27/06/13

Talkin' 'bout the revolution with Julian Cope




Benvenuti nel 2013, il primo anno dell’era post-thatcheriana. Così come si affretta a definirlo il druido Julian Cope, che pur immerso nella sua contemplazione primitivista mai si è ritratto di fronte alle analisi di puro stampo socio-politico. Per lungo tempo rinviato, il nuovo disco del vate neo-psichedelico si materializza in un doppio cd, che porta l’amletico titolo di ‘Revolutionary Suicide’, guarda caso uno dei testi più celebrati dell’intellettuale di colore Huey P. Newton, una delle voci più attendibili della controcultura americana. Gli undici brani del disco sono vivaci ed orchestrali, accompagnati da un impianto testuale vigoroso. L’attivismo e la protesta mai come in questi giorni sembrano echeggiare nel turbolento occidente, ma anche ai confini più orientali, un moto che Cope ha colto ed ha voluto trasporre in temi musicali, ricchi anche dal punto di vista storico.
Potrete ascoltare forse una delle più fantasiose ed epiche composizione dell’arcidruido in questa doppia fatica: ‘The Armenian Genocide’, una denuncia già nell’esplicito titolo. Ci sono poi gli aspetti bucolici e le liriche devote di ‘Hymn to the Odin’ ed il soul della Motorcity Detroit con tutta la sua urgenza politica nella traccia che da il titolo al disco. Nuovi poemi? Eccoli! Nuovi concetti? Non dovete chiedere altro! Nonostante quanto predetto dai Maya siamo ancora qui, come se quanto detto in passato fosse una preparazione a nuovi anni esplosivi. Cope ha ancora colto il senso delle profezie, anticipando una nuova era barbarica fatta di cambiamenti. Ancora una visone ancestrale che trova appigli nel futuro remoto, il nostro vate non finisce mai di smentirsi.




La quintessenza del proto-punk australiano




Deniz Tek si è spostato da Ann Arbor, Michingan, in Australia per dar vita assieme a Rob Younger ai Radio Birdman nel 1974, facendo perno sulla sezione ritmica dei locali The Rats. ‘Radios Appear’ – inciso nel 1977 – confermò lo status culto del gruppo, già seguito da un’orda di fans, letteralmente impazzita per quel feroce stile garage sixties che Deniz Tek aveva importato direttamente dagli Stati Uniti. L’omaggio a quei pionieri del più ruvido e visionario rock’n’roll è anche evidenziato da una feroce ripresa del classico “You’re Gonna Miss Me” dei 13th Floor Elevators, con l’eco di “Do the Pop” che nelle sue liriche è un commiato nostalgico da Stooges ed MC5. Del resto il nome Radio Birdman arriva proprio da un variazione di una strofa di 1970 del gruppo di Iggy. Aldilà dei tributi più o meno nominali, ‘Radios Appear’ è un debutto che evidenzia l’originalità e lo stato di grazia dei propri autori, aldilà del puro spirito di emulazione.
C’è l’irriverente forza d’urto del punk ’77 tra le pieghe del brano d’apertura ‘What Gives?’. Una serie di riff assassini accompagna la prova virtuosa di Younger al microfono, con gli interventi del tastierista  Pip Hoyle a creare un deciso collante. Ogni strumento è separato nel banco regia,  illuminando l’abilità anche in fase di post-produzione dei Birdman, uno dei più credibili ensemble nel circuito dei club di Sydney. Tuttavia il gruppo rappresentava un’eccezione per l’epoca, il loro look da rocker lungo criniti in qualche maniera strideva con le nuove uniformi punk, circostanza che generò anche una serie di equivoci all’interno del mercato discografico. Fu comunque la major WEA a spuntarla, dopo che ‘Radios Appear’ venne originariamente distribuito solo per corrispondenza dal marchio indipendente Trafalgar.

Sarà poi il leggendario boss della Sire - Seymour Stein – a rimanere folgorato dalla potenza del gruppo, dopo aver assistito ad una loro esibizione dal vivo. Giunto in Australia per mettere sotto contratto i The Saints, il manager si prodigò nel licenziare a livello internazionale il disco, optando per una diversa scaletta ed alcuni piccole sovraincisioni. E’ questa la versione disponibile nella puntuale ristampa di 1972, un’etichetta che non smette di regalarci grandi emozioni nel suo programma di recuperi seriali.






Scared To Get Happy(A Story Of Indie Pop 80-89)




Scared To Get Happy (A Story Of Indie Pop 1980-1989) è il primo cofanetto in assoluto a documentare l’esplosione dell’indie-pop in Gran Bretagna nel corso degli anni 80. Compilato seguendo un rigoroso ordine cronologico il box composto da 5 cd illustra lo sviluppo di questo esteso movimento, dagli albori del post punk al dominio delle band scozzesi, passando per un sottogenere come il C86 e l’ultimo colpo di coda prima del sopraggiungere dei nineties con l’esplosione del cosiddetto Madchester e l’avvento parallelo dello shoegaze.

Ispirato esteticamente alle mitiche raccolte  Nuggets, il cofanetto assembla qualcosa come 134 tracce, raccogliendo le testimonianze di alcune fra le più influenti etichette del tempo come: Creation, Factory, Cherry Red, Rough Trade, Sarah, Subway Organisation, Zoo, Kitchenware, Pink, Chapter 22, In Tape, Medium Cool, Lazy, Dreamworld, 53rd & 3rd, Ron Johnson, el, Vindaloo, Red Rhino, Food, etc.

Molti dei protagonisti in questione raggiungeranno poi un’affermazione su ampia scala, divenendo vere e proprie icone pop nel decennio successivo. Nello specifico parliamo di Primal Scream, Aztec Camera, Stone Roses, Pulp, the Wonder Stuff, Lloyd Cole & The Commotions, the Inspiral Carpets, the Soup Dragons, the Wedding Present, James, the La’s, del Amitri, the Primitives, the Jesus & Mary Chain, Prefab Sprout, the Shamen, Cud, the Bluebells, Black, the House Of Love, Strawberry Switchblade, Pop Will Eat Itself, the Darling Buds, Fuzzbox, That Petrol Emotion, the Railway Children, Jamie Wednesday (nei panni di Carter USM), the Milltown Brothers and the Boo Radleys. 

Nel box è contenuto uno stiloso libretto di 54 pagine con dettagli illuminanti su ogni singola composizione ed illustrazioni originali. Alcuni dei pezzi selezionati (Strawberry Switchblade, Soup Dragons, Bluebells, Close Lobsters, etc.) sono assolutamente inediti e pubblicati per la prima volta in questo ampio contesto. Per non parlare poi delle alternate takes e delle rarità che hanno trovato  spazio in questo gioiello temporale. L’iniziativa è stata anche promossa con un mini-festival tenutosi il 22 di giugno presso il rinomato club londinese 229. Sul palco si sono alternati  the Primitives, the BMX Bandits, the Brilliant Corners, the June Brides, Mighty Mighty, the Wolfhounds, the Popguns, 14 Iced Bears, the Blue Orchids e Yeah Yeah Noh, a testimonianza di un sentire maniacalmente pop  ancora in essere.  





Il twang surf-garage dei Crystal Stilts




I Crystal Stilts sono emersi con un omonimo Ep pubblicato nel 2005 ed un esordio sulla lunga distanza – datato 2008 – ‘Alight of Night’. Due piccolo edifici per il nuovo indie istintivamente legato alla tradizioni sixties e ad una strumentazione vintage. Effetti sacrosanti della macchina del tempo che posto il quartetto newyorkese di diritto sulla mappa dei fenomeni contemporanei. Brani immersi in un riverbero chitarristico che solo l’ingegnere folle Joe Meek avrebbe potuto immaginare con tale perseveranza. Con il secondo album del 2011 ‘Love With Oblivion’ le posizioni del gruppo sembrano ancor più chiare, fino ad arrivare alla totale definizione del loro suono  con ‘Radiant Door’, l’EP che di fatto inaugura la loro collaborazione con l’etichetta indipendente di Brooklyn Sacred Bones.

In pratica una creazione del cantante Brad Hargett e del chitarrista JB Townsend (anche collaboratore di Frankie Rose e Blank Dogs), i Crystal Stilts hanno susseguentemente incorporato Andy Adler al basso, Keegan Cooke alla batteria e Kyle Forester all’organo. Il quintetto ha creato  ‘Nature Noir’ seguendo nuovi impulsi ed allargando di misura la sua concezione sonora. Nessuna meraviglia dunque nell’ascoltare archi, percussioni assortite e sintetizzatori d’epoca, sempre nel rispetto di un’idea benevolmente ‘passatista’. Più avventurosa la scelta delle componenti, parimenti alle riflessioni di carattere umanistico, che  emergono nelle liriche. C’è anche una nuova vocalità in brani come ‘Star Crawl’ e ‘Sticks and Stones’, preludi ad un certo soul bianco, con buona pace di chi ha associate troppo in fretta la band al calderone del dopo bassa-fedeltà. A ben vedere ‘Nature Noir’ è un qualcosa che si staglia oltre i confini del garage e del rhythm n blues, riproponendo certo  una vecchia idea inglese, attualizzata secondo parametri contemporanei, capace però di addentrarsi nel cono d’ombra del dopo-punk. I Crystal Stilts hanno oggi un suono immediatamente riconoscibile, una traccia autoriale indelebile.






Zola Jesus incontra Jim Foetus!





Sulle ali del successo ottenuto con il tour mondiale a supporto di ‘Conatus’, a Nika Roza Danilova è stata offerta l’opportunità di esibirsi all’interno di uno dei più prestigiosi musei di arte moderna al mondo: il Guggenheim di New York. Piuttosto che esibirsi nel solito set elettronico caro a Zola Jesus, ha deciso di collaborare con un un compositore di estrazione ‘accademica’ che potesse arrangiar ei suoi brani per un quartetto. Ha così reclutato il leggendario pioniere della musica industriale JG Thirlwell – altrimenti noto come Foetus – nel ruolo di arrangiatore. Partito nella vulcanica e tentacolare  scena newyorkese prossima alla no-wave, JG ha lavorato parallelamente ad arrangiamenti sinfonici per il suo progetto Manorexia, oltre ad aver musicato la serie dei Venture Brothers Adult Swim. Se c’è un tratto comune nella variegata proposta di Thirlwell, quest ova individuate nell’intensità drammatica ed evocative delle sue composizioni, sempre legate ad un immaginario cinematico.

In questo calderone hanno trovato asilo orchestrazioni degne delle migliori big band degli anni ’50, di pari passo a catartici momenti noise-rock, astrazioni elettroniche, vere e proprie sculture sonore ed elementi di musica da camera. Un curriculum che ha reso il nostro quasi una scelta obbligata per la  Danilova. ‘Versions’ – su etichetta Sacred Bones - riporta la musica all’osso; prendendo l’approssimazione di certe vecchie incisioni e capovolgendola letteralmente. Con tutte le porzioni messe in evidenza, le composizioni hanno un nuovo tramite attraverso cui rappresentare i propri piccoli universi’.

Lo spettacolo ebbe un eco stratosferico, con il Village Voice che proclamò a caratteri cubitali la conquista del museo da parte di Zola Jesus. Una performance che avuto l’intensità di un vero e proprio parto artistico, aldilà degli steccati musicali. Rimosso il corpo elettronico dalle composizioni, si è avvisato maggior respiro nella proposta, una formula per raggiungere un nuovo e più ampio pubblico. Trascendere i confini del techno-pop e della cultura industriale, puntando verso nuove ed inedite terre di conquista; che sia l’inizio di una nuova ascesa per l’eclettica Danilova?