mariam Wallentin: una forza della natura.' 8Recensione boxata su Jam di maggio, 4 stelle) 'Già a buon diritto tra le pagine di più pura e perfetta bellezza che potrà regalarci il 2008'. (Blow Up)

'Capaci di rapire con ballate folk eteree, tambureggianti blues sui generis, romanticismo pop e un senso tangibile di energia quasi primitiva.' (Rumore)

'...Wildbirds&Peacedrums, coppia di musicisti realmente fuori dagli schemi senza voler risultare alternativi per forza...il perfetto esmpio di come la contaminazione sia l'arma in più per realizzare, nel terzo millennio, musica destinata a rimanere...' (Il Mucchio)

'Essenziale, perchè tutto gira tra le corde vocali di Marias e le percussioni di Andreas; sofisticato, perchè subito sotto si scoprono un'infinità di suoni che portano la mente lontano in luoghi meravigliosi e sconosciuti.' (Beat Magazine)

'La musica di Heartcore ...fonde elementi di blues, jazz e folk e pop in un'attitudine spontanea e improvvisativa che miscela purezza e istinto animale, innocenza e ferinità con esiti talvolta sorprendenti...i due riescono a creare atmosfere ancestrali e magiche, capaci di trasportare l'ascoltatore in una dimensione fuori dal tempo.' (Jam)

Zomby - Where were you in '92?


Werk Discs è lieta di presentare l’album di debutto di Zomby, astro nascente della scena dubstep al tramonto di questo 2008. Where Were U in 92 ? è come un fulmine a ciel sereno, un mixtape fatto di piccoli capolavori ritmici sommersi. Questo è il biglietto da visita di un’artista che ha scosso dalle fondamenta l’intera scena dance/elettronica continentale. Non aspettatevi però un amorfo omaggio ai tempi ed ai modi che furono, perché Zomby ha tutto l’interesse a riattualizzare il sound del dopo-rave con il necessario gusto ed aprendo a scampoli di modernità. Disco dall’alto tasso energetico, dove il beat è spesso spezzato, in onore alla scena garage/2 step che ha fatto il bello e cattivo tempo nell’Inghilterra di inizio decennio. Prima la jungle, poi il drum’n’bass, il grime ed immediatamente a ruota il dubstep. Se un neologismo come bass rave potesse aver mai ragione d’esistere, Zomby impersonerebbe il ruolo di pioniere di quest’altra sensazionale creazione ritmica.
Prestando fede al suo nomignolo, Zomby compare dal nulla ed all’anagrafe risulta già defunto. Le sue prime uscite erano già gettonate da Mary Anne Hobbs che dalle frequenze di Radio One – ed all’interno dello show Breezeblock – promuoveva senza mezzi termini il produttore inglese. Da lì è immediato il riconoscimento dei più noti dj e network internazionali: Kode 9 (Londra), Sinden Kiss FM (Londra), Skream (Londra), Erol Alkan (Londra), Laurent Garnier (Parigi), Drop The Lime (New York), DJ/Rupture (New York), Tayo Kiss FM (Londra), Diplo (NYC), Richie Vibe Vee 1XTRA (Londra), DJ Chef (Londra), Toddla T (Sheffield), Oneman (Londra), DJ Maxximus (Berlino), Blackdown (Londra), Bok-Bok & Manara (Londra), Modeselektor (Berlino), Rob Da Bank (Londra), etc. Amatissimo anche negli States, dove gira con allarmante frequenza, Zomby è riconosciuto oltreoceano come uno dei selecter principe di uno stile che coniuga la Chicago house con i più contemporanei fermenti ritmici inglesi. L’album per Werk è seguito a stretto giro dal doppio dodici pollici inedito per Hyperdub, che vira verso una sorta di funk digitale davvero marziale.

Xela - In Bocca Al Lupo

John Twells oltre a specchiarsi nel nome d’arte Xela è anche direttore artistico e proprietario dell’etichetta Type. Il suo approccio musicale guarda ben oltre gli steccati del genere elettro-acustico, incorporando spesso e volentieri elementi estranei, che danno una dimensione molto ampia del suo soffio artistico. Piuttosto che citare compositori moderni, o prodigiosi interpreti del verbo digitale, John Xela guarda con spirito del tutto avanguardista alla musica sacra e al cinema. Mettendo a nudo le sue influenze, non perde occasione di citare Dario Argento, Lucio Fulci, George Romero, Umberto Lenzi, John Carpenter e Lamberto Bava, registi che hanno sempre valutato fondamentale l’idea di ‚suono’ nelle loro pellicole. Questo passaggio è stato evidente nel suo penultimo album da studio The Dead Sea, macabra discesa nei meandri del soundtrack horror, grazie ad un’efficace produzione strumentale in grado di citare ambient siolazionista, spettrale folk music ed elettronica ante-litteram. Da qualche parte tra gli scenari retro-futuristi del BBC Radiophonic Workshop e la cosiddetta grey area (altro modo per indicare le culture ‚industriali’ di inizio 80, sulal falsa riga dell’omonima collanana Mute).
Ancora più immerso in questi magmatici scenari è il nuovo cimento da studio a titolo In Bocca Al Lupo, quasi un eufemismo se pensiamo alle sinistre atmosfere evocate dal solo John. Nel particolare si tratta di una composizione di 60 minuti concepita per un’ orrorifica installazione in quel di Chicago. Per giungere alla definizione di questo tema, Xela ha spesso visitato le antiche basiliche e cattedrali italiane e spagnole, per scorgerne nell’architettura ulteriori elementi di ispirazione.
E’ evidente come questo album sia ulteriore sforzo nella definizione di un genere proprio, atipico, dove in completa assenza del ritmo, si spolvera tutta l’inventiva del mezzo analogico, delle sue remote possibilità e della potenza descrittiva della musica in sé. Un suono che sicuramente non può prescindere dagli oscuri scenari in cui è concepito, un cinema per le orecchie, un’acquatica sala degli orrori. Rievocando in parte la morte statica del David Lynch di Eraserhead come le pieghe più rarefatte dei nuovi terroristi sonici – leggete alla voce Wolf Eyes, Hair Police e Yellow Swans – Xela ci consegna con In Bocca Al Lupo il definitivo – e sprezzante – manifesto horror di questo decennio.

Viva In The Red!


E’ stato un anno intenso per
In The Red, in assoluto uno dei più memorabili, la testimonianza definitiva di un marchio che ha saputo imporre nuovi dettami nelle basse sfere della scena underground internazionale. Facciamo ordine. C’è una sorta di figliol prodigo che torna alla base con un atipico jukebox: Jon Spencer, ovviamente accompagnato dalla fida Blues Explosion. Di contro un altro enfant prodige dal carattere piuttosto riottoso che di nome fa Jay Reatard, ora destinato a scalare le classifiche indipendenti forte di un accordo con Matador. Ma ve lo diciamo noi, il doppio antologico pubblicato da In The Red è la sua cosa più graffiante: come i Wire e gli Stranglers a braccetto in direzione Back From The Grave e Pebbles. Poi altre ragazze riottose. Tre per l’esattezza, si chiamano Vivian Girls e sono già un fenomeno mediatico. Tra shoegaze ed attitudine lo-fi, il più fresco e roboante pop che avete ascoltato in stagione.
E ancora, l’uomo che dalla Motorcity – Detroit – ha fatto sì che soul e garage rock convergessero in un’unica direzione: Mick Collins. L’ennesima sortita con una rinnovata versione dei Dirtbombs in We Have You Surrounded è roba destinata a cultori e profani. Del resto è stato proprio il frontman di colore a suggerire due fondamentali ad un personaggio come Jack White Stripes.

Le sorprese non finiscono qui, tanto che l’etichetta ci riserva una coppia di uscite proprio sul filo di lama, anche per mettere in difficoltà i rigorosi osservatori dell’underground occidentale. I Mystery Girls sono il lato più gentile della faccenda, hanno iniziato nella natia Green Bay, Wisconsin, poco più che teenagers. Il loro terzo album – Incontinopia – è stato registrato un paio di anni fa e come i vini di buona qualità è rimasto in cantina, a macerare. Ed il suono vintage della band non ha fatto altro che risentirne, benevolmente. Dosi massicce di garage-punk ed r&b, con un tocco di psichedelia, a rendere ancor più fascinose le loro evoluzioni. Spicca in particolare la voce di Casey Grajek, roca e genuinamente blues. Le chitarre di Jordan Davis e Mount Mathieu D'Congo' duellano come nella miglior tradizione di MC5 e Yardbirds. Elementi che fanno di Incontinopia un classico a tutti gli effetti.
Per cinque ragazzi dalle facce pulite abbiamo un corrispettivo più selvaggio, provenienza Inghilterra. Si chiamano Black Time, sono londinesi e da anni sono il terrore dei benpensanti. Almeno coloro che amano crogiolarsi tra sonorità morbide e gentili. Sono una macchina dal vivo, rodatissima, forti di numerosi tour in giro per gli States ed il vecchio continente. Terrore e sgomento. Se volete vederla in questi termini. Eppure questo barbaro garage affogato nel vetriolo farà la gioia di tutti gli oltranzisti. Double Negative è la nuova fatica del trio composto da Lemmy Caution, Janie Too Bad, e Mr. Stix. Se siete abituati al clima teso ed orrorifico delle raccolte Back From The Grave od ai temibili jukebox allestiti dai Cramps, troverete pane per i vostri denti. Il loro immaginario si rifà opportunamente a ricordi fumettistici e cinematografici che odorano di serie b. Una band rock adorata da Ed Wood, nel gioco delle ipotesi. Sono forse l’ultima frontiera del rock’n’roll più animale. E l’apprezzamento dei media specializzati non manca: ‘brani suonati e registrati con una finezza tecnica che fa assomigliare Billy Childish a David Gilmour’ (All Music Guide). Amen.

27/11/08

ANATHALLO - Canopy Glow (Anticon Records)



A volte i miracoli hanno la forma di canzoni celestiali. E sappiamo come nella storia della musica popolare sono spesso le melodie ad iscrivere un’artista direttamente nel mito. Matt Joynt ed Erica Froman arrivano da Chicago, Illinois e sono il nucleo di Anathallo, band che sancisce in maniera inequivocabile il binomio Anticon = contemporary indie music. Sapori sixties e neo-psichedelia si insinuano nelle maglie del brano d’apertura Noni's Field ipotizzando un duetto a distanza tra lo spirito santo Brian Wilson ed il figlio Panda Bear. Aldilà dei paragoni altisonanti il secondo album di Anathallo è un caleidoscopio indie, che ci lascia ancora ben sperare sulle sorti della più viscerale ed artistoide pop music. Un inno alla vita, consideratelo come tale.

Sono sinfonie tascabili quelle ideate dai due, armonie preziose che si insinuano su deliziosi corpi percussivi. La veste di polistrumentisti consente alla coppia di cambiare spesso ruolo, approcciando con confidenza elementi acustici e digitali utilizzando sì moderne tecnologie, ma con un innato gusto vintage. Ecco perché queste melodie vi faranno pensare ad un qualche residuato bellico pop psichedelico, magari ibernato e riportato a noi attraverso un tunnel dei desideri.

Canopy Glow è così un disco poetico e profetico, illuminato dai raggi di un ottimismo cosmico. La rinascita artistica di Anticon passa direttamente da Anathallo, tappa decisiva verso riconoscimenti globali.

http://www.myspace.com/anathallo

26/11/08

Tenebrous Liar



E’ l’esatto momento in cui ci si avvicina al collasso, quando le corde della chitarra grondano sangue, quando il rock diviene esercizio trasfigurato, lavoro sporco per mendicanti dell’anima, tenebrosi e loschi figuri che vanno a scandagliare nella più tetra coscienza. Il leader dei Tenebrous Liar Steve Gullick non riesce certo a nascondere il senso di pericolo celato tra le note della musica della sua band, del resto da una persona così abile nel riprodurre immagini (Steve è stimato fotografo, richiesto anche dai gruppi indie più à la page) non potevamo che attenderci figure spettrali, grottesche. Un senso di dramma e di combattimento interiore contraddistingue l’opera della band inglese, che sotto la protezione artistica della Tenor Vossa (il marchio di proprietà dei Breathless) lancia il suo disturbato segnale in feedback al mondo intero. Steve Gullick ha lavorato per buona metà degli anni ‘90 al servizio del Melody Maker, forte della sua professionalità ha avuto modo di incrociare alcune delle più influenti realtà d’oltreoceano. Condizione che umanamente ed artisticamente ha finito con l’influenzare il nostro, al momento del battesimo di fuoco coi suoi Tenebrous Liar. Il gruppo che viene alla luce nel 2004, location East London, in un loft che prima era un autentico deposito di riviste e pubblicazioni indipendenti (Steve con gli amici di sempre non ha mai abbandonato la sua passione per la fotografia e la comunicazione, dando vita ad ulteriori magazine e progetti grafici). Ad assisterlo nelle sue prime invettive sonore è James Johnston (leader dei Gallon Drunk e cospiratore nei Bad Seeds), ma presto le collaborazioni di Steve assumeranno toni sempre più profondi e magnetici. Di recente lo ricordiamo protagonista col gruppo aperto Soulsavers, lo stesso che si è servito dei prodigi di Mark Lanegan.

La storia dei Tenebrous Liar si fa ancora più intrigante in tempi recenti: dopo tre album per Fire Records arriva la nuova pubblicazione per Tenor Vossa. "Last Stand" è un cacofonico album di blues rock striato di venature soul. Solenni marce funebre che odorano di accorata disperazione metropolitana. Il taglio è severo, queste chitarre gracchianti graffiano come artigli affilati. C’è tutta un’estetica rock da serie B, corpi mutanti nell’oltretomba sonoro. Se vi diciamo che i nostri hanno aperto le recenti date inglese di Nick Cave e Bad Seeds non farete davvero fatica ad immaginare questa combustione artistica. I Tenebrous Liar sono il risveglio della più malsana filosofia rock, un alveare di tendenze spiritate, luogo per celebrare la caduta degli ultimi dei noti.

“If Leonard Cohen brings a smile to your face and you are partial to a bit of low-fi then Tenebrous Liar is the band for you”
 THE SUN



“Imagine Lift To Experience stuck in the eternal damnation their songs tried to escape from, but with a result more ashcan reality than spiritually vivid”
 DROWNED IN SOUND



"Tenebrous Liar purvey a dark, doomed and deliciously damaged style of cosmic/ambient rock melancholy, which is nevertheless hugely uplifting" 
TIMEOUT



“Ultimately, this debut occupies a murky place in a collective musical psyche that may make your stereo frown. It1s not pretty, it1s largely devoid of hope and direction, yet crucially - it still has the power to uplift. It1s really good” 
MOJO


Lord OF £ 39

Aldilà dei sinistri volti incappucciati e della cultura chimica (avete presente le storie di Irvine Welsh?) che da sempre ne ha contraddistinto le abitudini, la scena rave è in realtà riuscita ad imporsi sulla distanza, mutando necessariamente corpo e andando ad informare una cultura musicale relativamente giovane come quella del dubstep. Neil Landstrumm - che proprio incappucciato adora farsi ritrarre – opera in questo ambito di confine sin dal 1994; nonostante il suo nome d’arte parli nordeuropeo, il nostro si colloca tra le figure più rappresentative della scena dance underground britannica. Tanto da aver inciso per alcune delle etichette simbolo dell’area, come Peacefrog e – attualmente – Planet Mu. Per nulla trascurabile anche la sua sortita per la tedesca Tresor, capace di proiettare musica trance ed acid house verso nuovi lidi. Dopo il debutto per l’etichetta di Mike Paradinas con Restaurant of Assassins, per Neil è stato logico abbracciare un nuovo verbo ritmico, che oltre alle primordiali influenze techno prevedesse elementi di dub, breakbeat e Miami bass. Tutto questo per definire un nuovo corpo e fare definitivamente breccia nei cuori dei più spregiudicati ascoltatori di alternative dance, fermo restando il supporto incondizionato di BBC, con i suoi programmi di genere, Kiss FM e Radio 1 (lo show definitivo di Mary Anne Hobbs).

Con Lord for £ 39 Neil amplia se possibile il suo raggio d’azione, puntando in maniera prepotente anche sull’elemento vocale, chiamando a sé, mc e vocalist di rinomata fama. Carlton Killawatt, Ebola e Si Begg sono i nomi su cui si punta, per offrire un flavour più prossimo all’hip-hop stradaiolo. Ora la collisione di stili è totale, Lord For £ 39 è la summa dell’elettronica più borderline: dall’abstract funk al two step, dal grime al garage, un distillato di tutto quello che è comunemente detto urban. Mescolando le più precise tecniche digitali con il culto per le apparecchiature vintage, il nuovo cimento di Neil Landstrumm rilancia prepotentemente le quotazioni del nostro, per destinazione erede di figure cardinali come Aphex Twin e Squarepusher.

La tracklist:

01 TRANSMISSION (WITH SI BEGG)
02 EASTER KRUNK POWER
03 SHIT DADDY BASS (WITH CARLTON KILLAWATT)
04 OLD RABBITS
05 LITTLE HELP FROM RUSTIE (WITH TOBIAS SCHMIDT [S.E.S.])
06 DIRTY BUTCHER
07 THE KING OF MALTA
08 £ 20 TO GET HOME (WITH SI BEGG)
09 CATEGORY D
10 THE DOSE (WITH EBOLA)
11 NIKE VOLUME (WITH PROFISEE)
12 WITCHES BUTTER
13 MASK OF MUSK
14 ROSS KEMP AS PIXEL

25/11/08

Jimi Tenor & Kabu Kabu - 4th Dimension

Benvenuti a bordo, la corsa a rotta di collo sulle montagne russe (rollercoaster) – citazione libera da Total Devastation, uno dei suoi singoli più in voga ai tempi della Warp – assieme al più esotico musicista nord-europeo può avere inizio.
Finlandese doc e proprietario della preziosa indipendente Sahko Recordings – che finalmente ne diffonde in esclusiva il verbo – Jimi Tenor non ha davvero paura di bruciarsi. Perché a differenza della glaciale elettronica o del pop algido prodotto in patria e nei paesi adiacenti, lui ha scelto il sole, la brillantezza, un orizzonte luminoso. Una progressione straordinaria: l’invadente presenza nel circuito della club culture patrocinato dal marchio Warp, le delizie per fiati e big band negli album pubblicati con Crippled Dick Hot Wax, l’immersione totale nel calderone della black music dei giorni nostri. E’ una quarta dimensione che più che attivare varchi futuristi, riporta in auge le sonorità e la cultura nera dei tardi 60/primi 70, mostrando però un upgrade notevole nei confronti delle correnti tecnologie.
Si rinnova la collaborazione con il gruppo di musicisti dell’Africa occidentale Kabu Kabu – ora residenti in Germania – in quella che è un immersione nei luoghi del mito. Africa, ma anche America. Perché il legame spirituale è così evidente. Il trepidare dell’afro-beat, ma anche il respiro spaziale e cinematico di grandi compositori quali Sun Ra, Charles Mingus e Lalo Schifrin. Meno concentrato sul suo ormai caratteristico timbro vocale, Jimi si mostra polistrumentista abile e spregiudicato, sfoggia il suo repertorio con armi affascinanti quali il sax tenore, il flauto ed il sintetizzatore. Mystery Spot - che apre l’album – è una baldanzosa festa afrobeat, come si conviene ai migliori Fela Kuti e Tony Allen. Lo stesso dicasi per Grind e Me, I Say Yes. Spiccano però gli arrangiamenti fiatistici e l’approccio poliritmico che se possibile spostano ancora di più il tiro verso le volte celestiali dell’Arkestra e del suo vate Sun Ra. Altrove anche un vento jazz-rock e qualche ‘sinistro’ arrangiamento progressivo indicano la strada al nuovo Jimi, addirittura in rotta di collisione coi Goblin del benemerito Simonetti. Anche la forte propensione tribale parla una lingua universale, riportando alla luce – nei modi – l’impeto di alcune tribù africane, spesso immortalate in leggendari field recordings (pensiamo alle serie tematiche di Nonesuch, Folkways ed Ocora).
Ancient to the future, il motto è dell’Art Ensemble Of Chicago, d’accordo, ma Jimi Tenor sembra farne proprio una ragione di vita, col nuovo – superlativo – 4th Dimension.

Asobi Seksu


Uscirà il 16 di febbraio il nuovo album dei newyorkesi Asobi Seksu, titolato "Hush". Il duo composto da James Hanna (chitarra/voce) e dall'affascinante Yuki Chikudate (voce solista e tastiere) si è fatto portavoce del suono shoegaze oltreoceano, raccogliendo peraltro ottimi riscontri e stringendo una solida alleanza con una delle migliori indipendenti inglesi: la One Little Indian.

Ad un primo ascolto possiamo notare come il pop lisergico della coppia abbia subìto una certa accelerazione, risultando per certi versi più nerboruto e violento. Più prepotente anche l'uso della componente elettronica, nella fattispecie dei sintetizzatori analogici che rendono così vintage la loro musica. "Hush", che è il terzo album del gruppo, vive anche su una visione chimica, tanto che le atmosfere evocate da "Blind Little Rain" ci portano idealmente nel campo tanto congeniale al primo Brian Eno solista. Proprio quei giochi tra silenzio ed effettistica ante-litteram onorano il percorso emotivo ed estetico dell'ex Roxy Music.

Ragazzi prodigio stando alle loro stesse ammissioni (Yuki si esibiva in importanti manifestazioni teatrali già alla tenera età di 8 anni, mentre Hanna nella sua adolescenza si divideva tra il culto per certo hardcore e l'innata passione per i Mogwai), i nostri incrociarono le loro strade una volta giunti alla Manhattan School of Music. Solo in quel momento le loro prospettive furono chiare.

"E' stato positivo essere impegnati musicalmente tutto il giorno, tanto che molte delle band in cui ho militato in passato erano propense a provare unicamente di sabato" spiega Hanna, chitarrista con insegnamenti classici alle spalle "Suonare la musica di altri mi ha fatto sentire come un robot per un certo periodo a ben pensarci."

"Sono riuscita a raggiungere il diploma quasi per miracolo," aggiunge Yuki. "Mi piace suonare il piano, ma le tre ore di training giornaliero mi hanno mandato letteralmente in crisi."

Chiusa la parentesi scolastica, Hanna inizia a lavorare a sofisticati brani dream pop, appellandosi a Yuki per il ruolo di front-woman. Il problema semmai era quello di allestire una band vera e propria, capace di imbarcarsi in tour e sostenere tutte le attività promozionali del caso. Dopo una serie di tentativi ed una coppia di album recepiti con entusiasmo dalla critica, sul finire del 2006 Asobi Seksu diviene un duo a tutti gli effetti.

"Il nuovo disco è stato lavorato mentre ci sentivamo fisicamente distrutti" così spiega Hanna. Circostanza insolita, se pensiamo che tutto l'album è circondato da un effetto fenice, una vibrazione positiva che indica anche un nuovo corso; tanto che in brani come "Me and Mary", "Sing Tomorrow's Praise" e "Glacially" potrete ascoltare un fuoco chitarristico ad oggi assolutamente inedito per Asobi Seksu. Ed è evidente anche la distanza presa dal revival shoegaze, nonostante le affinità pubblicamente ammesse nel recente passato. Hanna e Yuki sono così ossessionati dall'idea del suono da esplorare che certo non intendono abbandonarsi ad un'idea esclusiva. Il segreto è nelle dinamiche e nell'utilizzo dello spazio. E' cresciuta l'abilità in veste di arrangiatori, i nostri possono districarsi tra un muro del suono come abbandonarsi a gentili atmosfere, scrollandosi di dosso definitivamente il fantasma di Kevin Shields.

21/11/08

Just Aint Gonna Work Out - The Weekend Tune



Ladies & Gentleman let me introduce you:

Mayer Hawthorne & The County

Hart Gore - Mean Mans' Dream



Per chi vi ha assistito alle loro performance dal vivo sono un ricordo indelebile, nonostante negli ultimi 15 anni le produzioni discografiche in ambito estremo non siano certo mancate. I tre olandesi raccolti sotto il tenebroso cappello di Gore, sono stati a loro modo antesignani di un nuovo modo di intendere la musica chitarristica. Hanno spostato in avanti le lancette dell’evoluzione post-hardcore e metal, intessendo fittissime trame sonore. Tutto ciò accadeva nella prima metà degli anni ’90, quando il termine rock matematico era solo un'ipotesi nelle menti delle più avvedute firme della critica internazionale. Hanno folgorato la stessa Rollins Band ed infuriavano proprio nel periodo in cui No Means No e The Ex rappresentavano l’avanguardia nei circuiti di stretta osservanza hardcore/punk. Southern Lord paga pegno a questa fondamentale compagine, che avendo brutalizzato gli schemi della musica strumentale, si è guadagnata un ruolo da protagonista nella più spietata storia del rock indipendente. Monolitici e spesso avvezzi alla ripetizione armonica, i Gore hanno tracciato un sentiero di fondamentale importanza, accorciando le distanze tra la musica cosiddetta colta ed il più fangoso rock underground. Pionieri animati anche da una sana ironia, laddove anche le truculenti immagini che accompagnavano le loro copertine erano frutto di una passione smodata per l’art brut. Spiazzanti anche quando inserivano i testi dei loro brani nella busta del vinile, pur avendo mai utilizzato lo ‘strumento’ voce. Riesumati i nastri originali, i primi due album dei Gore hanno subito un importante processo di restauro. Il doppio cd che immortala la loro prima fase creativa contiene la bellezza di 43 tracce, in ragione del fatto che agli album originali sono state aggiunte significative composizioni inedite. Tornare su questi fragorosi luoghi per i pochi die-hard fans sarà un piacere sublime, per i nuovi adepti l’occasione di incrociare un satirico mostro a tre teste. Considerato lo status symbol raggiunto da nomi quali Don Caballero o Pelican, rimarrete sbigottiti di fronte alla lucida follia con cui i tre olandesi hanno confezionato la loro opera. Da qui all’eternità?

20/11/08

The Fireman in esclusiva su Myspace



Da oggi e per pochi giorni su
MYSPACE sarà possibile ascoltare interamente il nuovo album dei FIREMAN di Paul McCartney e Youth, in uscita domani venerdì 21 Novembre in Italia.

David Byrne & Brian Eno - Strange Overtones


“In definitiva, Everything That Happens Will Happen Today mostra come la musica possa guarire persino quando non riesce a curare. Quello che pare importante è la speranza collettiva in un qualche evento, incanalata in forma di canzone da una coppia di antichi visionari la cui musica pare tuttora destinata a ispirare giovani gruppi. E noi”- ROLLING STONE

“Questo è un disco di canzoni pop, scritte da Eno e cantate (benissimo) da Byrne. A prima vista è tutto semplice, quasi banale: citazioni da Paul Simon (Home) e Neil Young (Life Is Long), funk postmoderno (Strange Overtones) e prove di pop perfetto sparse un po’ ovunque” - XL

“La qualità della scrittura è quella del miglior Eno autore di canzonette: la title track, con quel placido emergere dall’ambiente sonoro, non sfigurerebbe su Before and After Science. Home cita a tratti il canzoniere di Simon & Garfunkel, il singolo Strange Overtones distribuito gratuitamente in rete da qualche mese gioca con il groove e con i trucchi della produzione dance, regalando un elsatico ed elegante funk postmoderno” – IL MUCCHIO

“Viene fuori un suono ricco di suggestioni dove convivono chitarre acustiche ed e-bow, note sparse di pianoforte e fredde programmazioni, hurdy gurdy e batteria elettronica, ottoni e tastiere. Un suono tutto sommato defilato, cheè questo è un disco più di Byrne che di Eno. E’ pop, ma senza la grana grossolana della roba da classifica” - JAM