14/10/08

Tornano i The Fireman di Paul McCartney e Youth



I Fireman tornano dopo un lungo break di quasi 10 anni e questa volta hanno qualcosa da cantare. Per la prima volta in assoluto la creatura di Paul McCartney ha trovato la sua ‘voce’, tanto che “Electric Arguments” è la loro prima prova a comprendere parti cantate.

“Ambient dreams in rainbow arches describe the circles of The Fireman”, è in questa maniera che il duo descriveva la sua musica nelle rare interviste concesse al tempo dell’ultimo album “Rushes”, pubblicato nel 1998. Il primo disco “Strawberries Oceans Ships Forest”, dato alle stampe nel 1993, era un lavoro che in qualche maniera abbracciava la deriva più ambient della dance music di allora, utilizzando l’elettronica come ‘strumento’ principe. Al tempo l’identità dei Fireman era celata, almeno fino all’intervento della stampa specializzata, che con colpo di scena rivelò i nomi dei ‘cospiratori’ : Paul McCartney e Youth, produttore di successo ed ex-bassista e membro fondatore dei Killing Joke. L’ormai defunta bibbia del giornalismo musicale inglese Melody Maker ebbe parole di elogio per il progetto: ‘Paul McCartney ha scoperto la musica dance – i risultati sono davvero brillanti. Loro (The Fireman) prendono una melodia e, saltellando tra generi come l’ambient, la trance e l’house, riuscendo a trovare variazioni realmente mozzafiato.’

Lo scorso anno i Fireman sono tornati a lavorare insieme e i risultati questa volta sono completamente differenti.

Le prime avvisaglie si erano notate a inzio anno, quando avevano donato un loro nuovo brano, “Lifelong Passion” al centro caritatevole Adopt-A-Minefield. Questa nuova traccia ha segnato una netta sterzata stilistica per i Fireman. “Lifelong Passion” abbraccia l’idea di una canzone più tradizionale, costruita attorno alla voce, invertendo la rotta dei primi due dischi. Ed in questa maniera iniziano le prime speculazioni, tanto che il Times citò indiscrezioni provenienti dallo studio di registrazione che parlavano del nuovo approccio ‘come gli Arcade Fire che incontrano Led Zeppelin’.

“Electric Arguments” è in effetti un lavoro eclettico, cui la varietà certo non manca. Le 13 tracce sono state registrate in 13 giorni, il tutto al principio del 2008. Ogni canzone è stata scritta e registrata nello spazio di un singolo giorno. I Fireman sono entrati in studio senza piani predefiniti, senza preconcetti rispetto a come dovesse suonare l’album. Il progetto ha acquistato vita propria ed i risultati sorprenderanno chi conosce il sound della band.

Il brano di apertura ‘Nothing Too Much Just Out Of Sight’ è un classico pezzo rock/blues, con un bel riff di chitarra, una batteria pestata e la voce acida, un qualcosa che non vi sareste mai aspettati dai Fireman prima d’ora. La seconda traccia, l’acustica ‘Two Magpies’, vi porta immediatamente in un’altra direzione, trasmettendo un senso di calma e affrancamento. Ci avviciniamo così al terzo episodio ‘Sing The Changes’, dai tratti sicuramente euforici ed epici, memorabile per le sue linee melodiche che lo hanno reso il perfetto primo singolo. ‘Electric Arguments’ procede con questo ordine di idee, continuando a mantenere alta l’attenzione l’ascoltatore, intrigandolo rispetto alla successive mosse. Se da una parte ogni singolo episodio ha una personalità completamente diversa, il disco sembra comunque trovare un collante stilistico che lo rende omogeneo e fluido. Tra gli altri brani memorabili segnaliamo ‘Light From Your Lighthouse’, ‘Sun Is Shining’ e ‘Dance ‘Til We’re High’, capaci di rinnovare l’eclettismo e l’approccio più sperimentale che ha caratterizzato i primi due dischi della formazione.

“Electric Arguments” dimostra che Paul McCartney è ancora interessato a giocare coi diversi generi musicali. Realizzato in totale libertà e con uno spirito di assoluta creatività, a cui si affianca anche la scelta di uscire per una etichetta indipendente come One Little Indian, “Electric Arguments” è un esplosivo ritorno, album che delizierà gli ascoltatori e soprenderà i fan.

Track listing:

1) Nothing Too Much Just Out Of Sight
2) Two Magpies
3) Sing The Changes
4) Travelling Light
5) Highway
6) Light From Your Lighthouse
7) Sun Is Shining
8) Dance ‘Til We’re High
9) Lifelong Passion
10) Is This Love?
11) Lovers In A Dream
12) Universal Here, Everlasting Now
13) Don’t Stop Running

Il disco è stato prodotto da Paul McCartney e Youth e tutte le canzoni sono state scritte e suonate da Paul McCartney

“Electric Arguments” uscirà il 24 Novembre, pubblicato da MPL, stampato e distribuito da One Little Indian con distribuzione esclusiva e promozione italiana a cura di Goodfellas

13/10/08

Il Ritorno di DJ/Rupture



Si Intitola Uproot il nuovo album per uno dei più eclettici dj/producer statunitensi. Ora Affiliato al marchio di Brooklyn The Agriculture, DJ/Rupture continua a stupirci con la sua miscela di etno hip hop, in cui fanno capolino le più svariate influenze, dal breakbeat alla cumbia, dal ragga al dubstep praticamente senza soluzione di continuità.
Un mix in cui svettano i contributi di Maga Bo, Ghislain Poirier, Scuba, Timeblind, We e molti altri.

Uproot Tracklist
01. Baby Kites and Nokea "Reef"
02. Clouds "Elders"
03. Istari Lasterfahrer "Bang Soundboy"
04. Nokea "Cassava"
05. Atki2 "Winter Buds"
06. Maga Bo "Homeboys feat. Max Normal"
07. Clouds "Too Much"
08. Ekstrak "Mass Dampers"
09. Frescoe "Afghanistan"
10. Iron Shirt "Gave You All My Love (Matt Shadetek..s I Gave You All My Dub remix)"
11. Jenny Jones "Capilano Bridge"
12. Ekkehard Ehlers "Plays John Cassavettes pt. 2"
13. Stalker "Radios Et Announceurs"
14. Ghislain Poirier "Ignadjossi feat. Jhonel"
15. Filastine "Hungry Ghosts (instrumental)"
16. Scuba "Braille Diving"
17. Quest "Mirage" ; Team Shadetek "Brooklyn Anthem (acapella)"
18. Shackleton "Naked" ; Brent Arnold "Erhu Solo"
19. Timeblind "Strategy Decay" ; MagaBo "3akel (acapella)"
20. Moving Ninja "Uranium"
21. Professor Shehab + lloop "Drunken Monkey (Ambient Remix)"
22. Dead Leaf "Save from the Flames All That Yet Remains"
23. We™ "Second-Hand Science"

07/10/08

Rodriguez Live




“Oggi, finalmente recuperato, suona ancora come un colpo di genio di folk psichedelico sporcato di soul e di blues” - XL

“In po’ Arthur Lee, un po’ Jose’ Feliciano, Rodriguez è un misconosciuto songwriter messicano di Detroit che nei primi anni ’70 pubblicò un paio di album patrocinati e prodotti da Mike Theodore e Dennis Coffey. La sensazione è che il culto possa finalmente dispiegare appieno le sue ali: ottimi songwriting, ambientazioni folk originali (oggi di gran moda) e arrangiamenti bizzarri e (a tratti) sonic” – BLOW UP

“Un genio riscoperto 30 anni dopo. Mentre stava lavorando in cantiere. Non è difficile contestualizzare l’album in quel periodo in cui anche gli Stones davano l’impressione di comporre seduti su un marciapiede, in esilio sulla Main Street; più sorprendente è la guizzante inquietudine dell’ex ragazzo di origine messicana, la sua disponibilità a farsi attraversare da mood psichedelici e folk, rock e blues”- ROLLING STONE

“Di che si tratta? Di pop e folk, Dylan e psichedelia, critica sociale e visionario realismo di strada, riuniti in dodici canzoni che hanno del miracoloso per come riescono a evocare quei tempi e quei luoghi con una nitidezza incredibile, suonando tuttora stupende” - RUMORE

“Se sul serio l’iniziale Sugar Man sembra sottratta a un Arthur Lee in stato di grazia, Only Good For Conversation scodella chitarre al fuzz da Ed Hazel al top. Se in Crucify Your Mind Bob Dylan incontra Van Morrison e in Inner City Blues chiama alla collaborazione Rovert Kirby, in Hate Street Dialogue Fred Neil flirta con il garage e Tim Hardin, salvo piazzare poco dopo una Everybody’s Talkin’ punto minore intitolata I Wonder" – IL MUCCHIO

“E’ il debutto (inedito da noi) di Rodriguez, misconosciuto autore di origini messicane con all’attivo solo un paio di LP (questo è il debutto, del 1970): strane incursioni pop nel soul psichedelico, con testi che oggi definiremmo urbani" – IL VENERDI’ di Repubblica

“Nel pieno di quel grande casino conosciuto con gli anni sessanta, Rodriguez non riesce a entrare nell’esercito, ascolta qualsiasi disco della Motown e poi Dylan, i Beatles, Leonard Cohen e tante altre cose. Un giorno incotra due tipi: Dennis Coffey, il chitarrista dei leggendari Funk Brothers, la band di studio della Motown e Mike Theodore, il suo partner in crime nel mondo della musica. Quei due lo portano in studio e nel marzo del 1970 la Sussex pubblica “Cold Fact”, il primo, bellissimo album di Rodriguez. qualche buona recensione, qualche passaggio radiofonico e nulla più. Ora quel disco è stato ripubblicato. è bellissimo. Ora tocca a voi, cioè a noi" - SUPERFLY

06/10/08

Murcof "The Versailles Sessions"



Nell'estate del 2007, Fernando Corona ha completato un lavoro su commissione per Les Grandes Eaux Nocturnes, un festival annuale di suoni, luci ed acqua nello splendido scenario di Versailles. Una suite musicale è stata composta per accompagnare l'allestimento della grande fontana nel Jardin du Roi nella serata di inaugurazione. "The Versailles Sessions" sono il documento sonoro di questo evento e verranno pubblicate a novembre da Leaf (anche su doppio vinile in edizione limitata). Le sei composizioni preparate per il progetto derivano interamente dall'utilizzo di registrazioni di strumenti barocchi del 17° secolo (inclusi clavicembalo, viola da gamba, flauto e violino) e di un mezzo soprano. GetSound, che ha commissionato il progetto, ha infatti arruolato artisti specializzati in musica barocca a Parigi. "Abbiamo registrato pezzi di Lully, Couperin e altri", dice Corona riguardo le sessions. "Sono stati suonati in modo tradizionale, ma abbiamo anche dato spazio alla sperimentazione; è stata davvero un'esperienza istruttiva e i musicisti sono stati grandi, molto aperti e desiderosi di divertirsi." Un tale processo di registrazione può sembrare un forte cambiamento per un artista noto soprattutto per essere attivo in ambito elettronico; in realtà si tratta di un'ulteriore evoluzione delle tecniche che Corona ha perfezionato negli anni. "L'opera è stata portata avanti più o meno come nel mio precedente lavoro: anche qui si è trattato infatti di processare del materiale acustico precedentemente registrato. L'unica differenza è la fonte effettiva del materiale, così specifica e relativa al barocco del 17° secolo." All'inizio del lavoro, le interpretazioni di Corona del materiale di cui disponeva non sono però andate secondo i piani. "Quando abbiamo provato circa due settimane prima dell'effettiva inaugurazione, pioveva a dirotto e non sono riuscito a fare tutti i test necessari. Ma stando là e vedendo lo spazio e le installazioni (grandi luci da discoteca e videoproiezioni sulle fontane), mi sono reso conto di quanto stessi andando nella direzione sbagliata, musicalmente parlando. Il posto richiedeva un approccio diverso: più apertura, più tempo per lo sviluppo dei suoni e per il loro risuonare in quello spazio enorme; così sono tornato a casa e durante le restanti due settimane ho rilavorato l'intera opera fino ad arrivare a questo risultato. Le registrazioni che ho usato come fonte sono molto ricche e coprono una vasta gamma di timbri, così ho avuto molte possibilità su come sviluppare il processo di creazione della musica."

Le Versailles Sessions non dovrebbero essere considerate come il seguito del monumentale "Cosmos" del 2007, piuttosto come un progetto speciale mentre aspettiamo il prossimo album di Murcof. La pubblicazione coincide con il primo tour estensivo di sempre dell'artista messicano in Gran Bretagna a novembre, durante il quale Corona presenterà una nuova opera (intitolata Océano), in collaborazione con l'ensemble classico spagnolo BCN216 e con lo scultore visivo Flicker, in quella che promette di essere un'esperienza live davvero travolgente. Océano rappresenta inoltre la spina dorsale del prossimo album in studio di Murcof (la cui uscita è prevista per il 2009), a testimoniare quanta strada sia stata fatta dall'artista dagli esordi minimalisti al sonic power monolitico di oggi, fatto anche di maestria nel controllo dei timbri e delle atmosfere.

Originario di Tijuana, Messico, e ora residente a Barcellona, Corona ha pubblicato tre acclamati album su Leaf ("Martes", 2002, "Rimembranza", 2005, e "Cosmos", 2007) usando la tecnologia per creare musica avvolgente, spirituale e profondamente risonante. La reputazione internazionale di Murcof è di recente aumentata grazie a numerose ed inconsuete collaborazioni, tra cui gli eventi presso il Peter Harrison Planetarium di Greenwich, le due esibizioni con l'ensemble Mousique Nouvelles di Jean-Paul Dessy all'interno delle cattedrali di Bourges e Bruxelles, il Montreaux Jazz Festival (in collaborazione con Talvin Singh ed Erik Truffaz), il Geode IMAX a Parigi (con video di Saul Saguatti), la colonna sonora live per Metropolis di Fritz Lang alla Cinematheque di Parigi e il Sonar Festival di Barcellona con il pianista Francesco Tristano. Corona ha anche composto la colonna sonora di tre film (tra cui il prossimo La Sangre Illuminada) e collaborato con il trombettista Erik Truffaz per un album che sarà pubblicato su Blue Note a breve.

03/10/08

Bodi Bill


La Germania sì è progressivamente affermata nell’ultimo decennio come scena fertile nell’ambito indie dal taglio più elettronico. Per certi versi è un riappropriarsi delle proprie radici, con tutta la tradizione kraut-rock che sottilmente va a insinuarsi tra le righe di questi nuovi artisti emergenti. Non solo i capofila Notwist, nei sotterranei c’è un incredibile fermento con numerose nuove leve pronte a dare del filo da torcere agli autori più affermati. Il trio dei Bodi Bill si è fatto avanti progressivamente, sporcando costantemente le proprie canzoni dal taglio melodrammatico con una buona dose di eclettismo, che ha portato spesso a sconfinamenti nei territori della cosiddetta club culture. Non è del resto più mistero la comunione d’intenti che lega i frequentatori del dancefloor con gli autori più intimisti. In quel segmento che semplicisticamente è stato descritto dalla stampa di settore come folktronica, il gruppo berlinese si impone con personalità, forte di un songwriting che sposa l’equilibrio delle torch songs e la fisicità del beat digitale. E’ una formula comprovata in studio e nelle numerose apparizioni dal vivo della band, che grazie del supporto della locale Sinnbus, si lancia alle conquiste dei palcoscenici indipendenti, avendo sufficienti strumenti per il corpo e per la mente. Perchè la loro musica ha la naturale capacità di abbracciare gli animi più romantici come quelli improntati al divertimento più sfrontato. E’ una costante comune a molte formazioni contemporanee, ma la differenza sostanziale è nello spirito, nel saper toccare le giuste corde. Ed in questo i Body Bill sanno di poter eccellere. "Next Time", il loro secondo album, uscirà a fine Ottobre anche in Italia e la band sta pianificando qualche data live nel nostro paese, su cui vi terremo aggiornati. Intanto ecco il video di "I Like Holden Caulfield".





02/10/08

Growing - Wrong Ride


Dopo il tour europeo in compagnia dei giapponesi Boris, un nuovo riconoscimento per il duo di Brooklyn formato da Kevin Doria e Joe Denardo. "All the Way" è il culmine delle loro peripezie strumentali in bilico tra Kraut-rock, Ambient-elettronica e Shoegaze. Guarda il video di "Wrong Ride" tratto dal nuovo album edito da The Social Registry




01/10/08

REGGAE VIBEZ




Esce in questi giorni la raccolta curata da Greensleeves per uno degli artisti fondamentali del giro Dancehall giamaicano, Mr Vegas. "20 Hit Singles" contiene lo straordinario inedito "Must Come A Road" in combination con il mitico Barrington Levy. La selezione contiene collaborazioni di spessore con Sean Paul, Elephant Man e Lexxus.

TRACKLISTING:
1.Heads High
2. Tek Weh Yuself
3.You Sure (Hands Up)
4. Jack It Up
5. Girls Time
6.Do You Know
7.Under Me Sensi Ft Alozade & Hollow Point
8. Pull Up
9. Taxi Fare Ft Mr Lexx
10. Hot Wuk
11. Rise
12. Latest News
13. Hot Gal Today Ft Sean Paul
14. She’s A Ho
15. Jacket
16. Go Up
17. Bun It Ft Elephant Man
18. Nike Air

Nuovo video per The Drones


THE DRONES - Minotaur EP

Esce per ATP Recordings (Fuck Buttons, Alexander Tucker, Deerhoof) un nuovo picture disc limitato a 1.000 esemplari contenente 6 tracce incise dal gruppo australiano. Ecco il video della title track, un brano che verrà incluso nel prossimo album intitolato "Havilah" la cui uscita è prevista per Gennaio 2009.


Total Sonic Annihilation



Chissà quante volte vi siete imbattutti in quei cantieri che con estrema prontezza segnalano l'obbligo di indossare cuffie durante lavori dal forte impatto ambientale. Lo stesso avviso dovrebbe campeggiare in bella evidenza al di fuori dei club o delle sale concerti che ospitano con una certa regolarità gli americani A Place To Bury Stangers. Un trio di stanza a Brooklyn, New York, che si raccoglie attorno alle personalità in qualche misura turbate di Oliver Ackermann (chitarra, voce), Jono Mofo (basso) e Jay Space (batteria). Hanno fatto urlare al miracolo più di un giornalista specializzato, hanno messo in pre-allarme i distretti di polizia prossimi alla loro sala prove, hanno avuto la pretesa di affrontare con piglio americano e sensazionalistico tutto ciò che è materia di studio inglese. Fosse lo shoegaze, fosse certo gothic, fosse il mancuniano Factory Sound. Ma la novità è nell'approccio sprezzante, nei toni quasi epici della loro – inscenata – battaglia. Ormai celebri per i loro live sanguinolenti – è il pubblico a rimetterci le penne, tanto che una campagna contro l'inquinamento sonoro li vedrebbe tesimonial ad hoc – i nostri si sono guadaganti una reputazione tale da insidiare band ben più affermate nel caleidoscopio mediatico odierno. Non osiamo immaginare cosa possa restare degli MGMT dopo il recente slot che li vede affiancati in alcune date inglesi. L'intenzione di A Place To Bury Strangers è quella di annichilire l'ascoltatore, un assalto per nulla impietosito ai padiglioni auricolari, con la fermezza di offrire un contributo notevole alla storia del rock chitarristico. E siamo a buon punto. La pubblicazione per il mercato europeo – ad opera di una rediviva Rocket Girl – del loro omonimo album di debutto sta già mandando in fibrillazione tutti gli addetti ai lavori. Dalle parti dell'NME già si sfregano le mani per aver trovato la gallina dalle uova d'oro (per nulla casuale il loro inserimento nella top ten delle band esibitesi al South by Southwest), in un istante la più rumorosa band di New York diviene l'oggetto del desiderio in quel di Londra. Con l'aggiunta di ben 5 bonus tracks il loro esordio europeo è un bulldozer carico di anfetamine, un animale a briglie sciolte pronto a colpire con feroce determinazione. Suoni che vi investiranno, un cono rumoroso che svetta sulle intuizioni di grandi del recente passato come Jesus & Mary Chain, My Bloody Valentine e Loop. Una delizia per chi ha seguito le più perverse evoluzioni della wave britannica. Hanno passaporto americano i tre, ma i loro immaginario è figlio dell'epopea albionica. Solo un piccolo dettaglio, i loro volumi sono davvero assassini! Eccovi servita un altra benevola onda d'urto per questo 2008.


“… a mountainous guitar squall that has the crowd’s jaws on the floor slabs … everyone’s found their new favourite band.”
NME

“…They are quite brilliant…Watching another band after this is simply inconceivable…”
KERRANG!

“…Beneath those noisy opuses lurk killer melodies…in London a brilliant new group was discovered.”
ARTROCKER

“…The mark of true genius… I hate to swear in reviews but Fuuuuuuuukkkkkkgghell. YES.”
THE FLY

“…tinnitus-inducing noise-pop against a tension-wracked Joy Division meets Ministry backdrop…they can pull beauty out of eardrum-puncturing bleakness.”
PITCHFORK

“…Best discoveries? [at SXSW]…A Place to bury Strangers…who meld together the Jesus and Mary Chain and New Order to explosive and thrilling effect.” SUNDAY TIMES CULTURE

“…bringing doom to a new generation.”
DAZED & CONFUSED

“…Let them play one more song before we shut the place down. This band is sick.”
NYPD Officer

30/09/08

Religious Knives




Le lunghe e dolenti note di Brooklyn After Dark aprivano il loro primo album per Troubleman Unlimited, una delle più stilose indipendenti della costa est, gemellata con il marchio dance culto Italians Do It Better. L'occhio lungo del boss Mike Simonetti era arrivato a cogliere le movenze di questo giovane trio locale, le cui musiche con fascino e propensione tutta urbana sembravano echeggiare la migliore psichedelia californiana. In realtà i Religious Knives erano formazione di casa, con altre sigle si erano già fatti largo nelle spire dell'underground locale, realizzando documenti sonori ben più tetri e distaccati. Maya Miller e Mihael Bernstein si incontrano a New York 10 anni fa, la prima formazione cui danno vita sono i Double Leopards, misterioso combo dedicato ad un artistico e melmoso drone-rock, più prossimo all'idea di rumorismo che non ad una qualsiasi forma canzone. Un rito antico, che possiamo in qualche maniera riportare ai Velvet Underground, altezza Sister Ray. Nel 2005 i Religious Knives sono la nuova fenice, il duo progressivamente si affranca da una dolorosa esperienza mistica, orientandosi verso nebulose psych-rock, che in maniera prepotente descrivono la nuova impennata di un genere che dopo la cultura delle droghe dei 60/70, conosce una canalizzazione più severa, urbana. La strada è il luogo dell'esperienza lisergica, il sogno americano definitivamente tramontato, l'onda lunga della crisi finanziaria, il sangue che si scioglie in dementi danze lisergiche. Mai gruppo fu più attuale. Nel 2006 entra in pianta stabile un altro ragazzo terribile dei bassifondi newyorkesi, risponde al nome di Nate Nelson. Si divide tra batteria, percussioni e basso elettrico, in principio il suo ruolo era quello del terrorista sonico, tanto che i suoi Mouthus sono a ragione considerati tra i gruppi cardine del movimento noise americano, alla stessa stregua di Wolf Eyes e – per altri versi – Black Dice. Queste arcaiche danze mortuarie iniziano ad assumere un aspetto delirante, tribale è la musica dei Religious Knives, ancora costruita attorno al concetto di reiterazione. L'organo di Maya Miller diviene ben presto l'elemento caratterizzante del gruppo, come un Ray Manzarek dall'inferno. E addirittura i Doors del re lucertola sembrano materializzarsi all'orizzonte, quando ripetutamente scorrono nel lettore cd i loro dischi per Troubleman e No Fun (l'etichetta di un altro personaggio culto della nuova New York, Carlos Giffoni, organizzatore dello stesso No Fun Fest che vedrà protagonisti i Religious Knives). Poi il sogno sbiadito del kraut rock, i possenti ghirigori ritmici di una jamaica marziana così come illustrati dai P.I.L. di Second Edition, futurismo primitivo, avete indovinato... C'è stata anche la gavetta con i cd-r per la loro personalissima Heavy Tapes, ma ora i tre entrano una nuova dimensione, c'è un produttore artistico – Thurston Moore – ed uno esecutivo – Justin Pizzoferrato (uno che recentemente ha lavorato con Sonic Youth, Dinosaur Jr e Free Kitten) – un nuovo album da promuovere – The Door per un marchio importante quale Ecstatic Peace – ed una nuova sfida da lanciare al mondo, senza essere per nulla sprezzanti. La cosiddetta new weird America riparte da qui.

"In a land far, far from the confines of the A-A-B-A song format lies a different form of organization: The Mantra. Religious Knives mine this never-ending pit for all it's worth, digging greedily until there's little room left for human life.." TINY MIX TAPES

Tornano i Shelleyan Orphan



Una poesia, quasi elegiaca. La storia del duo composto da Caroline Crawley e Jem Tayle si perde quasi nella notte dei tempi, un quarto di secolo, tanto tempo è passato dalla loro fondazione, avvenuta – carte alla mano – nel 1983, in pieno fermento new wave. Il gruppo si ispira sin dal nome ad uno dei massimi poeti del romanticismo inglese, Percy Bysshe Shelley.

Nel 1985 i Shelleyan Orphan siglano un contratto con Rough Trade, prima di ciò mettono a curriculum una ragguardevole performance per la sempre rispettabile Radio 1 ed un'apparizione al fianco di Jesus & Mary Chain durante un'uscita londinese, elementi utili a convogliare ulteriori attenzioni sul loro struggente ibrido, che pur conservando un'attitudine ed un piglio post-punk, può definirsi pop cameristico. Il loro primo album 'Helleborine' prodotto da Haydn Bendall, è già un caso per la critica specializzata: il loro pop dalle tinte classicheggianti spiazza più di una persona, fanno altrettanto gli strumenti tirati in ballo (Strumento da Porca, tamboura). Del resto assai variabili sono le loro influenze, dai Joy Division agli Sparks, passando per Barry White e Delius. 'Century Flower' del 1989 – prodotto da Dave Allen (The Cure, Human
League) – consente il cosiddetto salto di categoria, proprio con un tour di supporto alla band di Robert Smith, che toccherà sia Europa che Stati Uniti. Il terzo album – 'Humroot' del 1992 – incrementa ulteriormente le combinazioni musicali, tirando dentro strumenti come l'hurdy gurdy ed il dulcimer. Ma il coevo fallimento commerciale di Rough Trade ne impedisce la regolare distribuzione. I fan più accaniti ottengono comunque il mirabolante oggetto ed il duo continua ad esibirsi pubblicamente per almeno un altro paio di anni. Prima di una lunga pausa che gli consentirà di lavorare ad alcuni progetti solisti.

Sono di nuovo tra noi, comunque, e questo è ciò che più conta, prossimi a licenziare il nuovo album per One Little Indian: 'We have everything we need', più che una promessa una candida ammissione. La musica? Ancora soavi quadretti che odorano di pop bucolico e mistica poesia, con le candide voci dei due protagoniste perse in duetti ancestrali. Un volo pindarico, senza tempo, che ci riconsegna in ammaliante forma una delle più originali formazioni inglesi dell'ultimo ventennio.

29/09/08

Adam Ficek balla da solo




Adam Ficek è l’uomo che si nasconde dietro al monicker di Roses King Castles. Un richiamo ancestrale per questa one man band, apparentemente timida, verosimilmente legata ad un immaginario da ‘cameretta’ eppure così puntuale nel realizzare un album che travalica tutti i luoghi comuni del cosiddetto lo-fi e del new acoustic movement. Prendeteli come piccoli acquerelli, le sue canzoni sono emozionanti numeri pop dai sobri arrangiamenti, con una malinconica vena folk e piccole orchestrazioni dal gusto appena barocco. Una sorpresa scoprire questo disco un ragazzo londinese che era già salito alla ribalta con i Babyshambles di Pete Doherty, sedendo per di più dietro ai tamburi. Non c’è furia ma tanto buongusto, gentili ballate old fashioned e momenti di squisita emotività, un ipotetico viaggio che da Syd Barret porta a Graham Coxon attraverso la lucentezza dei Belle & Sebastian. Una rivelazione

25/09/08

Jake One - White Van Music




Il produttore di Seattle Jake One è una delle menti più sottili nell’odierno e sfavillante circuito dell’hip hop moderno, laddove il compromesso sembra all’ordine del giorno e le pose assumono valore assoluto di fronte alla bontà stessa delle composizioni. Il suo è un curriculum eccezionale, con collaborazioni che si estendono da 50 Cent a De La Soul. Invidiabile però l’attitudine di Jake One, mai un passo indietro il suo motto, tanto da imporre il suo sound nella top 10 di Billboard. Mettendo insieme le influenze dei suoi padri spirituali DJ Premier, Dr. Dre e DJ Quik con un sano tocco di modernità, Jake è stato capace di colmare il gap tra passato e presente.
Spesso associato al collettivo G Unit, Jake inizia la sua trafila nella città natale seguendo le uscite di Conception Records sul finire degli anni ’90. Questa è solo una piattaforma, presto il suo nome sarà associato ad alcune icone impensabili – come a quella del wrestler John Cena – o a noti epigoni della nuova scena come Gift Of Gab. Dopo il progressivo assorbimento nella cultura mainstream Jake One torna a bomba nel 2008 con un lavoro indipendente, licenziato da uno dei migliori marchi hip-hop underground: Rhymesayers Entertainment. White Van Music è un disco eccezionale, vale la pena mettere immediatamente le cose in chiaro. Da un produttore di tale stazza non potevate che aspettarvi una rivoluzionaria miscela rn'b dai tratti quasi futuristi. E se le amicizie contano ancora qualcosa, nutrita è la parata di stelle che si alterna tra questi solchi: da Young Buck a MF Doom, passando per Busta Rhymes e Brother Ali. Non mancano certo i numeri a questa uscita, che si pone ai vertici di tutto l’hip-hop ascoltato nell’ultimo biennio, una spinta rivoluzionaria che rompe gli indugi e rilancia la figura di Jake One ben oltre i paradisi platinati del mainstream.

Headhunter - Nomad

Assieme ad Hyperdub, Tempa è divenuto marchio di riferimento per quella corrente sotterranea ormai assurta agli onori delle cronache internazionali: il dubstep. L’album di debutto di Headhunter da Bristol segue una tradizione giovane ma assolutamente radicata. Ed è il terzo centro per Tempa dopo le travolgenti intuizioni di Skream e del guerriero afro-elettronico Benga. Già abile nel conquistare i dancefloor britannici e nordamericani, Headhunter presenta quella che è una sorta di raccolta di singoli (lo ricordiamo all’opera precedentemente con etichette simbolo quali Planet Mu e Tectonic), ampliata da brani inediti concepiti appositamente per l’esordio sulla lunga distanza.
Nomad il titolo dell’album e nomade anche l’approccio del nostro alla materia ritmica, con passaggi che rievocano tanto la cultura techno e quella dei rave parties, quanto le tecniche d’incisione del dub ed una più generale fascinazione per l’elettronica dell’ultimo ventennio.
Nomad perché ogni traccia è stata concepita in una diversa location, tra Europa e Stati Uniti, a testimonianza della mobilità del nostro, che oltre ad essere produttore in ascesa, può a ragione essere considerato dj di fama internazionale, grazie anche alle residenze presso il Ministry Of Sound ed il The End (Londra). Headhunter è anche protagonista della serata dubstep per antonomasia nella capitale inglese: Fwd And Subloaded.
Un artista che adora anche la dimensione live, memorabili gli incontri in questo contesto con Maurizio (il Maurice Von Oswald di Basic Channel, una delle sue dichiarate influenze), Gilles Peterson ed il riverito dj hip-hop Z-Trip. A breve Headhunter si imbarcherà in quello che è il suo terzo tour americano.
Date queste premesse, non facciamo fatica ad immaginarlo come una marcia trionfale. L’attualità di un genere è nelle sue mani.

Alice Russell - Pot Of Gold

Soul music del nuovo millennio, future jazz, downtempo, mille e più etichette sono state affibbiate alla chanteuse britannica, uno dei cavalli di razza di quella che potremmo definire nuova canzone elettronica. Il curriculum di Alice Russell è di spessore, la sua una voce nera ‘intrappolata’ in un corpo bianco, tanto che spesso è stata accostata ad eminenze quali Minnie Ripperton, Chaka Khan e Betty Davis. Dopo il suo coinvolgimento da giovanissima nei sofisticati Bah Samba – che già dal nome tradivano l’influenza di un sound elettronico finemente esotico (nel 2000 furono eletta miglior band nel genere da un vecchio marpione come Dimitri From Paris, che li incluse in un mixtape di sua ideazione) - Alice trova nel produttore/musicista Quantic (al secolo Will Holland) un nuovo straordinario alleato, l’etichetta che licenzia il suo primo album – Under The Munka Moon (in cui ci mettono lo zampino anche i Plaid) – è la Tru Thoughts di Brighton, una delle realtà più ricercate nell’ambito della discografia indipendente inglese. Immediati sono i riscontri di critica e pubblico, Alice diviene in brevissimo tempo eroina della club culture continentale. La sua backing band – con elementi assortiti della Quantic Soul Orchestra – spinge vertiginosamente su un plot a base di funk e soul, mostrando peraltro una sensibilità nei confronti di sonorità come breakbeat e moderno hip-hop. Con il secondo album My Favorite Letters del 2005 (dietro al banco di regia siede un altro produttore estroso come Tm Juke, nome di casa presso la stessa Tru Thoughts e Ubiquity) il sound si fa ancora più avvincente, ma il colpo gobbo arriva nel 2006 con Under The Munka Moon II, in cui fa bella mostra di sé il singolo Seven Nation Army, preparato in combutta con Nostalgia ’77 (altra realtà del nu-jazz albionico) cover del celebre anthem da stadio a firma Jack White. Nel frattempo si è scatenato un putiferio sul globo terracqueo: il soul è la nuova religione, tutte le attenzioni sono puntate su quegli artisti che partendo dalla tradizione Stax/Motown hanno saputo traghettare il nuovo verbo ai giorni nostri. Sono momenti propizi per Alice Russell, dopo l’exploit internazionale di Amy Winehouse ed il ritorno in pista di una sempre fantastica Sharon Jones, il nuovo album della vocalist inglese – il suo quarto - sembra uscire nel periodo più opportuno. Si chiama Pot Of Gold ed il titolo lascia già presagire ottime cose. E’ soul moderno, della miglior lega, svetta al solito la voce di Alice, in brani che si colorano di classicità, affrontando però a testa alta la contemporaneità. Ci sono mid tempo che invitano al moto e ballate frizzanti, oltre ad una cover che non farete fatica a riconoscere, un tormentone di un’estate fa: Crazy dei Gnarls Barkley. Il mondo è ora Alice Russell.

Pot Of Gold esce in Italia il 17 Novembre