27/05/13

Nazizi & Ginjah - Motherland





Il superlativo incontro tra due dei più talentuosi artisti provenienti rispettivamente dal Kenya e dalla Jamaica. Quando il corposo suono dell’ afrosoul incontra i ritmi in levare caraibici l’alchimia è tale da proiettare questo progetto ai vertici del contemporaneo calderone world music. Nazizi (Kenya) e Ginjah (Jamaica) si sono per la prima volta incontrati a Nairobi, Kenya nel 2011. L’ amore comune per il reggae ed i messaggi coscienziosamente illuminati (entrambi aderiscono alla religione  rastafariana) li ha presto portati anche a condividere una dimensione squisitamente artistica.

Il primo incontro in studio ha fruttato un promettente singolo a titolo ‘Brother Sister’, in pratica il preludio ad una più diffusa collaborazione, che con ‘Motherland’ prende definitivamente vita. Hanno impiegato poco più di 24 ore a scrivere i testi integrali del disco, per poi lavorare di fino ad un album nella sua completezza. Nonostante l’Africa sia stata spesso al centro dei suoi pensieri – e delle sue liriche – questa è da considerasi come la prima vera e propria esperienza africana per Ginjah. L’impatto col continente è stato così forte da condizionare inevitabilmente il corpo ed i contenuti dell’album,  incentrato per lunghi tratti su madre Africa ed i suoi figli ribelli.

Una combinazione esplosiva, la prima a memoria d’uomo tra un artista jamaicano ed una kenyota. Registrato presso gli studi Ark Angel a Nairobi, ‘Motherland’ è un mix inebriante di reggae, rap e pop pregno di ‘street consciousness’.




Javier Girotto/Adem Quartet - Araucanos





La motivazione principale che mi ha portato a creare una mia etichetta personale è stato il desiderio di libertà, la libertà di poter scegliere senza aver nessun altro obiettivo in mente che non fosse la musica. Dopo ‘Alrededores De La Ausencia’, registrato in Argentina con un gruppo di amici, fantastici musicisti,  è ora la volta di ‘Araucanos’. La collaborazione con i ragazzi dell'Atem Quartet è iniziata anni fa con alcuni concerti e la registrazione del disco ‘Suix’.

In questa occasione ho affidato le mie composizioni agli arrangiamenti di Massimo Valentini, consapevole che il suo punto di vista "classico", diverso dal mio per storia e formazione, avrebbe potuto solo arricchire il risultato. La notevole preparazione tecnica e l'interessante sensibilità musicale dell'Atem Quartet sono sempre per me una fonte di grande entusiasmo: lo stimolo giusto per studiare sempre e cercare nuove idee per un prossimo incontro.

“Questo disco rappresenta  un omaggio  per sollevare all’attenzione del pubblico la situazione difficile in cui si trovano le popolazioni indigene del sudamerica in particolar modo dei mapuches (araucanos) “. La formazione prevede Javier Girotto  (sax soprano, flauti andini: moxeño & quena) con Atem Sax Quartet: David Brutti (sax soprano), Matteo Villa (sax contralto), Davide Bartelucci (sax tenore) e Massimo Valentini (sax baritono).





Daniele Sepe - In Vino Veritas





I tempi della benzina stentano a tornare, quelli dello champagne per chi è capitano di industria o amministratore delegato di banca abbondano. In questi tempi duri, però, noi non ci facciamo mancare il nostro Aglianico o il nostro Barbera. E’ dai tempi che l'uomo ha cominciato a coltivare che il vino, o i suoi parenti, accompagnano le nostre storie. Dalla ciclopica coppa offerta da Ulisse a Polifemo ai bicchieri all'arsenico che si offrivano ai nemici poco accorti. Accompagna la colazione del muratore o del contadino, la festa campagnola e la riunione di collettivo, per non parlare della sua presenza dove si fa musica.

"In Vino Veritas" attraversa le più diverse condizioni in cui l'uomo comune si confronta con il bisogno primario più essenziale, alimentarsi e bere. Dalla mensa operaia della Fiat in "tempi moderni", mensa spostata a fine turno dalla direzione per evitare quel momento di aggregazione, di scambio, di confronto che è il mangiare insieme. La mensa era più pericolosa di una riunione sindacale.

Dallo scontro tra un immalinconito salutista e un inguaribile etilista in "brinnese", dove ovviamente il veghian-vegetarian-bevitore di acqua parla italiano e l'etilista risponde in dialetto.Dalle canzoni tradizionali che trattano di alcol come "Ouzo", "Drunk Man Song", "Black And Brown" quelle della tradizione d'autore napoletana, "Nu Poco 'E Sentimento", le canzoni e le serenate che si accompagnano alla notte, dove il vino è presenza essenziale. "In Vino Veritas" è vino senza solfiti, non filtrato, con molto residuo, un album nato sulle tovaglie a quadri di trattorie, lontano da sommelier e gourmet, da Sassicaie e simili.

Le voci di Floriana Cangiano, Enzo Gragnaniello, il rapper Paolo Romano "shaone", il romeno Florin Barbu, il bluesman Mario Insenga, napoletano di New Orleans, e tanti altri avvinazzati comprimari ci rendono meno pesante l'atmosfera da acqua minerale di questi anni. Per riprendersi il vino e le rose.

24/05/13

The Ex & Brass Unbound




Gli Ex si sono consociati ad una delle più potenti sezioni fiati immaginabili e questo non può che essere un dato di fatto. Sin dal 1979 sono considerate tra le più intrepidi formazioni del post-punk continentale, non fosse altro per la volontà di ampliare sistematicamente i confini di una troppo scolastica concezione del rock estremo. Anticonvenzionali per scelta e non per moda, legati a doppio filo ad un ethos politico, gli olandesi volanti hanno superato a destra le secche dell’anarco-punk, intervenendo con fare deciso nelle questioni del rock d’avanguardia ed andando poi a legarsi ad una delle figure eccellenti dell’ ethio-groove: Getatchew Mekurya. Una carriera all’insegna di collaborazioni importanti, con il compianto violoncellista Tom Cora ad esempio, o anche con le due asce dei Sonic Youth Thurston Moore e Lee Ranaldo. Poi  un disco nella serie In the Fishtank coi Tortoise e gli incontri sporadici ma sentiti con i signori dell’ICP Orchestra Han Bennink e Misha Mengelberg.

‘Enormous Door’ che esce  per il loro marchio Ex Records, sigla così una collaborazione già testata dal vivo con alcuni dei personaggi chiave della nuova avanguardia jazz. Al quartetto base composto da Andy Moor (chitarra), Terrie Hessels (chitarra), Arnold De Boer (boce e chitarra) e Katherina Bornefeld (batteria e voce) si unisce un gruppo di musicisti dai trascorsi invidiabili. Il disco è stato registrato da Riccardo Parravicini presso gli studi leccesi Posada Negro (luogo di riferimento per le produzioni Etnagigante), a cavallo tra il 4 ed il 5 giugno del 2012.


L’Italia, del resto, è un luogo amatissimo dal gruppo che guarda caso convoca d’ufficio Roy Paci (tromba) in questa sessione esclusiva. Gli altri tre nomi sono altrettanto ‘ingombranti’: uno dei vate del nuovo jazz di Chicago Ken Vandermark (clarinetto, sax baritono e tenore), lo svedese di ferro Mats Gustafsson (sax baritono) ed il giramondo Walter Wierbos (trombone). Un incontro scontro che si materializza in un album ricco di pathos, dove il groove su cui si instradano i pezzi è reso formidabile dall’intervento dei fiati. Una big band in miniatura che supporta le vicissitudini etno-punk degli Ex, che anche stavolta non perdono l’occasione di dichiarare il loro amore nei confronti della world muic. ‘Belomi Benna’ – interpretato dalla batterista Katherina Bornefeld – è un traditional etiope originariamente portato al successo da Mahmoud Ahmed: un altro centro.


Un disco da gustare tutto d’un fiato, trascinante e globale, come solo la musica di questa fantastica formazione sa essere.


UK Decay, il ritorno di un'istituzione goth-punk!





‘New Hope for the Dead’
 è il titolo del nuovo album degli UK Decay, una delle più celebrate formazioni del dopo-punk inglese che fa il suo prepotente rientro in scena dopo oltre trent’anni di assenza, presentando in maniera quasi incontaminata il suo stile vibrante, sempre fedele alla politica del dissenso.

Il ‘rompete le righe’ era giunto sul finire del 1982, all’indomani della pubblicazione per etichetta Corpus Christi (consociata di Crass) dell’Ep ‘Rising From The Dead’. Dopo la consensuale separazione i componenti del gruppo si ritrovarono in due formazioni a loro modo rispettate come i Furyo e gli In Excelsis (insieme a membri dei goici Ritual).

La pasta sonora della band continua a distinguersi tra stilettate post-punk – con un rispetto marziale per le geometrie ritmiche – e momenti più plumbei, riportandone così in essere la proverbiale tendenza all’oscurità. Il disco – che esce per il loro marchio personale Uk Decay – è stato prodotto da una figura a suo modo leggendaria come Chris ‘The Dark Lord’ Tsangerides. Anche a livello testuale ‘New Hope For The Dead’ copre con esemplare cinismo molteplici tematiche: dalla fragile natura su cui si fonda la società contemporanea al male gemello dell’estremismo e del bigottismo. Le riflessioni sono comunque ampie e riguardano un’intera generazione spesso sopraffatta dagli stessi mezzi di comunicazione e dalle nuove tecnologie.

“Non siamo qui per una reunion nostalgica, siamo qui perchè abbiamo qualcosa da dire” queste le decise dichiarazioni del cantante Abbo. “ci sono state almeno tre o quattro generazioni di musicisti dal momento in cui ci siamo sciolti, che non hanno avuto il benchè minimo coraggio di affrontare il mondo di apatia, discriminazione e totalitarismo che ci circonda”

Il nuovo ordine mondiale è dunque ancora una volta al centro del dibattito ed il gruppo inglese tramite i suoi caustici manifesti non intende certo tirarsi indietro. Il nuovo album è la naturale conseguenza di un ricongiungimento avvenuto tre anni or sono, in occasione di alcune perfomance nel paese natale e nel resto d’Europa. Nulla sembra essere cambiato, relativamente ai mali della società, ed anche la musica dei nostri risuona oggi più sinistra che mai. Del resto questa è la teoria del chitarrista Spon, che ci tiene a ribadire come la nomenclatura di band politicizzata appartenga gioco forza ai Uk Decay. Celebrate the new dark age!




Nadine Shah, la forze delle idee





Nadine Shah, vocalist che scegli tanto la chitarra quanto il pianoforte come mezzo espressivo, è una di quelle rarità nel circuito indipendente inglese, cui varrebbe davvero la pena prestare il massimo delle attenzioni. Venuta alla luce in un piccolo paesino nel nord-est dell’Inghilterra, Nadine tradisce origini miste, pakistane e norvegesi per la precisione, anche se la sua appare una funzione musicale rispettosa di quello che è accaduto nel Regno Unito nella metà degli anni 90; con la consacrazione definitiva del transfugo Nick Cave e dei suoi Bad Seeds  e l’ascesa vertiginosa di Polly Jean Harvey. Sono forse questi i caratteri cui Nadine sembra rimandare, pur tradendo una preparazione accademica, elemento di rilievo se si considera un estro compositivo fuori dalla norma, capace di schivare con maestria i luoghi comuni del cantautorato alternativo.

Esiste dunque una linea di confine in cui collocare le undici composizioni che appaiono nel suo album di debutto a titolo ’Love Your Dum And Mad’, in rampa di lancio questo luglio per la sussidiaria di R&S Apollo. C’è ovviamente lo zampino di James Blake, la cui opera di direttore artistico ha rilanciato alla grande l’originale marchio belga. Il disco – prodotto da Ben Hiller per 140dB – è stato scritto a quattro mani da Nadine con lo stesso Ben, che ha coperto anche un importante ruolo di arrangiatore.

Un disco dai toni solenni ed oscuri, che aldilà delle influenze principe, compie una parabola evolutiva nel concetto di arte, Nadine infatti guarda con altrettanta stima all’opera del poeta/scrittore Philip Larkin e della pittrice Frida Kahlo, fornendo una dimensione altra al suo concetto di performance. Le altre figure più papabili, o quanto meno prossime al suo sentire, sono quelle del compianto Arthur Russell (l’uomo che mise d’accordo le avanguardie newyorkesi col sottobosco dance) e della ritrovata Marianne Faithful di ‘Broken English’.  

Il disco, registrato presso il celebre The Pool di Londra (tra i più recenti client si annoverano Mumford & Sons, Florence & The Machine e The Invisible) può contare sul gusto di Hillier , che in passato ha prestato i suoi servigi a giganti del calibro di Horrors, Blur e Depeche Mode. Uno dei suoi più accaniti sostenitori di Nadine è Jarvis Cocker dei Pulp, che ci tiene a sottolineare come l’immagine innocente della vocalist sia in realtà ingannevole, considerando che in ogni sua performance si assiste ad una trasformazione permanente, trascendentale per certi versi. Di certo sapremo come affogare tutti i nostri amletici dubbi in questa imminente estate, ‘Love Your Dum And Mad’ è uno di quei lavori adatti a costituire la colonna sonora di intere stagioni.





02/05/13

Chino Moreno meets Isis: Palms!




Direttamente da Los Angeles la nuova sensazione heavy-shoegaze. Dietro alla sigla Palms, pronta a debuttare con l’album omonimo questo giugno per Ipecac, si nascondono in realtà personaggi ben noti dell’emisfero rock statunitense più incline alla ricerca. Parliamo di veri e propri eroi del nostro tempo che rispondono ai nomi di Chino Moreno (voce dei Deftones) ed Isis. In pratica uno scontro tra titani pronto a ridefinire le fattezze di quello che è il suono heavy contemporaneo.

Dalle ceneri degli Isis, che alla Ipecac debbono proprio la diffusione del loro verbo, arrivano Bryant Clifford Meyer (chitarre e tastiere), Jeff Caxide (basso, tastiere) ed Aaron Harris (batteria, elettroniche). Dopo lo split consensuale del gruppo madre forse la decisione più ardua di sempre: abbandonare la musica o continuare con una nuova avventura. Il fatto di vivere a Los Angeles e di aver pubblicato collettivamente musica per così tanto tempo, deve aver condizionato la loro scelta, di fronte ad un desiderio comune: abbandonare l’aspetto unicamente strumentale. C’era bisogno di una voce, possibilmente carismatica.

In cima alla loro lista Chino Moreno, il cui stile poteva immediatamente interfacciarsi alla visione eclettica dei Palms. Harris, che ha anche registrato e supervisionato l’album, sapeva di una passione innata del cantante per gli Isis, ecco perché non ha avuto remore a coinvolgerlo nel progetto. Amavo le sue dinamiche e la sua estensione vocale – dice  Harris – poteva passare da momenti di grande leggerezza ad attimi di pura acredine, mettendo seriamente a rischio le sue corde vocali. Anche la sua scrittura possedeva il giusto magnetismo. Moreno non si è mostrato per un attimo titubante, accettando immediatamente l’incarico.

Il dinamismo di Moreno si bilancia con gli spostamenti tettonici nella strumentazione dei Palms, quando ulula sopra la chitarra di Meyer - creando letteralmente una conflagrazione con i ritmi propulsive di  Caxide ed Harris – nell’apice emotivo di ‘Shortwave Radio’. Un album che nel suo processo di scrittura ha consentito di ampliare il piglio creativo di ambo le parti. C’è maggiore comunicazione rispetto agli ultimi giorni degli Isis, nessuno sembra più temere il confronto e nessuno è più confinato alle rispettive consegne. Nelle parole di Meyer,  i brani nascono dal  subconscio, le tessiture sonore si accumulano come sedimenti, fornendo la base all’ispirata vocalità di Moreno. Come nell’andamento lento di ‘Antarctic Handshake’ che affianca note cristalline capaci di risuonare nello spazio con una voce pienamente a suo agio in  luoghi ed atmosfere distanti, create ad hoc dai sottili passaggi del synth.