30/03/09

Scary Mansion



La cosa che di primo acchito rapisce è la voce ed il piglio di Leah Hayes: nonostante i suoi 26 anni la vocalist originaria dello stato del Massachusetts sembra una veterana, per non dire un’autentica eroina. Iscritta alla scuola d’arte di New York – quale destinazione più logica per una figura che sembra a più riprese riecheggiare l’urlo primordiale di Patti Smith ed anche le indecisioni soft rock della prima Cat Power ? – Leah è rapita da una nuova vocazione e decide di traslocare in Francia, dove suona in un gruppo a nome Satan’s Fingers e collabora con David Ivar degli ormai affermati Herman Dune. La Hayes è cresciuta suonando la chitarra ed il piano, avvicinandosi successivamente ad uno strumento tradizionale come il thunderstick, originario degli Appalachi e simile per toni al banjo. Una polistrumentista con doti compositive spettacolari, capace di trovarsi a suo agio nelle situazioni più disparate. La Hayes è peraltro un’artista visuale rispettata in tutto l’underground che conta, avendo realizzato artwork per il New York Times, Punk Planet e più di recente per il numero 24 del magazine letterario McSweeney. L’altro momento di notorietà arriva quando la nostra presta la sua voce ai Tv On The Radio nell’album "Return To Cookie Mountain": il pezzo ‘incriminato’ è "Snakes And Martyrs". Gli Scary Mansion la vedono protagonista con Ben Shapiro (The Fugue) alla batteria e Bradley Banks (con il quale aveva già collaborato nei francofoni La Laque) al basso. Il disco di debutto "Every Joke Is Half the Truth" è pubblicato in America da Zum Records, mentre in Europa viene licenziato dalla solerte Talitres, una delle label di riferimento per il rock underground d’oltralpe ed internazionale. Sei mesi di lavorazione con il produttore Kyle Fischer (Rainer Maria) per ottenere un disco che è la quintessenza del romanticismo post-punk americano, tra partenze brucianti e ballate di gusto quasi desertico. Una meraviglia di disco!



The Moore Brothers



Un’immagine decisamente rassicurante quella dei fratelli californiani, forse tra i più bucolici cantori di questo tempo. Dopo aver realizzato "Murdered By The Moore Brothers "nel 2006, una sorta di spartiacque nella loro rapida carriera, hanno instancabilmente continuato ad esibirsi in minuscoli club – per non parlare poi dei diffusissimi basement show e delle apparizioni ai barbecue party di alcuni intimi amici - della Bay Area costruendo passo dopo passo la loro notorietà. Per loro fortuna i contatti con alcuni artisti più affermati, hanno permesso a quella che era una sorta di istituzione locale di divenire qualcosa di più visibile a livello nazionale. Uno di questi incontri cruciali si consuma nel dicembre del 2006 con Kristin Hersh, eminenza grigia della scena indie di Boston un tempo leader dei Throwing Muses, che proprio in occasione di un concerto reunion degli stessi decide di far aprire ai Moore Brothers, niente popò di meno che alla Great American Music Hall. Nell’estate del 2007 è la nuova protagonista del folk Americano Joanna Newsom ad invitare il duo per una serie di apparizioni nei migliori club europei, tra cui vale la pena segnalare la comparsata alla Royal Albert Hall di Londra, serata memorabile che vedrà protagonista anche la leggenda del folk inglese Roy Harper. Di recente Thom e Greg si sono stabiliti presso la Grass Valley sempre nell’ assolata California. Preludio ad uno dei periodi più intensi della loro esistenza artistica, che li porterà appunto alla pubblicazione del quinto album in studio Aptos. Joanna Newsom che ha evidentemente legato con i fratelli, regala un cameo nel brano Good Heart, Money and Rain, mentre un turnista di lusso come il batterista Neal Morgan (Joanna Newsom, Brightblack Morning Light) provvede ad arricchire ritmicamente il disco. Ancora sospesi nel ricordo di Simon And Garfunkel, Crosby Stills and Nash ed Everly Brothers, i Moore Brothers con una ricetta tutta loro mettono a fuoco la perfetta alchimia pop acustica, rendendo sempre più vicino il tanto decantato sogno californiano. Solari ed ispirati come non mai, nei 14 brani di Aptos ci convinceranno anche a consumare il buon vino che arriva dal quelle stesse lande. Buona degustazione, anzi buon ascolto!

27/03/09

Il ritorno di Eric Woolfson degli Alan Parsons Project


Chi non è stato mai rapito dalle melodie solenni di brani classicamente pop come "Eye In The Sky" e "Don’t Answer Me"? Forse la summa del pensiero Alan Parsons Project, in una discografia a dir poco estesa e ricca di punti salienti. Eric Woolfson che del gruppo è stato il co-creatore nonché voce solista - in alcuni dei suoi più memorabili momenti - torna con un altro spettacolare progetto, mettendo questa volta in prima fila il suo nome. Una domanda che spesso gli è stata rivolta è proprio questa, come mai non puntare proprio sul suo nome all’anagrafe piuttosto che utilizzare in pianta stabile la sigla di Alan Parsons? Un quesito che per ben 30 anni ha assillato Woolfson, che senza troppi giri di parole ha definito questa come la sua migliore – ed allo stesso tempo peggiore – decisione presa in carriera. Alan – che è stato l’ingegnere del suono per "The Dark Side Of The Moon" dei Pink Floyd, oltre che un tardo collaboratore dei Beatles – ha sempre tenuto in mano le redini del gioco pubblicamente, con il benestare di Woolfson, che al tempo occupava anche un ruolo manageriale. Le loro strade sono ormai divise, Alan Parsons si è trasferito in pianta stabile in America, dove ha tirato su un’altra formazione con cui saltuariamente si esibisce dal vivo. Ad Eric è invece spettato il compito di rinverdire i fasti della vecchia sigla, solleticato dall’interesse di una major – la Sony – nel 2006, che lo spinse a rovistare negli archivi personali al fine di recuperare qualche inedito. Ed il miracolo è avvenuto! Pubblicato da Limelight Records e con la complicità di due nuovi valenti ingegneri del suono come Haydn Bendall ed Austin Ince, Eric lavora a vecchi abbozzi di canzoni , portando a compimento una scaletta davvero solida. Disco realizzato in parte in studio – con un passaggio d’obbligo anche ai leggendari Abbey Road Studios - e parzialmente in casa, con l’ausilio delle più moderne tecnologie. Sono 10 brani che rilanciano l’idea di un pop luccicante, Woolfson è pronto a lasciare un ulteriore segno nello sfavillante mondo della canzone contemporanea.

Il Monolite dei Sunn O)))


Numeri che fanno impressione, in 10 anni di esistenza – oltre a terrorizzare le platee di mezzo mondo – i Sunn O))) hanno realizzato qualcosa come sette album a proprio nome. "Monoliths & Dimensions" è l’ultimo della serie e con sé porta l’aurea del disco definitivo. Distese su circa 53 minuti di musica le quattro tracce che lo compongono generano un rumore antico come la terra. Sempre legati al concetto di esoterismo e paganesimo, i Sunn O))) hanno portato a decontestualizzare l’idea stessa di metal, facendo tesoro del rombo assordante del black metal come del tonfo virgiliano del doom. Rappresentanti unici di un nuovo concetto di estremismo in musica i due ‘monaci’ originari di Seattle, hanno nel frattempo cambiato indirizzo. Stephen O’ Malley si è trasferito a Parigi, proprio per fortificare la sua esperienza di artista visuale, mentre Greg Anderson – proprietario della stessa Southern Lord - ha scelto Los Angeles come nuova dimora, forse col proposito di far tremare le colline hollywoodiane… Fatto sta che le esperienze extramusicali e le collaborazioni concepite con altri artisti (pensiamo ai KTL di O’ Malley e Peter Rehberg (Pita)) hanno realmente accresciuto il bagaglio tecnico ed emozionale dei nostri, che in "Monoliths & Dimensions" oltre a ricercare la loro natura ancestrale, rivoltano dal fondo il concetto di avanguardia stessa. Registrato in diverse location a cavallo tra il 2007 ed il 2008 con l’aiuto di Randall Dunn (Earth) questo vuole essere un atto definitivo nel dizionario del rock più macilento e ripetitivo. Del resto i due mai hanno nascosto la loro fascinazione per il minimalismo storico – La Monte Young in cima – e la più efferata drone-music. Tra i presenti al ‘sacrificio’ i soliti Attila Csihar – il prototipo di vocalist ultra-terreno – ed il chitarrista australiano Oren Ambarchi. Poi l’amico di sempre Dylan Carlson, l’uomo che ha costituito gli Earth (e anche quello che prestò il fucile a Kurt Cobain, fate vobis) ed un paio di figure magistrali nell’ambito del jazz e dell’avanguardia. Il primo è Julian Priester, leggendario trombonista che compare in "Sextant" di Herbie Hancock, ma vanta trascorsi con l’Arkestra di Sun Ra ed almeno un fondamentale album a suo nome per ECM (Love, Love). L’altro personaggio di spicco è il musicista/arrangiatore Eyvind Kang, che in passato ha lavorato con John Zorn (pubblicando anche per la sua Tzadik), il chitarrista Bill Frisell e Mike Patton. E’ un disco che strutturalmente introduce nuovi canoni, potendo appunto giocare sul suono degli archi e dei fiati, che più che conferire un’aria orchestrale al disco, pongono in essere una nuova forma di apocalittica musica da camera. "Monoliths & Dimensions" è forse uno dei dischi più voluminosi di questo 2009, un affare da capogiro, per chi riesce ancora a calarsi in un’idea di rock plumbeo e contaminato.

Il disco uscirà in tutto il mondo il 5 Maggio.

25/03/09

Il nuovo album degli Isis in uscita il 5 maggio



Gli Isis hanno smesso da diverso tempo i panni della cult band, sono ormai un punto di riferimento per quanti guardano speranzosi al futuro della musica heavy. Altro concetto da sdoganare tra l'altro, considerato che dopo "In The Absence of Truth" del 2006, l’album che li ha portati ad essere uno dei gruppi di punta della Ipecac di Mike Patton, gli Isis hanno cancellato con un colpo di spugna i residui dubbi sulla loro presunta originalità. Perché è proprio questo il punto: mantenere inalterata una propria personalità pur suonando una musica dai toni epici, mai forsennata d’accordo, ma sicuramente ascrivibile a quello che un tempo veniva chiamato metal. "Wavering Radiant" è – dopo 3 anni – un’altra dimostrazione di forza e talento. Il disco, pubblicato negli States ancora da Ipecac, è licenziato per il mercato europeo alla belga Conspiracy, altro marchio che oltre ad aver guadagnato il rispetto di tutti gli addetti ai lavori ha posto in essere le fondamenta per il metallo più avanguardista del prossimo decennio. L’onda d’urto degli Isis si è sgretolata in favolosi momenti di onirica psichedelia, in cui le sospensioni strumentali prendono il sopravvento, accrescendo di significato i tagli quasi cinematici che la loro musica quasi incorpora geneticamente. "Wavering Radiant" è quanto mai una questione di suono, una presa che attanaglia e poi rilascia, quasi attoniti ed è tanto lo stupore nel caso di una band partita dai lidi apocalittici del post-hardcore. Le due chitarre di Aaron Turner e Michael Gallagher rimangono ancora elementi caratterizzanti ed i loro duelli quasi wagneriani costituiscono la spina dorsale del suono-Isis. La voce di Aaron è poi usata in maniera ancor più strumentale, mai canonicamente brutal, semmai sempre più vicina ad un sospiro psicotico, fatte salve le - sempre più rare - parti urlate. Un altro ruolo di primissimo piano è occupato dal talento del multi-strumentista Clifford Meyer, mai così in prima linea, sfruttando anche le potenzialità del suo armamentario sintetico . Le stratificazioni ambientali create dalle sue tastiere (Fender Rrhodes, organo elettrico), costituiscono il fondo abissale su cui si adagiano gli arrangiamenti del gruppo, inquietanti, come in una spirale à la David Lynch. Il dato è questo: oggi gli Isis non hanno davvero punti di riferimento netti, sono loro a rappresentare il nuovo, l’eccellenza. Oltre i meandri dell’heavy music, dello shoegaze, in una dimensione che è già futuribile.

Il disco uscirà in CD il 5 maggio, anticipato a fine aprile dalla pubblicazione del vinile.

Il Ritorno Di On-U Sound

Squilli di trombe, rullo di tamburi, con il benestare di Adrian Sherwood On-U Sound torna a pubblicare, riportando in tutto il mondo le vibrazioni del moderno dub.
E si riparte dal formato 12 pollici, con un trittico di mix che vedono come protagonista assoluto il vate Lee Perry. In maggio la prima pubblicazione del rinato marchio, la collaborazione dell’ex leader degli Upsetters è con i Moody Boyz. God Smiled (The Moody Boyz Remix) anche in versione dub, inaugura la trilogia, portando ancora una volta la musica della On-U Sound nei dancefloor più alternativi. A ruota International Broadcaster, ancora realizzata coi Moody Boyz e con la complicità del grande mc britannico Roots Manuva, figura che in qualche maniera ha posto le basi per la rivoluzione grime/dubstep. Questa prima ingarbugliata corsa sui ritmi in levare si chiuderà con un vero e proprio faccia e faccia tra presente e passato: Kode 9 si prenderà l’incarico di manipolare Yellow Tongue, concepita a quattro mani da Lee Perry e Samia Farah. Un ritorno impeccabile.

Fire On Fire - The Orchard

South Portland, Maine. Questo l’ultimo indirizzo conosciuto dei Fire On Fire, al secolo Colleen Kinsella (voce, harmonium, chitarra, fisarmonica, banjo) Caleb Mulkerin (voce, chitarra, banjo, dobro) Tom Kovacevic (voce, oud, tamboritza, jembe, tamburino) Micah Blue Smaldone (voce, contrabbasso, banjo) e Chriss Sutherland (voce, chitarra, doumbek). Un collettivo che quasi miracolosamente parte dall’esperienza dei Cerberus Shoal, uno degli esempi più sfuggenti di post-rock americano con una discografia quanto meno frastagliata (pubblicazioni per Temporary Residence e North East India), per rivisitare la musica dei padri, in un’idea di folk quasi rurale. Dopo l’abbandono del tetto natio da parte degli Akron Family, Michael Gira si avventura nuovamente nella wilderness con i Fire On Fire, facendo sì che il loro debutto sulla lunga distanza The Orchard divenga punta di diamante del catalogo Young God. Ed i presupposti ci sono tutti. Lasciando da parte le stentoree divagazioni filo prog dei Cerberus Shoal, i nostri lavorano ad un suono idealmente scarno, al crocevia tra pre-war folk e murder ballads senza tempo. Facendo appunto ricorso ad una strumentazione tradizionale – utilizzando copiosamente fisarmonica, banjo e dobro – i Fire On Fire mettono in piedi un disco di bucolica bellezza, un tributo a terre e luoghi antichi, una celebrazione dell’uomo libero. Quasi un paradosso nel moto accelerato del mercato occidentale, perché una caratteristica fondante di The Orchard è proprio nel ritorno prepotente alla natura, sia concettualmente che strumentalmente. Un disco tradizionale che come tale non teme il confronto con il tempo, occupando una sfera privata ed emozionale del tutto particolare. Into The Wild!




24/03/09

Actress - Video e live a Dissonanze 2009



MR. CUNNINGHAM AKA ACTRESS - REMIXER DI LUSSO PER VARIOUS PRODUCTION ED ALEX SMOKE TRA I TANTI - ERA ATTESO SPASMODICAMENTE ALLA PRIMA PROVA SULLA LUNGA DISTANZA DOPO AVER IMPRESSIONATO CON IL 12 POLLICI ORMAI CLASSICO NO TRICKS.
L'ALBUM OMONIMO VIENE PUBBLICATO DALLA WERK DISC ED E' UNA CONFLAGRAZIONE DI R' N' B ED ATTRAZIONI TECHNO, CON NUMI TUTELARI DI DETROIT COME KENNY LARKIN E THEO PARRISH AD OSSERVARE DALL' ALTO.

ACTRESS SARA' OSPITE NELL'EDIZIONE 2009 DI DISSONANZE

COME BIBLIOGRAFIA MELODICA CI SONO I BOARDS OF CANADA, MENTRE COME SEZIONE RITMICA SI POMPANO LE LOW FREQUENCIES CHE E’ UN PIACERE, PERCHE’ LA TENDENZA E’ QUESTA. IERI L’ALTRO CON GLI ANTICIPI DEL DUBSTEP DI CLASSE, OGGI SI SPARA IN ORBITA SUA MAESTA’ THE BASS. - SENTIREASCOLTARE

IMMAGINATE DI TROVARVI A META’ TRA JAN JELINEK E LA SUA ELETTRONICA GELIDA ED ANTHONY SHAKE SHAKIR E LA SUA TECHNO-HOUSE FRAGILE EPPURE FUNK E MAGNIFICENTE - MUCCHIO/SOUNDLAB

Sleepy Sun


I bookmaker danno in forte ascesa le quotazioni di Sleepy Sun, gruppo ampio che nasce a Santa Cruz e presto si trasferisce a San Francisco, giusto per inseguire gli spettri di quella che della summer of love. E’ un altro miracolo di rock americano lisergico, volatile, acido. "Embrace", proprio un abbraccio caloroso, quello che in maggio la sempre vigile ATP Recordings metterà in circolo, permettendo agli Sleepy Sun di tagliare il traguardo della prima tappa sulla lunga distanza. Una bella scalata, non c’è che dire. Il disco è stato registrato a Vancouver, nella British Columbia, nel gennaio del 2008, e va ad aggiungersi al numero di opulente produzioni che in tempi recenti hanno invaso il mercato della nuova psichedelica americana. Che sta – tra l’altro - attraversando un momento di incredibile notorietà, come forse non accadeva dal finire degli anni ’80. Il motto del gruppo è ‘let’s get weird’, una promessa ben mantenuta, perchè non ci sono davvero limiti all’onda d’urto generata dalla formazione, una spinta che a volte può essere più lucida, ma anche obliterata da sostanze psicotrope. Brian Tice (batteria), Jack Allen (basso), Rachael Williams (voce, danza) Bret Constantino (voce e armonica), Evan Reiss (chitarre) e Matt Holliman (chitarre) si incontrano da giovanissimi – età media compresa tra i 22 ed i 23 anni – nella natia Santa Cruz, accomunati da interessi quali l’ortocultura (preferiamo non fare della sagace ironia in merito), l’italianissima pizza e la musica di Neil Young. "Con la foresta e l’oceano alle nostre spalle, siamo stati attratti l’uni agli altri, come musicisti, amici ed amanti ’. Citando tra le loro principali influenze Black Sabbath, Creedence Clearwater Revival, Can ed i dischi dell’inglese Creation (My Bloody Valentine, avete presente?) hanno forgiato un suono caldo, costruito attorno ad intense jam, ma spesso anche sensibile a momenti più genuinamente acustici. Il trasferimento a San Francisco è quasi una necessità oggettiva, in quanto il gruppo voleva entrare in un giro più vasto, assaporando anche il clima di una metropoli a misura d’uomo. E già qualche soddisfazione se la son tolta strada facendo, aprendo per il leggendario folk singer di origine messicana Rodriguez, alla Great American Music Hall. Perdersi nei meandri di questa scoppiettante sauna elettrica sarà solo questione di tempo, la musica di Sleepy Sun presto vi causerà dipendenza!

23/03/09

Tartufi


Nascono a San Francisco nel 2001 i Tartufi, duo composto da Lynne Angel e Brian Gorman e dedito a sonorità apparentemente fuori dalla norma, sospese tra portentoso indie-rock e più onirico folk psichedelico. Tre album per Thread ed una pubblicazione tutta europea per i tipi della spagnola Acuarela. Prima di chiudere un contratto con Southern Records e rinascere definitivamente a nuova vita. Il loro sound si sposta sensibilmente verso le fascinose ed avvolgenti sonorità di fine sessanta/inizio settanta, quasi andando a riscoprire la storica tradizione della Bay area e dei suoi eroi universalmente riconosciuti: Jefferson Airplane, Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service. Registrato nella primavera del 2008 con la complicità dell’ingegnere del suono Tim Green (uno che indubbiamente la sa lunga avendo gia suonato con Nation Of Ulysses e Fucking Champs oltre ad aver prodotto stelle del firmamento rock americano come Melvins e Joanna Newsom) il nuovo "Nests Of Waves And Wire" da seguito a quel cambiamento stilistico ragguardevole già intuibile nel precedente "Us Upon Buildings Us" del 2006. Un disco curato con dovizia di particolari il nuovo, un attento mixaggio e numerose sovraincisioni hanno portato alla realizzazione di un lavoro complesso e stratificato. Merito anche della piccola orchestra ingaggiata dai nostri, una band di supporto di ben 10 elementi e addirittura un coro femminile a rendere ancora più sostenibile il loro viaggio verso reconditi luoghi rock del passato. Un disco pastorale, bucolico, ma anche altrettanto progressivo. Acustico in prevalenza, ma spesso sporcato da ritorni elettrici mozzafiato con decostruzioni poliritimiche alla stessa stregua dei migliori gruppi math-rock. Davvero un volto inedito ed inafferrabile per Angel e Gorman, che da oggi con la loro sigla si pongono di diritto tra le migliori cose partorite dall’indie americano degli ultimi 5 anni.

20/03/09

Buon week end da Easy Star All Stars



EASY STAR ALLSTARS "Cutting Edge" acoustic
Un classico dei set live di Easy Star All Stars in versione unplugged.
Nah Miss it!

The Paper Chase: il nuovo album ad Aprile


Le vie dell’avant-rock sono infinite. Sembra essere questo lo spot del nuovo – il quinto – album dei Paper Chase formazione che ormai si è guadagnata il sostegno di tutti i media underground, grazie ad un lavoro continuo e da anni all’insegna del più ispirato e imprevedibile indie-rock. Sommariamente lo chiamavano math-rock, oggi quanto proposto dalla band di Dallas è un suono che sfugge in mille direzioni. Mettendo insieme canzoni rock dal sapore epico, orchestrazioni pop-rumoriste, un amore viscerale per i tempi dispari ed una certa predilezione per quanto venga definito progressive, i Paper Chase giocano con incastri ritmici impossibili, prediligendo sempre e comunque un contorto formato canzone. Il leader John Congleton è ancora la star indiscussa del disco con il suo approccio a tratti esasperato a tratti volatile, una vocalità che ci ricorda da vicino quella sofferta ed originale di Jamie Stewart dei Xiu Xiu, gruppo con cui i Paper Chase hanno molto a che spartire. E’ il primo disco dopo l’innesto del nuovo batterista Jason Garner, che aggiunge ulteriore fuoco ritmico a" Someday This Could All Be Yours (Part 1)" – la seconda parte di questo concept sui disastri naturali è prevista ad inizio 2010 - uno dei dischi più affascinanti e complessi della loro discografia. Partendo dalle figure ellittiche dei Drive Like Jehu – memorabili per i loro intrecci chitarristici – e tenendo in alta considerazione gli stessi King Crimson (periodo Lark’s Tongue In Aspic e Red) i nostri hanno creato un linguaggio inedito, che spesso alla fisicità contrappone il dosaggio degli elementi in campo ed una scaltrezza compositiva senza pari. Nei 47 minuti di "Someday This Could All Be Yours (Part 1)" (in uscita ad Aprile per Southern Records) vengono contestualizzati 20 anni e più di rock indipendente, con maestria e grande senso della posizione. I Paper Chase sarannno ancora sicuri protagonisti del nostro tempo.

19/03/09

Wooden Shjips – Dos

Il mondo è finalmente pronto ad accogliere unanimemente i Wooden Shjips, la più florida realtà di quella scena neo-psichedelica che sta minando dalle fondamenta l’underground americano. Il debutto omonimo ed i singoli che lo precedettero (ma anche quelli che ne seguirono, di cui uno ricercatissimo - e fuori catalogo – per Sub Pop) accesero la speranza in coloro immersi nella più totale devozione per i seventies. Dos è il secondo capitolo di questo pellegrinaggio della mente, e si spinge ancora oltre le volte psichedeliche del debutto; un disco eccezionale per altro, in cui sembrava di ascoltare il re lucertola sciogliersi nell’acido di una tastiera liquida e di una ritmica quasi motorica. Non cedono alle lusinghe di altre etichette i quattro di San Francisco, e rimangono saldamente ancorati ad Holy Mountain, anche per questo nuovo parto discografico. E la musica del gruppo si colora ancora di più di toni lisergici, con le luci distorte della musica psych inglese e della space age tedesca. Traducendo: il beat marziale dei Neu e le virate elettriche di Spaceman 3 e Loop si impossessano di brani come la traccia d’apertura Motorbike o For So Long: Le chitarre sembrano immerse in un gigantesco vortice kraut blues, tra echi di John Fogerty (Creedence Clearwater Revival) e Michale Karoli (Can). E lo stesso Ripley Johnson che oltre alla sei corde caratterizza il sound di Wooden Shjips per la sua particolare vocalità, sembra guardare con maggiore insistenza a oriente e nello specifico ad un mito sotterraneo degli anni ’70 come Takashi Mizutani di Les Rallizes Denudes, gruppo feticcio del più esoterico Giappone. 5 lunghi episodi come si conviene a questi profeti del mantra sonico, il formato canzone viene polverizzato in Dos, in una performance esteticamente impeccabile, legata sì ad un immaginario antico, ma capace di guardare con turbolenta speranza ai viaggi di domani. Perché questo è il segreto, non sarete mai nello stesso luogo con la musica dei Wooden Shjips, la capacità di trasportarvi nei luoghi più reconditi della mente è proprio la specialità di questi quattro corrieri cosmici californiani.

Don Cherry - Finalmente viene ristampato Music/Sangam

L’incisione di Music/Sangam risale al giugno del 1978, ma la sua disponibilità sul mercato è stata sempre affare per pochi eletti. Per la prima volta in digitale grazie ai nastri originali forniti dall’allora produttore Martin Messonnier questo piccolo/grande capolavoro etno jazz vede finalmente la luce per la label francese Heavenly Sweetness. Dopo aver partecipato ad alcune delle più intense session in ambito di jazz libero – su tutte la partecipazione al quartetto storico di Ornette Coleman (con la sezione ritmica di Charlie Haden ed Ed Blackwell) ed i lavori con Albert Ayler (memorabile Spirtis, senza nulla voler togliere ad altri rinomati album) – ed aver licenziato per Blue note dischi fondamentali come Symphnoy For The Improvisers, Complete Commuinon o Where’s Brooklyn, Don Cherry scopre progressivamente le sue origini. In questo si avvicina alle musiche ed agli strumenti esotici della tradizione indiana, brasiliana, africana, indonesiana e cinese. Siamo agli albori di quella che sarebbe poi divenuta l’obsoleta pratica della world music, in una miriade di fraintendimenti e falsi storici.
Ustad Ahmed Latif Kahn un membro del Delhi garana (una dinastia di musicisti indiana) ed abile percussionista, incontra Cherry durante un tour europeo appositamente schedulato da Martin Messonnier, nonostante i due non abbiano mai provato assieme. Nulla di artificioso dunque, i due musicisti s’incontrano sullo stesso terreno, condividendo le rispettive esperienze ed addirittura un buon senso dell’umorismo. Il termine Sangam vuole dire luogo d’incontro in sanscrito.
Don Cherry unitamente alla celebre pocket trumpet suona il gran piano, un organo Hammond b3 e dei timpani cromatici. Latif adeguandosi in parte agli stilemi occidentali, velocizza il suo approccio ed arriva anche a sovraincidere alcune parti di tabla al fine di rendere ancora più ricche ed articolate le intelaiature ritmiche.
E’ un disco fantastico quello che tornerete ad ascoltare. Ricco di sfumature, ritmi dispari e l’idea di mettere faccia a faccia culture diverse. Un disco trascendentale a distanza di 30 anni e più!

Nuovo album per Guillermo Scott Herren aka Prefuse 73 aka Savath & Savalas

Produttore e musicista instancabile Guillermo Scott Herren ha posto le basi per una delle più convincenti contaminazioni tra hip-hop ed elettronica degli ultimi anni, anticipando di gran lunga quanto oggi proposto da artisti vezzeggiatissimi come Flying Lotus, Nosaj Thing, Hudson Mohawke e Bullion

Le sue pubblicazioni a nome Prefuse 73 licenziate da Warp, hanno inaugurato un filone quanto meno progressivo nell’ambito della musica ritmica moderna. Ma Scott ha sempre inseguito il suo istinto in maniera fedele. Facendo leva sulla sua sfaccettata personalità artistica, ha sempre mantenuto i piedi in più staffe. Sintomatica l’avventura svoltasi in parallelo con Savath & Savalas, che esordivano nel 2000 con Folk Songs for Trains, Trees and Honey per la Hefty di John Hughes, marchio di Chicago da sempre lungimirante nella scelta del suo roster.

Se Savath & Savalas era da considerarsi l’alter ego post-rock di Prefuse 73, con tutto quello che comporta l’abusato termine, la strada per Herren si è sempre mostrata in salita. Indubbiamente per la sua smania nel ricercare l’ibrido più fantasioso. Dopo aver vissuto per ben 4 anni a Barcelona è il momento del suo album catalano. Apropa't che vede la luce nel 2004 su Warp (nuova logica destinazione) introduce la collaborazione con la cantante locale Eva Puyelo Muns. Ed è una svolta, decisa. Ci troviamo in territori strettamente neo-folk, anche se la post-produzione di Scott e lo zampino di due vecchi e stimati amici come John Herndon e John McEntire (Tortoise), contribuiscono ad offrire una patina di modernità al tutto.

A distanza di pochi mesi l’Ep Mañana costituito da outtakes che non fanno che rinverdire i fasti dell’album principale, capace di catturare l’attenzione dei più sensibili ascoltatori di psichdelia in bassa fedeltà

E’ un mistero come Golden Pollen – uscito nel 2007 per un colosso indipendente come Anti – non abbia raccolto altrettanto successo. Un piccolo cambiamento si scorge nell’utilizzo della voce, dato che le parti cantate sono ora a completo appannaggio di Herren, che solo in un occasione si fa aiutare dallo svedese Josè Gonzales.

Il mercato si chiude a riccio nel frattempo e presto occorre trovare una nuova dimora artistica. E’ allora che Scott si decide a titar su il telefono per entrare in contatto col vecchio amico Egon, uno dei boss della californiana Stones Throw.

Dopo una breve contrattazione si aprono dunque le porte della label di Los Angeles, che è ben lieta di accogliere le avventure decisamente visionarie ed introspettive del nuovo Herren.
La Llama prende in considerazione melodie di stampo catalano e ritmi subdoli che invece guardano direttamente al sud America. I nomi dei due nuovi collaboratori sono Puyuleo Muns e Roberto Carlos Lange. Entrambi sono mossi dall’amore comune per le sonortià lisergiche provenienti dalla piccola scena di Recife, in Brasile, agli albori degli anni ’70. E considerato che Egon è un accanito collezionista, presto si ritrova con Herren a fare considerazioni sulle musiche imprevedibili di Marconi Notaro, Flaviola, Lula Cortes e Ze Ramalo.
In tutto questo c’è anche poi la stima infinita per il compianto produttore di casa J.Dilla, l’apprezzamento per Madlib e per il giovane virgulto Koushik, che proporpio con Herren sembra condividere una visone musicale a 360 gradi .

E’ un altro colpaccio per Stones Throw ed un’altra indicazione di assoluta attualità dopo le azzeccate escursioni prog psichedeliche del chitarrista dei Mars Volta Omar Rodiguez Lopez - Old Money - ed il Beat Konducta 5&6 con cui Madlib ha voluto pagare il suo personale tributo a J.Dilla. L’intenzione non è quella di scalare le classifiche, ma di lasciare – ancora una volta – un segno permanente nella storia della musica underground che conta.

IL DISCO USCIRA' IN EUROPA IL 18 MAGGIO

Scarica il singolo La Llama da questo link