19/10/10

Asmara All Stars - Eritrea's Got Soul

E’ il ritorno dell’Eritrea. Dopo 30 anni di guerra con l’Etiopia ed un decennio di reclusione forzata, Asmara All Stars ci rende partecipi della migliore musica partorita nella regione con il programmatico album edito da Out Here Records a titolo “Eritrea’s Got Soul”.
Di per sè questo è già un record, in un paese in cui è difficile poter incidere un album con mezzi propri, in considerazione dell’estrema tensione politica, che attanaglia tutte le sfere sociali.
In questo senso il progetto Asmara All Stars prescinde totalmente dalla politica, focalizzandosi sulla produzione di musiche eccitanti. In prima battuta il produttore francese Bruno Blum (l’uomo che introdusse Serge Gainsbourg al dub e curò il remix di "War" di Bob Marley con il discorso di Haile Selassie) ha avuto discrete difficoltà nel trovare la giusta amalgama, ma presto la sintonia raggiunta in studio ha permesso ai musicisti coinvolti di eccitarsi, mettendo in luce un talento del tutto personale.
Il suono di questa formazione è la summa di molteplici esperienze, non ultime le influenze raccolte copiosamente dai territori limitrofi. Logico aspettarsi una patina di esotismo jazz – al pari delle pubblicazioni della collana Ethiopiques – anche se il filtro è decisamente più moderno e la tendenza ad incanalare ritmi caraibici ed arrangiamenti più soulful una costante. Nonostante anni di completo isolamento culturale, elementi di una eredità locale sono rimasti visibili, corretti secondo esigenze contemporanee e oggi parte del tessuto genetico di Asmara All Stars.
La speranza è che gli obiettivi puntati sulla cosiddetta age d’or, possano anche concentrarsi su questa avvincente avventura. L’ album registrato nella stessa Asmara - capitale eritrea, nel 2008 – è stato prodotto facendo perno su sistemi analogici che rendessero giustizia all’approccio live della band. Con l’ausilio dell’ electric kar, di una sezione fiati in grande spolvero, di un organo viziosamente funky e l’intervento delle ugole più in vista della regione, il miracolo si compie.
“Eritrea’s Got Soul” esplora così le profonde pieghe della tradizione locale, annunciando una rivoluzione culturale con tutti i crismi.

18/10/10

Jim Sullivan - U.F.O. (Light In The Attic)

Nel marzo del 1975, Jim Sullivan scomparve misteriosamente nei pressi di Santa Rosa, New Mexico. Il suo automezzo era abbandonato, la sua camera d’hotel assolutamente in ordine. Qualcuno sostiene si sia perso nel deserto, qualcuno – evidentemente in cattiva fede- pensa ad una faida locale con malavitosi del posto. Altri – verosimilmente – pensano al rapimento da parte degli alieni.
Per coincidenza – o forse no – il debutto di Jim del 1969 portava il titolo di U.F.O. Pubblicato per una minuscola etichetta (le cosiddette private press), il disco non fu mai regolarmente distribuito sugli scaffali dei dischi, fino a che la Light In The Attic di Seattle ha ben pensato di riportarlo alla luce, seguendo la sua rigorosa etica editoriale, che prevede un giusto compenso per i diretti interessati o le famiglie degli stessi. C’era anche la volontà di indagare sulla scomparsa di Jim. Evidentemente è stato più semplice ripubblicare il disco – tra mille cavilli burocratici – che riscattare l’anima del cantautore.

Avete presente quel tipo di aste fameliche che si tengono su eBay? U.F.O. è proprio quel tipo di disco, ne salta fuori una copia ed immediatamente viene battuta a prezzi da capogiro. Settimo figlio di una numerosa famiglia, Jim Sullivan vede i natali nella West Coast, muovendo spesso tra San Diego e Los Angeles. Sempre ai margini della notorietà, il nostro si accompagnava a stelle del firmamento cinematografico come Harry Dean Stanton e a musicisti come Jose Feliciano show. Arrivo per fino a strappare un cameo nella pellicola culto Easy Rider.

L’attore ed amico Al Dobbs pensò bene di investire sull’uomo e fondò addirittura un’etichetta - Monnie Records – per produrre l’esordio di Jim, chiamando in causa The Wrecking Crew, celebre gruppo di session men già al lavoro per Phil Spector. Don Randi, Earl Palmer e Jimmy Bond sono i musicisti ed arrangiatori del disco.

U.F.O. rimane un album incredibile, la prova di un folk-singer alle prese con un contesto mutevole. Ci sono sicuramente elementi lisergici nella musica e distinti arrangiamenti orchestrali che rimandano direttamente ad un’ altra eminenza grigia degli studi di registrazione: David Axelrod. U.F.O. è così un disco di musica pop d’avanguardia, flirtato attraverso gli umori di un’oscura Los Angeles.

The Jim Sullivan Story from Jennifer Maas on Vimeo.



C.W. Stoneking - Jungle Blues


La sensazione di miracolo si avverte lungo tutta la musica di C.W. Stoneking, sarà per il suo manifesto esotismo, sarà per la sua capacità di abbracciare il roots con fare estemporaneo, ma il suo blues della giungla è davvero un carnevale senza fine. Di quelli che non vanno unicamente in scena nella foresta, ma anche nelle periferie urbane - in qualche festa clandestina - o anche a bordo riva. Le influenze dell’uomo si raccolgono attorno al pre-war blues, al jazz, al calypso degli anni ‘20 ed ovviamente ad una serie di esperienze personali, che ne hanno contraddistinto la genesi artistica. Accompagnato dalla fida chitarra National Reso-Phonic, da un banjo tenore e dalla brass band puntualmente nota come Primitive Horn Orchestra, Stoneking muove tra un repertorio di solitari holler blues ed un approccio che sembra quasi rievocare l’epica della giungla.

King Hokum del 2005 lo aveva fatto conoscere progressivamente al grande pubblico, con undici canzoni che rinverdivano il blues anni ’30. Il suo stile sembra quasi baciato dalla tradizione orale, riportando alla luce storie secolari, che ben si sposano col suo fluido chitarristico e le sue innate doti di paroliere.
Con Jungle Blues il nostro aggiusta ulteriormente il tiro, ispirandosi liberamente ad un naufragio vissuto in prima persona sulla costa africana occidentale Al suo quinto album da studio il musicista australiano – con residenza a Melbourne – sarà felice di invadere l’emisfero occidentale con la sua musica, baldanzoso ibrido di primitivo blues, jazz d’antan ed investiture folkloriche. Sapete già chi invitare al prossimo party…

13/10/10

Nuova uscita dal Collettivo degli Animali: Avey Tare "Dow There"



Se ricordate Pullhair Rubeye, concepito a 4 mani con la sua compagna Kría Brekkan (Kristín Anna Valtýsdóttir, originariamente nei Múm), probabilmente siete abituati all’estremo gioco di riferimenti che Avey Tare (1/3 degli Animal Colelctive) propone di album in album, spesso vagando attorno all’essenza stessa di suono. Proprio quel progetto del 2007 - edito da Paw Tracks – giocava con l’idea di reverse invitando l’ascoltatore a riavvolgere ‘manualmente il nastro’ per cogliere l’originale natura dei brani. Con buona pace dei praticanti del rock satanico e dei suoi poco futuristici rituali.
Down There è altra faccenda, ovviamente si scorgono l’indole pop marziana degli Animal Collective, gli screzi kraut-industrial del progetto Terrestrial Tones (con membri di Black Dice) ed un’innata propensione al collage-sonoro, ma sono piccoli frammenti di canzoni quelli che di soppiatto si insinuano sotto pelle. Sono nove i brani in scaletta, improbabili commistioni di soul e musica concreta, vibrazioni electro e sixties pop, impossibili trame hip-hop ed uno speziato retrogusto indie.
Nulla è dunque dato per scontato, dalle vette del più arguto rumorismo elettronico all’intimità di una chitarra arpeggiata o di un piano elettrico appena sfiorato, le emozioni sono spesso calibrate, nella misura in cui Avey Tare si divide tra i ruoli di musicista estroso e ricercatore incontentabile.
Registrato nel mese di giugno dal fido Josh Dibb (Deakin) alla Good House, una vecchia chiesa di New York nord, Down There è un bignami post-moderno, una celebrazione dell’universo pop underground.

01/10/10

Nino Bruno e le 8 Tracce




Il viaggio all’interno della canzone tradizionale è stato per Nino Bruno motivo di confronto, sempre e comunque. Dalle prime pubblicazioni con il gruppo culto partenopeo Von Masoch – una via decisamente teatrale alla wave più trasversale - Bruno non ha mai smesso di sperimentare. E spesso la volontà di elaborare nuove soluzioni ha spinto il nostro ad una ricerca a ritroso, confrontandosi di volta in volta con i diversi periodi aurei della canzone italiana. Una filosofia di vita che gli ha comunque permesso di accantonare l’idea di un pop tradizionale, per giocare a più riprese con l’elettricità, il folk e certi caldi ritmi mediterranei. Nino Bruno e le 8 Tracce nasce come progetto nel 2004, facendo fede all’attitudine più sperimentale del suo protagonista. Il trio utilizza gli strumenti chiave chitarra, organo Farfisa e batteria. Il debutto Nino Bruno E Le 8 Tracce per la torinese Toast Records (ora ripubblicato da CNI) contiene già gli elementi cardine del loro suono. Ma è con "Cane Telepate" – appena licenziato da La Canzonetta/Sintesi 3000 e distribuito in esclusiva per l’Italia da Goodfellas – che il terzetto spicca decisamente il volo. Sono undici tracce che vivono di caratteristiche proprie, pur riscoprendo pagine felici dei nostri sessanta e settanta. Sono canzoni folk rivitalizzate da una coltre psichedelica, con spesse escursioni nel mondo del freak-beat. Disco che ispira una danza del tutto spontanea, una tradizione che monta attraverso trovate ed arrangiamenti contemporanei, come a mantenere sempre un equilibrio tra l’oggi e il domani. Ascolterete in "Tipo da evitare tipo da incontrare" la voce di Francesco Di Bella dei 24 Grana, mentre il flauto della strumentale "Venite, Venite, Ragazzi" è di Daniele Sepe. La produzione artistica è di Marco Messina (99 Posse), che per l’occasione si è rimesso al luddista metodo lavorativo del gruppo – definito non a caso Dogma 8 - utilizzando registratori analogici a bobina sia in ripresa che in missaggio. Altri ospiti sono Libera Velo, Emanuele Esposito e Giovanna Marmo, che firma due testi e il delizioso artwork del CD. Il resto è affidato al caratteristico organico della band, con Peppe Sabbatino (batteria) Roberto Vacca (organo,che lascia subito dopo il disco, sostituito da Giulio Fazio) e lo stesso Bruno (chitarra e voce).

Easy Star All Stars tornano sul luogo del delitto

EASY STAR ALL-STARS: DUBBER SIDE OF THE MOON TRAILER from Easy Star on Vimeo.

L'upgrade necessario al già fantascientifico remake di Dark Side Of The Moon ha finalmente un nome. DUBBER SIDE OF THE MOON è l'estensione naturale di quel progetto - Dub Side of the Moon per l'appunto - e seguendo le più sofisticate tecniche di post-produzione sposta le lancette dell'orologio ulteriormente in avanti.
Se già la ripresa di uno dei best-seller dei Pink Floyd era apparsa estremamente coraggiosa, utilizzando tutto l'esotismo dei ritmi in levare, questo disco sconvolgerà ulteriormente le credenziali del combo newyorkese. Dopo essersi tolti la soddisfazione di apparire come star internazionali al Festival di Sanremo del 2009, EasyStar All-Stras fanno quadrato e chiamano a loro alcuni dei più rinomati mentori della musica jamaicana moderna assieme a producer britannici ed artisti internazionali che ne hanno alimentato la fiamma.
Tenetevi forte, perchè i nomi dei cospiratori sono poco meno che leggendari.

Groove Corporation, 10 Ft. Ganja Plant, Mad Professor (che rivede una vibrante On The Run) , Adrian Sherwood, Dubphonic, Liquid Agents, Dubmatix, Dreadzone, Victor Rice, Kalbata, Scientist, Michael G, Border Crossing e J.Viewz, questi gli artisti che prendono parte alla rivisitazione di Dub Side Of The Moon.

Affidando la propria musica ad un team di professori del ritmo fa lievitare le quotazioni del progetto stesso, rendendo questa nuova esperienza necessaria, rivelatrice.
Con un suono che arriva anche a toccare le più coraggiose invenzioni ritmiche degli ultimi anni - frequente il ricorso ai ritmi spezzati come a mutazioni di chiara marca dubstep - il disco è un esperimento decisamente riuscito.
Un'interpretazione futuristica dicevamo in apertura, non temiamo di essere smentiti

Da questo link è possible scaricare gratuitamente il singolo: Money (The Alchemist Remix)

La colonna sonora del nuovo film di Oliver Stone


Ecco la colonna sonora del tanto atteso sequel a Wall Street (pellicola iconografica con Michael Douglas nella veste di protagonista) firmato da uno dei registi più hip dell’industria cinematografica americana: Oliver Stone.
Un soundtrack quanto meno variegato, che poggia sull’estro di un sempre più multifome David Byrne, da anni impegnato nel sincronizzare appropriatamente musica ed immagini.
Sono ben nove le tracce accreditate all’ex-Talking Heads presenti in scaletta, a partire dai felici estratti da Everything That Happens Will Happen Today, ritorno in tandem del 2008 con il re mida Brian Eno e seguito al capitale My Life In hte Bush Of Ghost.
Wall Street: Money Never Sleeps. Èsce per Todo Mundo Records.
Dopo i recenti lavori che lo hanno visto collaborare con il dj Fatboy Slim nelle 22 tracce ispirate a Imelda Marcos (Here Lies Love) ed il Playing the Building (un’installazione sonora interattiva presso il Battery Maritime Building di New York ed il Roundhouse di Londra) Byrne torna ad una sua antica passione parallela, alimentando con un ispirato flusso lo scorrere delle immagini, con una New York ‘borsistica’ sempre più prossima al tracollo.
L’altra figura di spicco è’ un habituè del mondo della celluloide, Craig Armstrong che contribuisce con be tre tracce originali.
La pubblicazione dell’album sarà accompagnata da un vivace battage pubblicitario a cura della Twentieth Century Fox, casa produttrice del film.

Tracklisting:
1. Prison - Craig Armstrong
2. Home - David Byrne & Brian Eno
3. Life is Long - David Byrne & Brian Eno
4. Sleeping Up - David Byrne
5. Strange Overtones - David Byrne & Brian Eno
6. Money - Craig Armstrong
7. My Big Nurse - David Byrne & Brian Eno
8. Helicopter Reveal - Craig Armstrong
9. Tiny Apocalypse - David Byrne
10. Lazy - David Byrne
11. I Feel My Stuff - David Byrne & Brian Eno
12. This Must Be The Place (Naïve Melody) - Talking Heads

Le canzoni di Federico Garcia Lorca interpretate da Josephine Foster


La collezione di canzoni popolari scritte da Federico Garcia Lorca e raccolte nel volume “Las Canciones Populares Espanolas” hanno rappresentato una voce in opposizione al regime franchista e sin da allora entrano di diritto nel patrimonio della tradizione spagnola.
Queste stesse canzoni - messe al bando durante gli anni della dittatura - rivivono oggi grazie all'interpretazione di Josephine Foster e del suo compagno Victor Herrero. La Foster che più volte si è confrontata con la scuola pre-war folk americana e che ha translato le composizioni di Schubert, Schumann e Brahms (nell'album A Wolf in Sheep's Clothing) si confronta con un'altra istituzione della storia moderna, mostrando quanto il suo approccio alla musica autoriale sia trasversale ed assolutamente svincolato da limiti logistico/caratteriali.
In questa performance acustica i due - accompagnati da un selezionato manipolo di musicisti - rivedono la poesia di Lorca con spirito contemporaneo, mostrando una indiscussa personalità. La nuova band - nata in quel di Grenadine Sierra - è l'ennesimo veicolo espressivo della Foster che dalla primordiale ripresa del Tin Pan Alley e del british folk sembra aver compiuto proverbiali passi da gigante, accedendo sempre a nuovi habitat sonori. Anda Jaleo è stato inciso rigorosamente dal vivo, viscerale celebrazione di canzoni che dall'alto del loro anonimato hanno abbracciato un'intera cultura.

30/09/10

Il miraggio di Stan Ridgway


"Neon Mirage": con questo nuovo titolo si ripresenta Stan Ridgway, una delle voci americane più significative degli ultimi 30 anni, chansonnier autentico che ha cavalcato il vento della new wave più sotterranea per poi dar vita ad una sfavillante carriera solista. Da tempo l’incantesimo si è compiuto, i suoi Wall Of Voodoo riprendevano la Ring Of Fire di Johnny Cash, oggi Stan con il suo immaginario si avvicina sempre più a the man in black, mostrando peraltro un maggior eclettismo dal punto di vista compositivo. Merito della sua versatilità come musicista ed arrangiatore. "Neon Mirage" offre già un senso di quello che sarà il corpo tematico del disco, un miraggio metropolitano che prende vita attraverso brani dal taglio diverso. Canzoni folk, ballate nere come la pece, momenti di esotismo moderno, jazz in punta di piedi, hillbilly al rallentatore, country-blues da fine intellettuale. C’è lo Stan che abbiamo imparato a conoscere ed altro ancora, tanto che "Neon Mirage" è una di quelle imprevedibili scatole cinesi che nasconde chissà quali meraviglie. Un disco da assaporare lentamente, come i buoni vini. Da un quasi traditional che odora di estese praterie come "This Town Called Fate" alla giostra di sentimenti di "Desert Of Dreams", quasi un luna park illuminato a giorno con un orchestrina che si esibisce all’ingresso. Dagli organetti addirittura psichedelici della title track alla cover in punta di piedi di "Lenny Bruce" (dedicata al comico/cabarettista newyorkese) originariamente firmata Bob Dylan. Un universo che si riflette nella voce unica di Stan, menestrello che non pone certo limiti alla sua arte.

Stan Ridgway "Lenny Bruce"


Grande ritorno per i Superchunk di Mac McCaughan


Il 2010 è stato l’anno delle grandi reunion, dei tour a sorpresa, del definitivo risorgimento dell’indie-rock. Non potevano certo mancare all’appello i Superchunk di Mac McCaughan, tra i protagonisti assoluti di tutta la scena underground dei nineties. I loro dischi uscivano per la Merge dello stesso Mac (che – scusate se è poco – può vantarsi di aver lanciato Arcade Fire e Lambchop) negli States, mentre in Europa era la solerte City Slang a licenziarne i lavori. Seguendo quella stessa dinamica è ora One Four Seven ad acquisire la licenza continentale per "Majesty Shredding", album che rilancia con prepotenza il quartetto originario di Chapel Hill, North Carolina. Undici brani per 41 minuti di magniloquente indie, tanto che lo stile del gruppo non sembra aver subito grandi mutazioni negli ultimi 20 anni, continuando a sfrecciare sull’autostrada che fu una volta del college rock ed ora del più ingentilito post-punk. Sono le canzoni a brillare di luce propria. Dal singolo apripista "Digging For Something" al bel mid-tempo "Fractures in Plaster" alla epica chiusura di "Everything At Once". C’è tutta l’esuberanza giovanile degli esordi in "Majesty Shredding", disco che ci consegna inalterata la miscela della band il cui suono sembra l’aggiornamento più logico di quanto prodotto in passato da Replacements, Soul Asylum, Pixies e primi Lemonheads.


Superchunk - Majesty Shredding from Merge Records on Vimeo.


29/09/10

Emma Tricca in Italia



Nasce in Italia, ma la sua nuova dimora è da tempo Londra. Britannica non solo d’adozione, Emma Tricca riscrive a lettere chiare la tradizione british folk, facendo risuonare le sue corde in maniera brillante, adoperandosi così in una ripresa personale di una tradizione centenaria. Un incontro chiave ha ispirato la sua vena artistica. Poco meno che esordiente, durante gli anni di apprendistato come folk-singer, Emma si imbatte in Roma in un maestro capitale come John Renbourn, l’uomo che ha ridefinito con la sua chitarra le componenti stesse della musica tradizionale inglese. Dopo un suo show romano Emma suona un brano al maestro, che immediatamente ne esalta le qualità, invitandola a perseguire la strada della canzone d’autore. Questo il preludio ad un imminente pellegrinaggio. Dato il suo amore per i musicisti che hanno avuto i loro natali nel Greenwich Village, New York è la prima tappa del viaggio spiritual/artistico. Il Texas è un ulteriore ponte di passaggio, prima che Londra divenga la sua nuova residenza. Nel 2006 è notata dal dj e produttore Andy Votel, l’uomo responsabile dei marchi Twisted Nerve/Finders Keepers, che la vede esibirsi al Green Man festival in Galles. Nel 2007 sarà ospite - grazie all’intercessione del suo nuovo magnate – al Meltdown festival curato da Jarvis Cocker dei Pulp. Un’ulteriore vetrina che in prospettiva farà crescere l’interesse nei suoi confronti. Un tour di spalla a John Renbourn permetterà alla nostra di ridurre il gap esistenziale tra vecchie e nuove generazioni. Il suo debutto per Finders Keeprs/Bird, che esce finalmente anche nel nostro paese, porta il titolo di "Minor White" ed è il frutto delle miglia percorse in viaggio, con canzoni dall’estro bucolico che si accavallavano nella sua mente. Registrato presso il celebre Times Studios il disco riassume esperienze di vita, cullate nei morbidi arpeggi della sei corde acustica. Un disco ch con spiccato ottimismo guarda al futuro, conservando i crismi della più antica canzone britannica.

"Powerful and emotional" (Mojo)

Emma Tricca arriva in Italia per alcune date live:
29 Settembre - Cokney Pub Jazz Club, Correzzola (Padova)
7 Ottobre - Caracol, Pisa
8 Ottobre - Twiggy, Varese
9 Ottobre - L'una e trentacinque circa, Cantu'

Dan Mangan su Arts & Crafts



Nell’agosto del 2009 Dan Mangan pubblica il suo secondo album, dall’auspicabile titolo "Nice, Nice, Very Nice" per il mercato canadese. Dopo tre anni e mezzo di intensi tour e dopo il debutto con "Postcards And Daydreaming", diviene così una delle voci più autentiche dell’indie nord-americano più legato al roots-rock. "Nice, Nice, Very Nice" taglia un traguardo importante, raggiungendo il primo posto in Canada tra i download di iTunes. Dopo l’investitura da parte di NME – risultando tra i talenti più cristallini della scena locale - Arts & Crafts presenta ufficialmente il talento al resto del mondo. Arriva ora anche in Europa l’atteso manifesto cantautorale di Mangan, un bel saggio delle doti del songwriter, da sempre illuminato dalle figure statuarie di Nick Drake e Beatles. Ha già conquistato la platea del festival SXSW e a breve sarà nel vecchio continente per una serie di concerti. Il live è la piattaforma ideale per godere del suo naturale talento. Le sue canzoni hanno sapori antichi, ma riescono a convivere con la semplicità di arrangiamenti moderni, una patina sicuramente più seducente per dar lustro al suo operato. L’NME aveva addirittura suggerito un paragone altisonante per il giovane interprete, scrivendo più o meno: "If Woody Guthrie had listened to Godspeed You! Black Emperor…". Una bella ipotesi, che in parte trova conferma nell’asprezza di brani prevalentemente acustici, arricchiti da arrangiamenti fiatistici sottili e da una stentorea voce femminile per il controcanto. "Nice, Nice, Very Nice" è già sinonimo di maturità, aspettiamo solo di abbracciarlo dal vivo.

28/09/10

Primo album solista per Scott "Wino" Weinrich


Robert Scott Weinrich, meglio noto come Wino, non è certo il tipo che necessita roboanti introduzioni. E’ passato e presente di tutto un modo di intendere la musica heavy in America, un’istituzione vivente, una sorta di monito per le generazioni a venire. Le sue fondamenta si possono ritrovare nella Washington DC di fine 70, quando era un giovane rocker ed abbracciava fedelmente il credo di un tetro hard-blues. Amico intimo di Ian McKaye sin dalla notte dei tempi, Wino fondò gli Obsessed negli eighties, praticamente una delle prime formazioni statunitensi devote al verbo doom. Poi il passaggio agli altrettanto leggendari Saint Vitus, fiore all’occhiello di un’eclettica SST. Una cosa è certa, negli ultimi 30 anni il nostro ha prodotto musica senza soluzione di continuità, capeggiando Spirit Caravan, The Hidden Hand ed il supergruppo Shrinebuilder (con membri di Neurosis, Om e Melvins). Ritrovarlo distante dal clima delle sue sortite stoner/doom è quindi motivo di grande curiosità. Perché il Wino di "Adrift" non è altro che il lato più spettrale ed intimo del suo ego. Un progetto che si avvicina alle linee di demarcazione del folk più oscuro, arrivando a suggerire paralleli con grandi autori del calibro di Johnny Cash, John Sebastian (Lovin’ Spoonful), Woodie Guthrie e Bob Dylan. Le sue canzoni seguono infatti l’appassionato filone Americana, mantenendo comunque un’intensità sconosciuta a qualsiasi formazione indie di ultima generazione. Le sue abilità di songwriter e chitarrista trovano ulteriore conferma in una dimensione più raccolta, scrivendo ancora una volta la storia di un reietto che si è riscattato. Non a caso la riproposizione in chiave acustica di "Born To Lose" dei Motorhead può essere più di un esplicito avviso.

"The Red Pages" nuovo lavoro per Alessandra Celletti




Una collaborazione di prestigio che vede come protagonisti il polistrumentista britannico Mark Tranmer (già conosciuto per le sortite tra ambient e post-rock con i suoi Gnac, ben sei album all’attivo per diverse indipendenti europee) e la pianista/compositrice Alessandra Celletti. "The Red Pages" è stato registrato in uno studio romano, a suggello di una collaborazione germogliata sulle pagine di myspace, dove la Celletti e Tramer si sono virtualmente incontrati per la prima volta nel 2007. Registrato dal vivo in studio, il doppio cd contiene ben 25 tracce, suddivise in due dischi, il primo dei quali si compone di 8 temi principali ed altrettante variazioni. Il piano della Celletti è lo strumento principe che interpreta le composizioni di Trammer, i cui interventi alla Stratocaster sono poco più che sporadici. La musica prodotta dal duo è accostabile al minimalismo di compositori quali Michael Nyman, Phillip Glass e Wim Mertens, ma anche i nomi di Sylvain Chauveau e di un maestro quale Ennio Morricone, possono entrare nel novero delle influenze del duo. La Celletti ha di recente collaborato con un volto storico del cosiddetto krautrock come Roedelius (Cluster, Harmonia) nell’album “Sustanza di Cose Sperata”. La sua rilettura di"First Gnossienne" a firma Erik Satie è stata scelta dal regista inglese Guy Ritchie per la colonna sonora del film "Revolver" (2005). "The Red Pages" è soave poesia da camera dalle prospettive davvero entusiasmanti, una creazione che ci riporta ad un’intimità remota, agognata.

24/09/10

Anika, esordio su Invada


Se dei Beak avevamo apprezzato i ritmi motorici e quella spiccata vena cinematica, dobbiamo ora ricrederci e considerare quanto sia in realtà eclettico il loro modo di scrivere, almeno in determinate circostanze. Anika – una giornalista freelance solita lavorare tra Bristol e Berlino - si imbatte casualmente in Geoff Barrow (che oltre ad essere il batterista di Beak è anche il proprietario di Invada, nonché una delle teste pensanti dei Portishead), ignara del suo destino. Proprio Geoff era alla ricerca di una vocalist per dare ulteriore visibilità alla sua musica. Partendo da un amore condiviso per il punk, il dub e i girl groups degli anni ’60, i due si scoprono immediatamente complici artistici. Tempo una settimana ed Anika li raggiunge in studio al fine di lavorare su del materiale completamente inedito. Si sceglie la via della presa diretta, senza sovraincisioni, per restituire alla musica un feeling il più possibile autentico. Dodici giorni in totale per completare le incisioni, i quattro nella stessa stanza. Ne vien fuori un piccolo manifesto, in cui le formative esperienze del post-punk newyorkese e britannico si incrociano, sotto una buona stella. Reminiscenze di quel suono che poteva esser definito art punk o anche disco not disco, memorie di un Paradise Garage ma anche di un CBGB’s. Una musica che fluttua naturalmente rispondendo ai dettami della dance più battagliera, mai dimenticando il funk bianco e le ellittiche movenze del kraut. Tanta storia, ma un suono comunque coeso e un’esperienza quasi vitale. Dai tracciati sperimentali di "Yang Yang" ed "Officer Officer" al respiro di un traditional eseguito da Bob Dylan - "Masters of War" – sino al pop ovviamente trasversale di "Terry" ed "I Go To Sleep". Pubblicato in Europa da Invada, il disco esce negli States per Stones Throw, come dire: un ulteriore attestato di stima.