28/03/08

When Life Gives You Lemons You Paint That Shit Gold

Atmosphere il prolifico duo composto da Slug e dal produttore Ant è pronto a pubblicare il suo sesto album ufficiale da studio, dal caustico titolo di When Life Gives You Lemons, You Paint That Shit Gold. Il gruppo di Minneapolis è tra le stelle del firmamento hip hop undergound, avendo messo in piedi qualcosa come 2000 concerti e venduto circa un milione di dischi, pur rimanendo tra gli artisti di punta di Rhymesayers Entertainment.
Gli ultimi due album della crew, Seven Travels (uscito per Epitaph nel 2003) e You Can't Imagine How Much Fun We're Having del 2005, hanno rappresentato il cosiddetto cambio di marcia per Atmosphere, favorendo la loro partecipazione a show di successo quali Late Night with Conan O'Brien ed il Jimmy Kimmel Live, oltre a 160 spettacoli come headliner negli Stati Uniti, in Canada, Europa, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud.
Nel 2007 Slug ed Ant hanno ulteriormente solidificato la loro fama di produttori prolifici, con la pubblicazione al di fuori dei classici canali commerciali della serie ultralimitata Sad Clown. I volumi 9, 10 ed 11 non hanno rappresentato altro che una succosa anticipazione per i numerosi fans, pronti a chiedere sempre di più.
Dopo un album ‘natalizio’ disponibile unicamente in download è l’ora dell’ennesimo lancio sulla lunga distanza. La pubblicazione di When Life Gives You Lemons… sarà supportata da due videoclip per i brani Guarantees e Shoulda Known. La stampa di settore già rumoreggia mentre gli imminenti show al Koko ad allo Scala di Londra sono sold out già da diverse settimane. Per l’occasione Atmosphere avrà una backing band in carne ed ossa composta da 5 elementi.
Le lucide rime di Slug si srotolano nuovamente sui tappeti ritmici costruiti ad arte da Ant, in un celebrazione che deve tanto ai maestri della old school – soprattutto Public Enemy e Boogie Down Production – pur rimanendo forte l’intesa con artisti contemporanei quali Jurassic 5, Aesop Rock, Cage e Brother Ali (con i quali hanno spesso diviso il palco).
Particolare attenzione è data a tutti i formati del disco. Il vinile sarà doppio (colorato, giallo, proprio per omaggiarne il titolo) e limitato, mentre la prima stampa in cd si presenterà in un libricino dalla copertina rigida, dorata, nelle cui 40 pagine trova spazio una storia per bambini illustrata, firmata dallo stesso Slug. Nella prima tiratura disponibile anche un bonus dvd, con oltre un’ora di immagini live ed interviste esclusive.

27/03/08

Giulty Simpson "Ode To The Ghetto" (Stones Throw)

La nuova scommessa in casa Stones Throw si chiama Guilty Simpson. Il suo debutto fa seguito ad una serie di strategiche apparizioni: "The Shining" e "Ruff Draft" di J-Dilla, le compilation "Chrome Children", i remixes di Four Tet/Dabrye e "Champion Sound" di Jaylib. Grande dispiego di produttori per Ode To The Ghetto: Madlib, J-Dilla, Oh No e Deanun Porter (Dr.Dre, D 12).
Un disco che si impone per la sua versatilità, i suoi campionamenti esotici e le fluenti rime di Simpson.


http://www.stonesthrow.com/
http://www.stonesthrow.com/guiltysimpson/
http://www.myspace.com/guiltysimpson

26/03/08

JAMES PANTS - Welcome

Il battesimo artistico di James Pants ha una data ed un luogo: siamo in Texas, nell’anno 2001, quando il nostro si avvicina cautamente al boss di Stones Throw Peanut Butter Wolf dispensando quello che era poco più di un provino, una sorta di rude demo promozionale.

Un incontro che presto assume i connotati del classico sogno che si trasforma in realtà. In tempi brevissimi le attenzioni del proprietario di Stones Throw si spostano sul bianco virgulto, che dopo un periodo di internariato presso la stessa etichetta viene messe sotto contratto dallo stimato ‘padrino’ artistico Penaut Butter Wolf. Che non a caso ripone più di una speranza nei suoi confronti, tanto da dipingerlo come la next big thing di casa.

A rendere più credibile la sua fama il coro unanime delle riviste di settore: Busy P, URB, XLR8R e Dazed & Confused tra le altre.

Il segreto di James Pants è ormai pubblico: il suo essere poliedrico lo rende animale di razza nel circuito della musica ritmica. La sua attitudine per natura trasformista lo porta a spingersi ben oltre gli steccati del genere, ricordando in questo la versatilità di una figura guida come quella del folletto di Minneapolis Prince.

In questa esplosione di colori e stili si rinnovano i tributi ai generi, si passa dalla mutant disco alla new wave, dal primissimo rap all’electro boogie fino a toccare il soul moderno di marca eighties.
Fioccano i paragoni per il nostro, che ha realizzato un autentico tour de force del groove, richiamandosi a nomi storici quali Cameo, Egyptian Lover e Timex Social Club o a moderni interpreti dei generi suddetti quali Chromeo o il produttore Pahrrell.
Un caleidoscopio di stili, del resto cosa vi aspettavate da un personaggio che ha imparato a scratchare sui dischi degli Steppenwolf?


TICKLEY FEATHER


Tickley Feather è il debutto omonimo di Annie Sachs, musicista originaria della Virginia ed ora residente in quel di Philadelphia, Pennsylvania. Dopo aver supportato gli Animal Collective nel recente tour americano approda sull’etichetta degli stessi: Paw Tracks. E’ bastata una manciata di singoli per farla apprezzare al più esigente pubblico indie, ora è pronto il lancio per una una delle label più in vista del circuito underground (Panda Bear, Black Dice, Ariel Pink, Excepter).

Tickley Feather, questo il nomignolo d’arte, è una fine songwtiter legata però alla sacra estetica del lo-fi e del do it yourself. Spesso supportata da mezzi di fortuna è stata capace di ottimizzare i vantaggi delle registrazioni casalinghe: pur registrando su un quattro tracce è riuscita a dare profondità e spessore alle sue canzoni, deliziosamente pop anche se arricchite da inconsueti disturbi ed arrangiamenti fantasiosi.

Cale la regola prendi l’arte e mettila da parte. Il disco è contrassegnato da brani che esaltano soffici atmosfere notturne, poggiandosi su un minimale bagaglio di elettronica cheap, barbara effettistica ed una voce senza meno carismatica. Canzoni che sono la naturale selezione di un lavoro svolto meticolosamente negli ultimi quattro anni. Un segreto ora rivelato.

Annie vive anche in maniera contraddittoria l’approccio alla sua musica, suscitando a più riprese sentimenti contrastanti, in bilico tra gioia, dolore e speranza. Sempre – ed unicamente – rispondendo al proprio ego. Tutto questo per trarre il massimo vantaggio da musiche di stampo ovviamente minimalista, eppure talmente carismatiche da sembrare il frutto di uno studio applicato. Sono tante le sensazioni che si insinuano in questo album, sicuramente tenera è la voce del suo bambino, mentre mormora le sue stravaganti idee alla madre. I suoi lavori sono stati ad oggi accostati a numi tutelari della canzone pop, declinata psichedelica od elettronica. Ecco dunque venire alla mente i nomi di Syd Barrett e Kate Bush, due luminose guide nel percorso solista di Annie, un’ autrice destinata a dare vigore al termine bedroom music.

20/03/08

Il ritorno di Daniel Lanois


“Here Is What Is” è il rimarchevole sesto album solista nella carriera di Daniel Lanois, un disco indipendente pubblicato dalla sua stessa label, la Red Floor Records. Oltre ad essere acclamato autore, Lanois si è distinto nel corso dell’ultimo ventennio per le sue doti di producer, accostando il suo nome non solo al capolavoro degli U2 “The Joshua Tree”, ma anche a firme altisonanti quali Bob Dylan, Brian Eno e Neville Brothers.

Il disco è stato registrato tra Toronto e Los Angeles, con l’ausilio del batterista Brian Blade (accompagnatore di lusso per Joshua Redman, Joni Mitchell, Norah Jones) e del pianista Garth Hudson (The Band). Oltre alle canzoni ci sono degli interessanti interludi dal piglio filosofico, in cui Lanois conversa con Brian Eno. Le tracce sono estrapolate dal film “Here Is What Is”. L’omonima pellicola – che ha debuttato al Toronto film festival nel 2007 – sarà disponibile separatamente in DVD a partire dal mese di aprile. Nelle parole dello stesso Lanois il film è costruito attorno ad una camera da presa che lo ritrae per il corso di un anno, fuori e dentro lo studio di registrazione per documentare – una volta per tutte – come si svolgono le cose all’interno di quelle mura. Diretto da Adam Vollick, Adam Samuels e Lanois il video celebra lo stato dell’arte di uno dei più apprezzati produttori del nostro tempo.

Prestigiosi anche i contenuti dell’album, sorretto da una sensibile vena folk rock e da un sibillino romanticismo di fondo. Vincente anche nella ricerca dei timbri e delle atmosfere, che spesso richiamano con proprietà di linguaggio i luoghi della musica contemporanea, attraverso un pianismo classico e accenni percussivi di scuola minimalista. Un disco che possiamo definire – senza timore di essere smentiti – un’opera d’arte a tutto tondo.

18/03/08

Pete Molinari - A Virtual Landslide


Non lasciatevi ingannare dal suo volto, Pete ha appena 22 anni…o meglio prendete dannatamente sul serio la sua immagine da loser d’altri tempi, perché Molinari – nonostante l’anagrafe – è un autentico veterano. E’ la nuova scommessa di casa Damaged Goods, un’etichetta che dell’estetica rock’n’roll ha fatto un credo, accogliendo ripetutamente al suo capezzale un uomo come Billy Childish.
A vederlo, Pete sembra un fragile ed involontario incrocio tra Johnny Cash e James Dean, e se dell’uno può incarnare lo spirito del cantore solitario, dell’altro può ricordare la spregiudicata gioventù bruciata, che invece di sedersi al bordo di un fiammante bolide preferisce ‘confessarsi’ nelle radure di una bucolica America.
A Virtual Landslide è così un disco d’altri tempi, anzi un disco senza tempo, baciato da un seme di giusta immortalità. Pete è un crooner e come tale le sue canzoni accompagnano in maniera fluida liriche che cantano di amori persi e storie sussurrate.
Originario di Chatham, Inghilterra, Pete è un meticcio, avendo addirittura origini egiziane, italiane e maltesi, ciò nonostante riesce a calarsi con semplicità disarmante nei polverosi scenari del grande sogno (illusione?) americano, altezza anni 50/60. Di lui si è immediatamente innamorato il produttore Liam Watson: i suoi Toe Rag Studio sono stati mecca per star del calibro di White Stripes e The Kills. Proprio Liam è riuscito a conferire un sound incredibile al suo nuovo album, scarno eppure eccentrico negli arrangiamenti.
Tra gli ospiti segnaliamo la presenza del chitarrista pedal steel BJ Cole (ultimamente richiesto a sopresa da artisti come Luke Vibert e Basement Jaxx), che aggiunge un ulteriore flavour ‘sudista’ a questo magnetico debutto.

Un’artista che sembra abbeverarsi alla stessa fonte di Hank Williams, Bob Dylan, Leadbelly e Jimmy Rodgers, catturando il nostro immaginario con una riconoscibile voce in falsetto ed una sublime sei corde acustica.



’Molinari’s voice and haunting melodies left me feeling that the musical void in the British music scene will most definitely be filled. He can follow in the footsteps of Dylan and Guthrie’ NME

"A singular talent....his distinctive voice and guitar establish him as a Medway Hank Williams. Worth investigating." - UNCUT

’The soul of American music distilled into the voice of a Cuban-heeled greaser from the Medway Delta’THE GUARDIAN

‘An extraordinary new British talent...4.5/5’ - THE SUN

‘A spellbinding, wondrous voice....an amazing album’ - STOOL PIGEON

‘Young, finger-picking, country-blues marvel Molinari has a thrillingly ambiguous voice...’Virtual Landslide’ is an actual triumph’ - TIME OUT

‘A superbly realised piece of folk blues heartache’ - MOJO

‘Sweet-voiced blues-folk...a cherishable artefact even before you fall under the spell of the actual music’NME

12/03/08

Yeasayer il nuovo video

Lo strepitoso video di "Wait for the Summer", brano tratto dall'eccellente "All Hour Cymbals" del gruppo newyorkese, uscito a fine 2007 per l'etichetta We Are Free!

http://www.yeasayer.net/

http://www.myspace.com/yeasayer


10/03/08

Nuova Uscita Leaf Label

ESSIE JAIN - We Made This Ourselves (Leaf Label)

La ventinovenne Essie Jain – inglese di nascita e ora di stanza a New York – debutta con questo We Made This Ourselves, un album dal minimalismo quieto e potente al tempo stesso.
Nata in una famiglia di musicisti, Essie è cresciuta a Londra, dove fin da piccola studia pianoforte classico, violoncello e canto lirico. Un'educazione che lei stessa sospende una volta superata la soglia dell'adolescenza.
“Ho dovuto tagliar fuori la musica dalla mia vita per essere in grado di ripartire. Penso che tutti nella mia famiglia fossero contrari ma io ho sempre saputo che la musica sarebbe tornata a far parte della mia vita, e infatti è successo. Quando avevo vent'anni ho passato un anno davvero molto complesso e difficile a livello personale – trovavo molto difficile parlare a chiunque delle cose che stavo passandro e avevo bisogno di un modo per esprimerle. Ecco come la musica è tornata.” Jain ricomincia da capo a New York, iniziando lentamente a scrivere la sua musica.
“Non ero sicura di chi fossi come musicista. Avevo bisogno di un po' di tempo per respirare, per capire, e così ho preso un 8 tracce, una chitarra, un pianoforte e me stessa e ho cominciato a registrare.” Questa nuova situazione permette a Jain nuove esperienze in nuovi ambienti musicali. Conoscere il chitarrista Patrick Glynn ha poi illuminato il suo percorso.
“E' stato come quando si trova il pezzo mancante di un puzzle che è rimasto nascosto sotto il divano”, spiega Jain. “Semplicemente stiamo bene. Penso che lui abbia davvero capito quello che stavo facendo, e allo stesso tempo aveva un suo personale contributo da apportare alla mia musica. Sentivo parlare le persone di una chimica musicale che si può sviluppare con qualcuno e io avverto questo ad un livello molto profondo con Patrick.”
La coppia si esibisce in concerti low-key nel circuito folk di New York come duo di piano/voce e chitarra e partecipa con la traccia “Why” alla compilation della Kill Rock Stars The Sound The Hare Heard nel 2006.
Messo sotto contratto dall'etichetta newyorkese Ba Da Bing (la stessa di Beirut, tra gli altri), il duo si è poi concentrato sulla registrazione del debutto di Essie Jain We Made This Ourselves, con le percussioni di Jim White (Dirty Three, Will Oldham, Nina Nastasia) ad aggiungere ulteriori ispirazioni aelle session finali. Registrato per la maggior parte nel suo appartamento, l'album ruota attorno al pianoforte di Jain e alla sua voce misurata e discreta con occasionali passaggi di ottoni, fisarmonica, archi, chitarra o percussioni silenziose. Il disco “ha finito per avere un'intimità ed un carattere che non penso sarebbe stato possibile per noi ottenere in altro modo”, spiega Jain. “Volevo che fosse un disco per una “dark-hour” - quando le persone hanno bisogno di qualcosa per guarire o piangere, quando si sentono prigioniere, per avere un po' di quiete dalle cose che il mondo getta loro addosso. Ci sono momenti in cui questo può sembrare scomodo o difficile, ma è proprio quello di cui sono fatti questi momenti.”
L'effetto è quello di un chamber-folk delicato e dolorosamente onesto, il resoconto dettagliato di una storia tesa che sta fallendo e di un io emozionale che si sgretola.
La tensione montante prodotta dagli archi insieme ai cori celestiali di Jain nelle armonie stratificate di “Sailor” è decisamente avvolgente. E l'esclamazione in “Talking” - “Shut up, shut up talking / You gotta be kidding me” - non è mai stata cantata in modo tanto elegante o triste. In “Loaded”, il lamento del pianoforte accompagna le crude parole di Jain: “You passed out on uneven ground / I saw you / I saw you / Loaded, you were / Once again / Out of your mind / And on mine”. E la solenne e gentile chitarra di “Glory” trasporta la voce di Jain quasi come in un inno. Mentre il tono dell'album è segnato da un oscuro minimalismo che evita ogni indulgenza, le emozioni sono raramente sotto controllo, sempre a un passo dalla superficie. E l'effetto è affascinante. Essie si sta al momento esibendo come quartetto, con Patrick Glynn alla chitarra elettrica, un batterista e un bassista/trombettista e sta già ultimando il suo secondo album che uscirà negli Stati Uniti nel corso del 2008.

28/02/08

Tornano The Dirtbombs!


The Dirtbombs “We Have You Surrounded” CD/LP (In The Red)

Quarto album da studio per la band di Mick Collins, un’autentica forza della natura, l’uomo che forse ha più saputo rinverdire i fasti della scena garage americana. Prima coi Gories, successivamente con Blacktop e King Sound Quartet, un’ istituzione, ma anche un modello per personaggi di conclamata fama come Jack e Meg White (White Stripes), con i quali si è anche cimentato alla batteria in una rarissima performance da studio. Questa è la 17sima line-up del gruppo, che pur sconvolgendo l’organico mai rinuncia all’assetto originale che prevede due bassi (di cui uno fuzz), due batterie e la stesa chitarra del mastino Collins. Si rinnova il sodalizio con In The Red, unico marchio capace di supportare con adeguati mezzi ed ottima visibilità le scorribande dei più destrutturati combo rock’n’roll americani.
Quello di We Have You Surrounded è un suono ancora gravido di chitarre garage-fuzz e melodie soul, uno stile imparentato con la cultura della motor city: purissimo distillato detroitiano.
Con la traccia d’apertura – It’s Not Fun Until They See You Cry – Mick si toglie la soddisfazione di omaggiare uno dei suoi artisti preferiti, Mark E Smith, in quello che sembra un rigoroso tributo ai Fall. Come in Ever Lovin’ Man è evidente l’influenza di Iggy & The Stooges. Un disco costellato da episodi selvaggi, spesso stemperati da melodie doo-woop e da richiami sfrontati alla cultura black.
Altra caratteristica importante dei Dirtboms è l’accurata scelta delle loro scalette, confortata spesso e volentieri da preziosissime cover, un modo unico di riattualizzare tradizioni decennali, puntando contemporaneamente sull’originalità nonché sull’acceleratore. Anche questa volta scelte ‘ad effetto’ con le riprese di meravigliose re-interpretazioni. Sherlock Holmes degli Sparks è infernale pop music, mentre Fire In The Western World degli storici psyco-rockers di Seattle Dead Moon assume proporzioni epiche. Menzione particolare per Leopardman At C&A, liberamente ispirata all’omonima graphic novel dell’immenso fumettista/musicista Alan Moore (Watchmen, V For Vendetta tra le tante opere) .
E non è questo l’unico legame extra-musicale, se pensate che il regista Julian Schnabel ha voluto un loro vecchio cavallo di battaglia – Chains Of Love – per la colonna sonora del film Diving Bell (in Italia uscito col titolo di Lo Scafandro e La Farfalla).
Ancora un saggio di musica stradaiola per quell’autentico leader of the back che è Mick Collins, a fugare in maniera definitiva le voci incontrollate su un prematuro abbandono. I Dirtbombs sono la rock’n’roll band per antonomasia dei giorni nostri. Che sia ancora Detroit Rock City!

27/02/08

Dimension X

Dimension X “Dimension X” (Sonic Invaders)

Preparatevi ad una spaziale immersione nel mondo della più selvaggia musica improvvisata,
quella che ancora sembra tener serrato un rapporto con l’attitudine ‘punk’. I tre marziani dietro al monicker Dimension X sono Massimo Pupillo (basso, Zu), Chris Corsano (batteria, nella touring band di Bjork e sul disco Volta) ed il francese David Chalmin (chitarra ed elettroniche, una carriera divisa tra art-rock e progetti di video-arte).

Un progetto che approfittando dell’esperienza decennale dei nostri, ci propone un sound serrato, ispirato ad un ipotetico lungometraggio sci-fi, simulazione tempestosa di quello che potrebbe essere un incontro ravvicinato del terzo tipo. E le capacità quasi ‘tentacolari’ dei 3 musicisti sembrano proprio re-incarnare la figura di un mostro dall’iperspazio. Suggestivo cesello al lavoro la copertina-poster curata da Scarful, artista e illustratore romano, fido braccio destro degli Zu per le passate pubblicazioni e nome di assoluto richiamo nei circuiti della nuova graphic-art.

E’ a Roma, nel 2006, che i tre cominciano a registrare a ruota libera. Alcuni stralci di Dimension X, trasmissione radio leggendaria tra gli appassionati di fantascienza negli anni ‘50 (le storie apparivano originariamente sul periodico Astounding Science Fiction), sono stati impiegati nella gestazione dell'album, strutturato attorno a cinque pezzi guida (il sesto - The Empire Never Ended - costituisce infatti una chiara improvvisazione sonora).

Dimension X rivisita archetipi impro-jazz, grazie alla manipolazione elettronica e al vigore delle musiche più estreme: siano esse hardcore, noise o industrial. Attingendo ad un’abnorme libreria sonora – www.archive.org – che costituisce il fulcro del progetto stesso.

Sonic Invaders è la divisione rock/elettronica/sperimentale di KML Recordings. L’etichetta è gestita da un collettivo di musicisti, tra i quali spiccano i nomi dello stesso Massimo Pupillo e della musicista newyorkese Katia Labeque.

Goodfellas cura le edizioni musicali di Dimension X.

::FLUX:: "One of the strangest records to come through my letter box for years"

::MOJO:: "free-rock supergroup travel deep into retro sci-fi."

::UNCUT:: "...a thrash-noise supergroup"

::THE WIRE:: "An interesting combination of theatre and music"

::EXPERIMUSIC:: "a strong, strange and captivating journey into avant-rocks distorted underbelly"

::JAZZWIZE:: "something incredibly poignant and moving"



25/02/08

A Perfect Place

Non è davvero un mistero la passione di Mike Patton per le musiche da film, tutta la sua carriera – solista e non – è costellata da episodi che rimandano ai grandi compositori di colonne sonore. Partendo con i fini accenni delle prove soliste per Tzadik – Adult Themes e Pranzo Oltranzista - fino ad arrivare ai Fantomas di "Director’s Cut", passando per la compilation tributo ad Ennio Morricone per Ipecac, "Crime And Dissonance".

"A Perfect Place" è un cortometraggio diretto da Derrick Scocchera, le cui musiche sono state curate da Mike Patton. Il film è un atipico noir che tra i protagonisti vede nomi affermati della filmografia indipendente e non: Mark Boone Junior ("Batman Begins", "Trees Lunge") e Bill Moseley ("The Devil’s Rejects").

Alcune delle musiche – orchestrate per loro natura – possono rispondere ai crismi del genere, ma laddove l’estro di Patton è a lavoro a pieno regime, è possibile ascoltare un suggestivo guazzabuglio stilistico. Ci sono tutti i luoghi (non comuni) della musica popular: l’alter ego operistico di Mike – nella traccia in italiano Il Cupo Dolore – i calienti ritmi sudamericani – Batucada val bene un carnevale – lo swing del migliore jazz d’antan, assieme ai tribalismi e a quel pop genuinamente trasversale che Patton ci ha fatto spesso assaggiare coi Mr. Bungle.

Il tema dell’abum – Main Title - oltre ad omaggiare lo stesso Morricone, vuole richiamare le orchestrazioni sfavillanti dell’indimenticato John Barry, l’uomo che con le sue note ha contribuito a caratterizzare i film di James Bond. Un programma che mette in primo piano l’eclettismo del musicista, sorretto dal fido rack di effetti che hanno reso la sua voce uno strumento inedito.

Rispetto alla durata del film (contenuto nel DVD), le musiche composte da Patton ne doppiano il minutaggio. Evidente non solo lo sforzo artistico proferito, ma anche l’ispirazione che si è letteralmente impossessata del vocalist, da anni nei circuiti musicali che contano, ma solo ora capace di mostrare il suo incommensurabile talento nel mondo della celluloide.

Un altro indizio che costituisce prova schiacciante: Mike sta per entrare di forza nell’industria cinematografica! Nell’ultimo successo ai botteghini di Will Smith – l’inconsueto zombi movie "I Am Legend" – Patton presta la sua voce alle numerose creature che infestano la pellicola. E non finisce qui, in alcuni recenti videogiochi dai nomi sufficientemente indicativi (The Dakness, The Portal, Bionic Commando e Left 4 Dead) è proprio la sua adattabilissima ugola ad esser protagonista.

L’interesse per il cinema estremo si rinnoverà presto per Mike Patton, chiamato a sfoggiare le sue più viscerali passioni nel progetto Mondo Cane, sin dalla sigla un omaggio ai film di ‘serie B’ dell’Italia dei ’70.

A new star is (re)born!

22/02/08

I KULA SHAKER A QUELLI CHE IL CALCIO


I Kula Shaker dopo l'eccezionale sold out delle scorse tre date ad ottobre, tornano in Italia per due concerti (saranno stasera, venerdì 22 Febbraio all'Estragon di Bologna e domani, sabato 23, all'Ossigeno di Torino) e per una partecipazione al programma della domenica pomeriggio presentato da Simona Ventura. La band di Crispian Mills eseguirà "Second Sight", il primo singolo tratto dal fortunatissimo come back album "Strangefolk". La performance della band inglese aprirà il programma intorno alle ore 14. Non perdeteli.

21/02/08

"I saw you as a movie star, and now you're riding in my car"




NEON NEON - Stainless Style (Lex Records)

Neon Neon è il nome dietro il quale si celano l'ormai celebre produttore Boom Bip e Gruff Rhys dei Super Furry Animals e il loro debutto si intitola Stainless Style, disco che si ispira alla vita
incredibile del primo playboy-ingegnere del mondo, John DeLorean; un uomo d'affari grintoso che prendeva in prestito enormi somme di denaro (inclusi 85 milioni di sterline dal governo
britannico) per cercare di soddisfare il suo più grande sogno, quello di costruire un impero automobilistico: la sua gloria, la DMC-12, più nota semplicemente come "The DeLorean", è stata
immortalata come la macchina del tempo usata da Marty e Doc nel film cult degli anni '80 "Ritorno al Futuro". Con il suo stile di vita da jetset, automobili veloci e abiti alla moda, l'appariscente DeLorean non mancava certo di ammiratrici: venne anzi collegato ad una serie di amanti affascinanti, tra cui Raquel Welch, l'attrice che ha dato il titolo al primo singolo dei Neon Neon Raquel.
Secondo Playboy "the most desired woman of the 70's", Raquel Welch divenne un sex-symbol internazionale quando nel film "Un Milione di Anni Fa", interpretò la donna preistorica più sexy di sempre, emergendo dal mare vestita con un bikini fatto di pelle d'animale.
Il pop da dancefloor euforico, pungente e lussureggiante di Boom Bip ci trascina in un mondo eccitante fatto di macchine veloci, morbidi tappeti e Martini, mentre la scrittura di Gruff reimmagina - attraverso gli occhi di DeLorean stesso - l'inebriante storia d'amore tra il businessman dalla vita frenetica e la sirena dello schermo.
Ospiti nel disco Spank Rock, Yo Majesty e Fat Lip oltre alla partecipazione come turnisti di Fab, batterista di The Strokes, Har Mar Superstar e The Magic Numbers

20/02/08

Fuck Buttons - A Bright Tomorrow!

Fuck Buttons "Street Horrrsing" (ATP Recordings)

Hanno conquistato l’esigente pubblico dell’ATP lo scorso dicembre (l’edizione curata dai Portishead per intenderci) , con una delle performance in assoluto più gratificanti dell’intera manifestazione. E proprio dal cartellone dell’All Tomorrow’s Parties i due Fuck Buttons passano per osmosi alle scuderie dell’omonima label (che nel corso degli anni ha curato per l’Europa gli interessi di Deerhoof, Jackie-o Motherfucker, Bardo Pond e Fursaxa) raccogliendo i frutti di una fervida attività underground svolta negli anni recenti, costellata dalla pubblicazione di alcuni 7 pollici e cd-r. La band è partita sposando le ‘credenziali’ di alcuni dei più influenti artisti noise d‘oltreoceano – due nomi su tutti: Black Dice e Wolf Eyes - per poi utilizzare il rumore ai fini di un sound più strutturato. Il noise diviene dunque un tramite attraverso il quale esprimere inedite caratteristiche. L’approccio rimane analogico, con macchine d’epoca (vanno per la maggiore i Casio ed i microfoni giocattolo) e strumenti prontamente modificati, le textures si arricchiscono, si affacciano i primi segni di una ‘diversa’ ricerca melodica.

I live del gruppo – al secolo Andrew Hung e Benjamin John Power - sono stati da più parti dipinti come vere e proprie epifanie, mutazioni transmediatiche una fusione psico/fisica tra pubblico e band. Una nuova psichedelia a ben intendere, proprio perché elementi di drone music e minimalismo si affacciano ora prepotentemente nella musica del gruppo. Che nel frattempo si è fatto le ossa dal vivo con un altro grande del movimento neo-psych inglese – Alexander Tucker - e con un fratello di sangue (concettualmente parlando) come il canadese Caribou.
Street Horrrsing vi conquisterà grazie al suo incedere macilento, al sound da dancefloor sodomita, alle evidenti filiazioni industriali e alle morbose vocals (sapientemente filtrate). Suoni affastellati, elettroniche macilente, sudore ed emotività sfregiata. Una rovinosa macchina live, una coppia destinata a sconvolgere le regole della nuova musica rumorista. Come già evidenziato dal singolo apripista Bright Tomorrow, la summa del loro pensiero: una cadenzata techno spaziale ingarbugliata da loop elettronici, prossima ad essere risucchiata in un caotico vortice dove le macchine si sovrappongono alle ‘irriconoscibili’ voci, un urlo primordiale che arriva direttamente dal futuro!
Il disco è stato registrato da John Cummings dei Mogwai e masterizzato da Bob Weston degli Shellac.

http://www.myspace.com/fuckbuttons

http://www.fuckbuttons.co.uk/

19/02/08

Dalle viscere della terra


Gli Earth cominciano questa sera un tour in tre date in Italia, poche settimane dopo l'uscita del loro nuovo album. Suoneranno stasera, martedì 19, al Magnolia a Milano, mentre giovedì 21 e venerdì 22 saranno a Roma al Circolo degli Artisti e a Ravenna al Bronson.

E’ questo l’album della definitiva consacrazione per la band guidata dall’imperturbabile e mastodontico Dylan Carlson, un uomo che può a diritto fregiarsi del titolo di creatore di un nuovo – autentico – genere all’interno dell’asfittico mondo dell’heavy rock. Non bisogna andar lontano per rintracciare le origini degli Earth, il cui nome è un tributo all’omonima formazione pre-Black Sabbath. Progressivamente scrollatisi di dosso le malevole influenze di un doom rock senza respiro – come testimoniato dagli ormai ‘classici’ dischi per Sub Pop - gli Earth hanno intrapreso una lunga marcia di avvicinamento verso i confini del classico songbook americano. Di cui “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull” ne risulta come ideale compendio.

Altro indizio che costituisce prova – stavolta indelebile – è la presenza del chitarrista extraordinaire Bill Frisell, musicista trasversale ed interprete inappellabile della nuova tradizione a stelle e strisce (con i suoi espressivi lavori per etichette quali Nonesuch/Elektra ed ECM). Qui Bill si ricorda della sua anima più rockish (quella messa in mostra nella memorabile avventura Naked City tanto per intenderci), presenziando in due brani dell’album e fornendo un ulteriore aurea mistica al progetto. Che – intendiamoci – è il migliore realizzato dalla band di Seattle, quello che permetterà loro di mettere un piede nella hall of fame del rock. Senza esagerazione questo è un disco realmente completo, capace di sostenere atmosfere ed intricate trame strumentali con una leggerezza unica. La formazione – oltre all’ospite di turno – si è stabilizzata attorno alle figure di Carlson, della batterista Adrienne Davies, del bassista Don McGreevy e del pianista/organista Steve Moore. La varietà di colori è forse la novità assoluta nel sound degli Earth, storicamente plumbeo e votato ad una perdizione di fondo. Le gentili atmosfere psichedeliche, l’uso quasi jazzy dell’organo Hammond, i mai troppo velati riferimenti al Neil Young di “Dead Man” fanno di questo album un classico del tempo a venire: una scrittura che si abbevera alla fonte dei padri per lanciarsi – vigorosamente – verso l’infinito.