Visualizzazione post con etichetta Southern Records. Mostra tutti i post
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23/03/09

Tartufi


Nascono a San Francisco nel 2001 i Tartufi, duo composto da Lynne Angel e Brian Gorman e dedito a sonorità apparentemente fuori dalla norma, sospese tra portentoso indie-rock e più onirico folk psichedelico. Tre album per Thread ed una pubblicazione tutta europea per i tipi della spagnola Acuarela. Prima di chiudere un contratto con Southern Records e rinascere definitivamente a nuova vita. Il loro sound si sposta sensibilmente verso le fascinose ed avvolgenti sonorità di fine sessanta/inizio settanta, quasi andando a riscoprire la storica tradizione della Bay area e dei suoi eroi universalmente riconosciuti: Jefferson Airplane, Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service. Registrato nella primavera del 2008 con la complicità dell’ingegnere del suono Tim Green (uno che indubbiamente la sa lunga avendo gia suonato con Nation Of Ulysses e Fucking Champs oltre ad aver prodotto stelle del firmamento rock americano come Melvins e Joanna Newsom) il nuovo "Nests Of Waves And Wire" da seguito a quel cambiamento stilistico ragguardevole già intuibile nel precedente "Us Upon Buildings Us" del 2006. Un disco curato con dovizia di particolari il nuovo, un attento mixaggio e numerose sovraincisioni hanno portato alla realizzazione di un lavoro complesso e stratificato. Merito anche della piccola orchestra ingaggiata dai nostri, una band di supporto di ben 10 elementi e addirittura un coro femminile a rendere ancora più sostenibile il loro viaggio verso reconditi luoghi rock del passato. Un disco pastorale, bucolico, ma anche altrettanto progressivo. Acustico in prevalenza, ma spesso sporcato da ritorni elettrici mozzafiato con decostruzioni poliritimiche alla stessa stregua dei migliori gruppi math-rock. Davvero un volto inedito ed inafferrabile per Angel e Gorman, che da oggi con la loro sigla si pongono di diritto tra le migliori cose partorite dall’indie americano degli ultimi 5 anni.

20/03/09

The Paper Chase: il nuovo album ad Aprile


Le vie dell’avant-rock sono infinite. Sembra essere questo lo spot del nuovo – il quinto – album dei Paper Chase formazione che ormai si è guadagnata il sostegno di tutti i media underground, grazie ad un lavoro continuo e da anni all’insegna del più ispirato e imprevedibile indie-rock. Sommariamente lo chiamavano math-rock, oggi quanto proposto dalla band di Dallas è un suono che sfugge in mille direzioni. Mettendo insieme canzoni rock dal sapore epico, orchestrazioni pop-rumoriste, un amore viscerale per i tempi dispari ed una certa predilezione per quanto venga definito progressive, i Paper Chase giocano con incastri ritmici impossibili, prediligendo sempre e comunque un contorto formato canzone. Il leader John Congleton è ancora la star indiscussa del disco con il suo approccio a tratti esasperato a tratti volatile, una vocalità che ci ricorda da vicino quella sofferta ed originale di Jamie Stewart dei Xiu Xiu, gruppo con cui i Paper Chase hanno molto a che spartire. E’ il primo disco dopo l’innesto del nuovo batterista Jason Garner, che aggiunge ulteriore fuoco ritmico a" Someday This Could All Be Yours (Part 1)" – la seconda parte di questo concept sui disastri naturali è prevista ad inizio 2010 - uno dei dischi più affascinanti e complessi della loro discografia. Partendo dalle figure ellittiche dei Drive Like Jehu – memorabili per i loro intrecci chitarristici – e tenendo in alta considerazione gli stessi King Crimson (periodo Lark’s Tongue In Aspic e Red) i nostri hanno creato un linguaggio inedito, che spesso alla fisicità contrappone il dosaggio degli elementi in campo ed una scaltrezza compositiva senza pari. Nei 47 minuti di "Someday This Could All Be Yours (Part 1)" (in uscita ad Aprile per Southern Records) vengono contestualizzati 20 anni e più di rock indipendente, con maestria e grande senso della posizione. I Paper Chase sarannno ancora sicuri protagonisti del nostro tempo.

02/09/08

Dianogah




Sono passati la bellezza di sei anni dall’ultimo disco pubblicato da Southern Records a titolo "Millions Of Brazilians", da quel momento in poi per i Dianogah è trascorso quasi un periodo di ibernazione. Pausa di riflessione o indagine artistica? Fatto sta che uno dei gruppi guida del movimento post-rock made in Chicago ha ben riflettuto su quale fosse l’argomento più logico da abbracciare, in questi anni in cui la frammentazione stilistica più che una costante è divenuta un’insana abitudine. Figli di quello stesso territorio che ha celebrato le gesta dei Tortoise, anche al termine del momento di massimo fulgore della scena, i Dianogah hanno saputo attendere. Per gettarsi anima e corpo sulla nuova preda. Un album fatto verosimilmente di canzoni. In parte abbandonate le elucubrazioni strumentali degli esordi i tre – il nucleo base consta di Jay Ryan (basso, voce), Jason Harvey (basso) e Kip Mcabe (batteria) – sviluppano un suono dai forti connotati melodici, in cui la voce è strumento altrettanto importante ai fini della riuscita delle singole composizioni. Un avvicinamento dunque alla forma canzone verrebbe da dire. Riprova ne sono gli ingressi esterni della vocalist Stephanie Morris, che oltre a rappresentare l’ideale contraltare di Ryan, rende ancora più speziati i pezzi raccolti in "Qhnnnl". Come ospiti avvistiamo Andrew Bird che con il suo violino in dote porta un tocco di arrangiamenti neo-classici, Billy Smith alla chitarra e Mark Greenberg alle tastiere. Rilasciata l’onda post-rock e soprattutto le insidiose trappole contingenti, i Dianogah rinascono come formazione indie tout court, spiccando il volo verso nuovi – inediti – orizzonti.

La band sarà in tour in Italia ai primi di Ottobre.

26/08/08

Bellafea



C’è tutta la tensione delle migliori post-punk band americane nella musica dei Bellafea, trio originario di Chapel Hill, North Carolina. Al secolo Heather McEntire (voce, chitarra), Nathan Buchanan (batteria) ed Eddie Sanchez (basso). Sono al debutto lungo e certo non amano andare per il sottile, mantenendo un approccio piuttosto stringato per tutta la durata del disco. Nove i brani in questo loro esordio prodotto da Southern Records, una mezz’oretta essenziale in cui i migliori risvolti della musica chitarristica degli ultimi 15 anni si susseguono senza soluzione di continuità. Elevato il profilo emotivo di questo lavoro, che certamente fa tesoro delle esperienze passate di marchi quali Touch & Go o Dischord, in altre parole le pietre d’angolo della nuova cultura indie a stelle e strisce. Un approccio pieno di livore, ma a tratti melodrammatico quello dei Bellafea, laddove è un violino a sorreggere le sorti della semi ballata "Telling The Hour", in cui la vera protagonista è la malleabile voce di Heather. Un gruppo che non si bagna unicamente nel mare delle produzioni noise dell’ultimo decennio, mostrando in realtà di possedere un’anima prossima ad un songwriting più classico ed essenziale. In questa giostra di contrasti emotivi i Bellafea incidono un solco, complici anche i compagni di avventura locali (il trio è rispettato e idolatrato negli ambienti cittadini) John Danielle (Mountain Goats), Dave Laney (Milemarker, Challenger) e l’autore Brad Land (Goat, Pilgrims Upon The Earth). "Cavalcade", che sin dal titolo impone una certa spinta motoria alle dinamiche del disco, è un esempio di come si possa ancora concepire musica dal profilo fortemente adrenalinico senza in questo rinunciare a bollenti ed urlate melodie. Un esordio coi fiocchi.

10/07/08

ASVA



Secondo album per gli Asva, fondamentalmente la creatura dell’ex-Burning Witch Stuart Dahlquist.

Celebre per i suoi trascorsi anche in Goatsnake e Sunn O))) il nostro mette in piedi una recita maligna che tanto deve al black metal delle origini quanto ai toni più ossianici di certo doom. Inquietante ma per nulla monolitico "What You Don’t Know Is Frontier" si abbevera alla fonte di altre musiche, inglobando anomali esperimenti di musica etnica e prestando il fianco a certo folk psichedelico. Toni oscuri resi ancor più vibranti dalla presenza di campioni del trasformismo musicale come Trey Spruance (il chitarrista/compositore già con Mr. Bungle, Faith No More e Secret Chiefs 3) e Stephen O’ Malley (che farà parte della live band del nostro, nell’imminente tour europeo). Una lenta discesa nelle viscere della terra.

04/06/08

We know by the ground that we are within sound


The Owl Service nascono nell’estate del 2006 per merito di Steven Collins, che sin dagli esordi si pone l’obiettivo di evocare le magiche atmosfere del folk britannico, senza in questo tralasciare le oniriche colonne sonore dei commercials e delle serie televisive degli anni 60 e 70.

Steven Collins è il leader indiscusso del gruppo e assieme ad un manipolo di fidi collaboratori incide "A Garland Of Song" a cavallo tra il dicembre del 2006 ed il giungo del 2007, quasi integralmente in un attrezzatissimo studio casalingo. Un esordio, in uscita per Southern Records, che si consuma tra misteriose e grumose ballate, appunti di rock acido e voluminose schermaglie garage. Elementi che in realtà non identificano il suono del gruppo come retrogrado, tant’è che questo approccio alla tradizione è tra i più vitali ed originali degli ultimi 30 anni.

In questo è apprezzabile la tenuta di Steven, tra i pochi autori contemporanei inglesi a prestare reale attenzione ai canoni sonori di un tempo, senza perdere un briciolo di spirito innovativo. Delizioso, notturno, stregato, sono gli attributi che bene potrebbero descrivere questo debutto lungo che in pieno vuole sposare l’operato dei grandi del passato, dai Fairport Convention ai Pentangle passando per Anne Briggs e Mellow Candle.

"Icy female vocals and crystalline electric guitars thread through sinister traditional tunes, recalling Trees' 1970 classic "On the Shore" and Fairport Convention's "Liege & Lief" Stewart Lee, Sunday Times

"British spooky/avant folksters whose muse is slightly more medieval than post-modern, but recalls Black Mountain and Lightning Dust as well as Vashti Bunyan and Steeleye Span" Time Out

"...we highly recommend checking out the finest “traditional folk” album we’ve heard all year" Foxy Digitalis

"...the result sounds like a lost album of '70s UK folk ...female singers who have that quality to provoke a world of a cultivated sensitivity ...all tracks flow beautifully from one perfect mood to the next" Psyche Homestead

"...pure genius" DJ Magazine

"A deeply intoxicating and alluring listening spectacle." Losing Today

"A quiet, contemplative work of art that'll warm the cockles of any cold, cold heart" Foxy Digitalis

"...wonderful and inventive but by no means contrived, ...an EP that is full of surprises and beautiful moments. As with many EPs, "Wake the Vaulted Echo" ends a little too quickly and I found myself wanting to hear more" Progressive Ears

"This is one elusive butterfly of a record: a CD you'll want to play all the way through again and again, ond pause only to wish it were longer" Terrascope Online