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20/11/08

David Byrne & Brian Eno - Strange Overtones


“In definitiva, Everything That Happens Will Happen Today mostra come la musica possa guarire persino quando non riesce a curare. Quello che pare importante è la speranza collettiva in un qualche evento, incanalata in forma di canzone da una coppia di antichi visionari la cui musica pare tuttora destinata a ispirare giovani gruppi. E noi”- ROLLING STONE

“Questo è un disco di canzoni pop, scritte da Eno e cantate (benissimo) da Byrne. A prima vista è tutto semplice, quasi banale: citazioni da Paul Simon (Home) e Neil Young (Life Is Long), funk postmoderno (Strange Overtones) e prove di pop perfetto sparse un po’ ovunque” - XL

“La qualità della scrittura è quella del miglior Eno autore di canzonette: la title track, con quel placido emergere dall’ambiente sonoro, non sfigurerebbe su Before and After Science. Home cita a tratti il canzoniere di Simon & Garfunkel, il singolo Strange Overtones distribuito gratuitamente in rete da qualche mese gioca con il groove e con i trucchi della produzione dance, regalando un elsatico ed elegante funk postmoderno” – IL MUCCHIO

“Viene fuori un suono ricco di suggestioni dove convivono chitarre acustiche ed e-bow, note sparse di pianoforte e fredde programmazioni, hurdy gurdy e batteria elettronica, ottoni e tastiere. Un suono tutto sommato defilato, cheè questo è un disco più di Byrne che di Eno. E’ pop, ma senza la grana grossolana della roba da classifica” - JAM

23/09/08

Everything That Happens Will Happen Today

DAVID BYRNE & BRIAN ENO


Sono trascorsi qualcosa come 30 anni dalla storica collaborazione tra Brian Eno e David Byrne a titolo ‘My Life In The Bush Of Ghosts’. Un disco che apriva prepotentemente alle contaminazioni con la musica etnica, utilizzando un linguaggio ritmico per i tempi decisamente all’avanguardia. Lo scenario era una metropolitana New York, multiforme come da copione: persa tra le pieghe della borghesia illuminata ed il cosiddetto street knowledge. Proprio la ristampa di quel capolavoro riconosciuto – con nuovo packaging, mixaggio inedito e la possibilità di interagire con uno stuolo di fans grazie ad un democratico scambio di file – ha consentito ai due musicisti di recuperare confidenza con l’argomento e fissare i punti per una nuova joint venture. Nata – come per incanto – di fronte ad una tavola imbandita. Proprio in quell’occasione Brian Eno sostiene di aver accumulato un quantitativo interessante di musica, senza alcuna canzone propriamente intesa. Byrne si presta dunque come volontario, mantenendo una prospettiva autonoma, curando solo ed esclusivamente le parti vocali e le liriche. Secondo le parole dello stesso Eno la lavorazione del disco è stata prossima a quella di un gospel ‘elettronico’, dove la voce assume un ruolo primario, centrale. Una musica che con naturalezza deve essere invitante ed offrire una prospettiva ‘interna’ all’ascoltatore. C’è appunto un senso di quiete cha avvolge l’intero album, la frenesia urbana e l’incesto ritmico rimangono ai margini delle composizioni, quello che emerge è un sentimento più bucolico, quasi una musica ‘ecologista’ che sembra sposare la profonda cognizione ambient di Eno e lo spirito pop terzomondista di Byrne. Che del resto ci tiene a ribadire come il disco sia radicato in tradizioni secolari quali folk, country e gospel. Pur rispecchiando la fama di ricercatori che da sempre ha caratterizzato la coppia, Everything That Happens Will Happen Today vuole cimentarsi in maniera compiuta con la forma canzone, una sfida dunque più emotiva che tecnica nelle parole di Byrne: scrivere brani semplici ed accorati senza cedere ad alcun luogo comune. I risultati, nella maggior parte dei casi, sono positivi e speranzosi, nonostante alcuni testi descrivano delle vere e proprie sciagure. Ma quello che si evince dalla collaborazione è l’unione di due menti sopraffine, che mai avrebbero raggiunto tali vette lavorando individualmente. Un ritorno che accende i cuori.

Il disco uscirà il 10 Novembre

29/07/08

DAVID BYRNE "Big Love: Hymnal"



Non è nuovo l’ex leader dei Talking Heads a produzioni dal carattere estemporaneo.
Da sempre il musicista americano si è distinto in composizioni destinate a piece teatrali e nell’organizzazione di originali colonne sonore. Unitamente alla passione per la world music – ricordiamo sempre con estremo piacere la sua label Luaka Bop – David Byrne ha sempre saputo fronteggiare l’universo musicale con lo spirito del ricercatore globale.

Una nuova sfida all’orizzonte si materializza con lo score della seconda serie televisiva Big Love (la prima fu affidata alla vecchia volpe Mark Mothersbaugh dei Devo), fiction accolta da un successo esponenziale in patria, anche per l’impiego di star hollywoodiane come Tom Hanks, Chloe Sevigny ed Harry Dean Stanton. Non fa segreto dei suoi contenuti la serie, essendo incentrata sulle vicende di una famiglia di mormoni, guidata dall’attore protagonista Bill Paxton (che veste i panni di Bill Henrickson), abile nel fronteggiare la sua relazione poligama con 3 mogli e ben 7 figli, nel classico scenario di Salt Lake City, Utah, città natale e manifesto dell'intero credo.

Nemmeno Byrne vuole uscire dal seminato, tanto da preparare le musiche per Big Love con attenzione certosina, impiegando la bellezza di un intero anno solare. Proprio agli inni chiesastici mormoni cerca di ispirarsi il nostro, cercando di ricreare atmosfere e sonorizzazioni prossime alla natura della pellicola. L’idea è in realtà ancor più geniale, perché quello che ha inteso costruire Byrne è una vera è propria library, cui i produttori della serie potessero attingere liberamente, pur adoperandosi in revisioni in corso d’opera. Per nulla spaventato dai tagli della post-produzione David cerca di consegnare quanto più materiale possibile, cercando di rispettare le esigenze di copione. Ne viene fuori un commento dai toni spesso soffusi, in cui gli arrangiamenti d’archi ed il piano hanno un ruolo determinante. Una musica che presuppone un forte legame con la tradizione neo-classica, in una rivisitazione della più comune scrittura cameristica. Ed anche in questo campo Byrne sembra non avere timori reverenziali, sciorinando un lessico di tutto rispetto ed integrando queste ancestrali atmosfere con accorgimenti pop e sottigliezze jazz. Un’altra opera magistrale che indica la completezza dell’artista, uno dei capisaldi dell’emisfero pop contemporaneo tutto.