30/03/09

Scary Mansion



La cosa che di primo acchito rapisce è la voce ed il piglio di Leah Hayes: nonostante i suoi 26 anni la vocalist originaria dello stato del Massachusetts sembra una veterana, per non dire un’autentica eroina. Iscritta alla scuola d’arte di New York – quale destinazione più logica per una figura che sembra a più riprese riecheggiare l’urlo primordiale di Patti Smith ed anche le indecisioni soft rock della prima Cat Power ? – Leah è rapita da una nuova vocazione e decide di traslocare in Francia, dove suona in un gruppo a nome Satan’s Fingers e collabora con David Ivar degli ormai affermati Herman Dune. La Hayes è cresciuta suonando la chitarra ed il piano, avvicinandosi successivamente ad uno strumento tradizionale come il thunderstick, originario degli Appalachi e simile per toni al banjo. Una polistrumentista con doti compositive spettacolari, capace di trovarsi a suo agio nelle situazioni più disparate. La Hayes è peraltro un’artista visuale rispettata in tutto l’underground che conta, avendo realizzato artwork per il New York Times, Punk Planet e più di recente per il numero 24 del magazine letterario McSweeney. L’altro momento di notorietà arriva quando la nostra presta la sua voce ai Tv On The Radio nell’album "Return To Cookie Mountain": il pezzo ‘incriminato’ è "Snakes And Martyrs". Gli Scary Mansion la vedono protagonista con Ben Shapiro (The Fugue) alla batteria e Bradley Banks (con il quale aveva già collaborato nei francofoni La Laque) al basso. Il disco di debutto "Every Joke Is Half the Truth" è pubblicato in America da Zum Records, mentre in Europa viene licenziato dalla solerte Talitres, una delle label di riferimento per il rock underground d’oltralpe ed internazionale. Sei mesi di lavorazione con il produttore Kyle Fischer (Rainer Maria) per ottenere un disco che è la quintessenza del romanticismo post-punk americano, tra partenze brucianti e ballate di gusto quasi desertico. Una meraviglia di disco!



The Moore Brothers



Un’immagine decisamente rassicurante quella dei fratelli californiani, forse tra i più bucolici cantori di questo tempo. Dopo aver realizzato "Murdered By The Moore Brothers "nel 2006, una sorta di spartiacque nella loro rapida carriera, hanno instancabilmente continuato ad esibirsi in minuscoli club – per non parlare poi dei diffusissimi basement show e delle apparizioni ai barbecue party di alcuni intimi amici - della Bay Area costruendo passo dopo passo la loro notorietà. Per loro fortuna i contatti con alcuni artisti più affermati, hanno permesso a quella che era una sorta di istituzione locale di divenire qualcosa di più visibile a livello nazionale. Uno di questi incontri cruciali si consuma nel dicembre del 2006 con Kristin Hersh, eminenza grigia della scena indie di Boston un tempo leader dei Throwing Muses, che proprio in occasione di un concerto reunion degli stessi decide di far aprire ai Moore Brothers, niente popò di meno che alla Great American Music Hall. Nell’estate del 2007 è la nuova protagonista del folk Americano Joanna Newsom ad invitare il duo per una serie di apparizioni nei migliori club europei, tra cui vale la pena segnalare la comparsata alla Royal Albert Hall di Londra, serata memorabile che vedrà protagonista anche la leggenda del folk inglese Roy Harper. Di recente Thom e Greg si sono stabiliti presso la Grass Valley sempre nell’ assolata California. Preludio ad uno dei periodi più intensi della loro esistenza artistica, che li porterà appunto alla pubblicazione del quinto album in studio Aptos. Joanna Newsom che ha evidentemente legato con i fratelli, regala un cameo nel brano Good Heart, Money and Rain, mentre un turnista di lusso come il batterista Neal Morgan (Joanna Newsom, Brightblack Morning Light) provvede ad arricchire ritmicamente il disco. Ancora sospesi nel ricordo di Simon And Garfunkel, Crosby Stills and Nash ed Everly Brothers, i Moore Brothers con una ricetta tutta loro mettono a fuoco la perfetta alchimia pop acustica, rendendo sempre più vicino il tanto decantato sogno californiano. Solari ed ispirati come non mai, nei 14 brani di Aptos ci convinceranno anche a consumare il buon vino che arriva dal quelle stesse lande. Buona degustazione, anzi buon ascolto!

27/03/09

Il ritorno di Eric Woolfson degli Alan Parsons Project


Chi non è stato mai rapito dalle melodie solenni di brani classicamente pop come "Eye In The Sky" e "Don’t Answer Me"? Forse la summa del pensiero Alan Parsons Project, in una discografia a dir poco estesa e ricca di punti salienti. Eric Woolfson che del gruppo è stato il co-creatore nonché voce solista - in alcuni dei suoi più memorabili momenti - torna con un altro spettacolare progetto, mettendo questa volta in prima fila il suo nome. Una domanda che spesso gli è stata rivolta è proprio questa, come mai non puntare proprio sul suo nome all’anagrafe piuttosto che utilizzare in pianta stabile la sigla di Alan Parsons? Un quesito che per ben 30 anni ha assillato Woolfson, che senza troppi giri di parole ha definito questa come la sua migliore – ed allo stesso tempo peggiore – decisione presa in carriera. Alan – che è stato l’ingegnere del suono per "The Dark Side Of The Moon" dei Pink Floyd, oltre che un tardo collaboratore dei Beatles – ha sempre tenuto in mano le redini del gioco pubblicamente, con il benestare di Woolfson, che al tempo occupava anche un ruolo manageriale. Le loro strade sono ormai divise, Alan Parsons si è trasferito in pianta stabile in America, dove ha tirato su un’altra formazione con cui saltuariamente si esibisce dal vivo. Ad Eric è invece spettato il compito di rinverdire i fasti della vecchia sigla, solleticato dall’interesse di una major – la Sony – nel 2006, che lo spinse a rovistare negli archivi personali al fine di recuperare qualche inedito. Ed il miracolo è avvenuto! Pubblicato da Limelight Records e con la complicità di due nuovi valenti ingegneri del suono come Haydn Bendall ed Austin Ince, Eric lavora a vecchi abbozzi di canzoni , portando a compimento una scaletta davvero solida. Disco realizzato in parte in studio – con un passaggio d’obbligo anche ai leggendari Abbey Road Studios - e parzialmente in casa, con l’ausilio delle più moderne tecnologie. Sono 10 brani che rilanciano l’idea di un pop luccicante, Woolfson è pronto a lasciare un ulteriore segno nello sfavillante mondo della canzone contemporanea.

Il Monolite dei Sunn O)))


Numeri che fanno impressione, in 10 anni di esistenza – oltre a terrorizzare le platee di mezzo mondo – i Sunn O))) hanno realizzato qualcosa come sette album a proprio nome. "Monoliths & Dimensions" è l’ultimo della serie e con sé porta l’aurea del disco definitivo. Distese su circa 53 minuti di musica le quattro tracce che lo compongono generano un rumore antico come la terra. Sempre legati al concetto di esoterismo e paganesimo, i Sunn O))) hanno portato a decontestualizzare l’idea stessa di metal, facendo tesoro del rombo assordante del black metal come del tonfo virgiliano del doom. Rappresentanti unici di un nuovo concetto di estremismo in musica i due ‘monaci’ originari di Seattle, hanno nel frattempo cambiato indirizzo. Stephen O’ Malley si è trasferito a Parigi, proprio per fortificare la sua esperienza di artista visuale, mentre Greg Anderson – proprietario della stessa Southern Lord - ha scelto Los Angeles come nuova dimora, forse col proposito di far tremare le colline hollywoodiane… Fatto sta che le esperienze extramusicali e le collaborazioni concepite con altri artisti (pensiamo ai KTL di O’ Malley e Peter Rehberg (Pita)) hanno realmente accresciuto il bagaglio tecnico ed emozionale dei nostri, che in "Monoliths & Dimensions" oltre a ricercare la loro natura ancestrale, rivoltano dal fondo il concetto di avanguardia stessa. Registrato in diverse location a cavallo tra il 2007 ed il 2008 con l’aiuto di Randall Dunn (Earth) questo vuole essere un atto definitivo nel dizionario del rock più macilento e ripetitivo. Del resto i due mai hanno nascosto la loro fascinazione per il minimalismo storico – La Monte Young in cima – e la più efferata drone-music. Tra i presenti al ‘sacrificio’ i soliti Attila Csihar – il prototipo di vocalist ultra-terreno – ed il chitarrista australiano Oren Ambarchi. Poi l’amico di sempre Dylan Carlson, l’uomo che ha costituito gli Earth (e anche quello che prestò il fucile a Kurt Cobain, fate vobis) ed un paio di figure magistrali nell’ambito del jazz e dell’avanguardia. Il primo è Julian Priester, leggendario trombonista che compare in "Sextant" di Herbie Hancock, ma vanta trascorsi con l’Arkestra di Sun Ra ed almeno un fondamentale album a suo nome per ECM (Love, Love). L’altro personaggio di spicco è il musicista/arrangiatore Eyvind Kang, che in passato ha lavorato con John Zorn (pubblicando anche per la sua Tzadik), il chitarrista Bill Frisell e Mike Patton. E’ un disco che strutturalmente introduce nuovi canoni, potendo appunto giocare sul suono degli archi e dei fiati, che più che conferire un’aria orchestrale al disco, pongono in essere una nuova forma di apocalittica musica da camera. "Monoliths & Dimensions" è forse uno dei dischi più voluminosi di questo 2009, un affare da capogiro, per chi riesce ancora a calarsi in un’idea di rock plumbeo e contaminato.

Il disco uscirà in tutto il mondo il 5 Maggio.

25/03/09

Il nuovo album degli Isis in uscita il 5 maggio



Gli Isis hanno smesso da diverso tempo i panni della cult band, sono ormai un punto di riferimento per quanti guardano speranzosi al futuro della musica heavy. Altro concetto da sdoganare tra l'altro, considerato che dopo "In The Absence of Truth" del 2006, l’album che li ha portati ad essere uno dei gruppi di punta della Ipecac di Mike Patton, gli Isis hanno cancellato con un colpo di spugna i residui dubbi sulla loro presunta originalità. Perché è proprio questo il punto: mantenere inalterata una propria personalità pur suonando una musica dai toni epici, mai forsennata d’accordo, ma sicuramente ascrivibile a quello che un tempo veniva chiamato metal. "Wavering Radiant" è – dopo 3 anni – un’altra dimostrazione di forza e talento. Il disco, pubblicato negli States ancora da Ipecac, è licenziato per il mercato europeo alla belga Conspiracy, altro marchio che oltre ad aver guadagnato il rispetto di tutti gli addetti ai lavori ha posto in essere le fondamenta per il metallo più avanguardista del prossimo decennio. L’onda d’urto degli Isis si è sgretolata in favolosi momenti di onirica psichedelia, in cui le sospensioni strumentali prendono il sopravvento, accrescendo di significato i tagli quasi cinematici che la loro musica quasi incorpora geneticamente. "Wavering Radiant" è quanto mai una questione di suono, una presa che attanaglia e poi rilascia, quasi attoniti ed è tanto lo stupore nel caso di una band partita dai lidi apocalittici del post-hardcore. Le due chitarre di Aaron Turner e Michael Gallagher rimangono ancora elementi caratterizzanti ed i loro duelli quasi wagneriani costituiscono la spina dorsale del suono-Isis. La voce di Aaron è poi usata in maniera ancor più strumentale, mai canonicamente brutal, semmai sempre più vicina ad un sospiro psicotico, fatte salve le - sempre più rare - parti urlate. Un altro ruolo di primissimo piano è occupato dal talento del multi-strumentista Clifford Meyer, mai così in prima linea, sfruttando anche le potenzialità del suo armamentario sintetico . Le stratificazioni ambientali create dalle sue tastiere (Fender Rrhodes, organo elettrico), costituiscono il fondo abissale su cui si adagiano gli arrangiamenti del gruppo, inquietanti, come in una spirale à la David Lynch. Il dato è questo: oggi gli Isis non hanno davvero punti di riferimento netti, sono loro a rappresentare il nuovo, l’eccellenza. Oltre i meandri dell’heavy music, dello shoegaze, in una dimensione che è già futuribile.

Il disco uscirà in CD il 5 maggio, anticipato a fine aprile dalla pubblicazione del vinile.

Il Ritorno Di On-U Sound

Squilli di trombe, rullo di tamburi, con il benestare di Adrian Sherwood On-U Sound torna a pubblicare, riportando in tutto il mondo le vibrazioni del moderno dub.
E si riparte dal formato 12 pollici, con un trittico di mix che vedono come protagonista assoluto il vate Lee Perry. In maggio la prima pubblicazione del rinato marchio, la collaborazione dell’ex leader degli Upsetters è con i Moody Boyz. God Smiled (The Moody Boyz Remix) anche in versione dub, inaugura la trilogia, portando ancora una volta la musica della On-U Sound nei dancefloor più alternativi. A ruota International Broadcaster, ancora realizzata coi Moody Boyz e con la complicità del grande mc britannico Roots Manuva, figura che in qualche maniera ha posto le basi per la rivoluzione grime/dubstep. Questa prima ingarbugliata corsa sui ritmi in levare si chiuderà con un vero e proprio faccia e faccia tra presente e passato: Kode 9 si prenderà l’incarico di manipolare Yellow Tongue, concepita a quattro mani da Lee Perry e Samia Farah. Un ritorno impeccabile.

Fire On Fire - The Orchard

South Portland, Maine. Questo l’ultimo indirizzo conosciuto dei Fire On Fire, al secolo Colleen Kinsella (voce, harmonium, chitarra, fisarmonica, banjo) Caleb Mulkerin (voce, chitarra, banjo, dobro) Tom Kovacevic (voce, oud, tamboritza, jembe, tamburino) Micah Blue Smaldone (voce, contrabbasso, banjo) e Chriss Sutherland (voce, chitarra, doumbek). Un collettivo che quasi miracolosamente parte dall’esperienza dei Cerberus Shoal, uno degli esempi più sfuggenti di post-rock americano con una discografia quanto meno frastagliata (pubblicazioni per Temporary Residence e North East India), per rivisitare la musica dei padri, in un’idea di folk quasi rurale. Dopo l’abbandono del tetto natio da parte degli Akron Family, Michael Gira si avventura nuovamente nella wilderness con i Fire On Fire, facendo sì che il loro debutto sulla lunga distanza The Orchard divenga punta di diamante del catalogo Young God. Ed i presupposti ci sono tutti. Lasciando da parte le stentoree divagazioni filo prog dei Cerberus Shoal, i nostri lavorano ad un suono idealmente scarno, al crocevia tra pre-war folk e murder ballads senza tempo. Facendo appunto ricorso ad una strumentazione tradizionale – utilizzando copiosamente fisarmonica, banjo e dobro – i Fire On Fire mettono in piedi un disco di bucolica bellezza, un tributo a terre e luoghi antichi, una celebrazione dell’uomo libero. Quasi un paradosso nel moto accelerato del mercato occidentale, perché una caratteristica fondante di The Orchard è proprio nel ritorno prepotente alla natura, sia concettualmente che strumentalmente. Un disco tradizionale che come tale non teme il confronto con il tempo, occupando una sfera privata ed emozionale del tutto particolare. Into The Wild!




24/03/09

Actress - Video e live a Dissonanze 2009



MR. CUNNINGHAM AKA ACTRESS - REMIXER DI LUSSO PER VARIOUS PRODUCTION ED ALEX SMOKE TRA I TANTI - ERA ATTESO SPASMODICAMENTE ALLA PRIMA PROVA SULLA LUNGA DISTANZA DOPO AVER IMPRESSIONATO CON IL 12 POLLICI ORMAI CLASSICO NO TRICKS.
L'ALBUM OMONIMO VIENE PUBBLICATO DALLA WERK DISC ED E' UNA CONFLAGRAZIONE DI R' N' B ED ATTRAZIONI TECHNO, CON NUMI TUTELARI DI DETROIT COME KENNY LARKIN E THEO PARRISH AD OSSERVARE DALL' ALTO.

ACTRESS SARA' OSPITE NELL'EDIZIONE 2009 DI DISSONANZE

COME BIBLIOGRAFIA MELODICA CI SONO I BOARDS OF CANADA, MENTRE COME SEZIONE RITMICA SI POMPANO LE LOW FREQUENCIES CHE E’ UN PIACERE, PERCHE’ LA TENDENZA E’ QUESTA. IERI L’ALTRO CON GLI ANTICIPI DEL DUBSTEP DI CLASSE, OGGI SI SPARA IN ORBITA SUA MAESTA’ THE BASS. - SENTIREASCOLTARE

IMMAGINATE DI TROVARVI A META’ TRA JAN JELINEK E LA SUA ELETTRONICA GELIDA ED ANTHONY SHAKE SHAKIR E LA SUA TECHNO-HOUSE FRAGILE EPPURE FUNK E MAGNIFICENTE - MUCCHIO/SOUNDLAB

Sleepy Sun


I bookmaker danno in forte ascesa le quotazioni di Sleepy Sun, gruppo ampio che nasce a Santa Cruz e presto si trasferisce a San Francisco, giusto per inseguire gli spettri di quella che della summer of love. E’ un altro miracolo di rock americano lisergico, volatile, acido. "Embrace", proprio un abbraccio caloroso, quello che in maggio la sempre vigile ATP Recordings metterà in circolo, permettendo agli Sleepy Sun di tagliare il traguardo della prima tappa sulla lunga distanza. Una bella scalata, non c’è che dire. Il disco è stato registrato a Vancouver, nella British Columbia, nel gennaio del 2008, e va ad aggiungersi al numero di opulente produzioni che in tempi recenti hanno invaso il mercato della nuova psichedelica americana. Che sta – tra l’altro - attraversando un momento di incredibile notorietà, come forse non accadeva dal finire degli anni ’80. Il motto del gruppo è ‘let’s get weird’, una promessa ben mantenuta, perchè non ci sono davvero limiti all’onda d’urto generata dalla formazione, una spinta che a volte può essere più lucida, ma anche obliterata da sostanze psicotrope. Brian Tice (batteria), Jack Allen (basso), Rachael Williams (voce, danza) Bret Constantino (voce e armonica), Evan Reiss (chitarre) e Matt Holliman (chitarre) si incontrano da giovanissimi – età media compresa tra i 22 ed i 23 anni – nella natia Santa Cruz, accomunati da interessi quali l’ortocultura (preferiamo non fare della sagace ironia in merito), l’italianissima pizza e la musica di Neil Young. "Con la foresta e l’oceano alle nostre spalle, siamo stati attratti l’uni agli altri, come musicisti, amici ed amanti ’. Citando tra le loro principali influenze Black Sabbath, Creedence Clearwater Revival, Can ed i dischi dell’inglese Creation (My Bloody Valentine, avete presente?) hanno forgiato un suono caldo, costruito attorno ad intense jam, ma spesso anche sensibile a momenti più genuinamente acustici. Il trasferimento a San Francisco è quasi una necessità oggettiva, in quanto il gruppo voleva entrare in un giro più vasto, assaporando anche il clima di una metropoli a misura d’uomo. E già qualche soddisfazione se la son tolta strada facendo, aprendo per il leggendario folk singer di origine messicana Rodriguez, alla Great American Music Hall. Perdersi nei meandri di questa scoppiettante sauna elettrica sarà solo questione di tempo, la musica di Sleepy Sun presto vi causerà dipendenza!

23/03/09

Tartufi


Nascono a San Francisco nel 2001 i Tartufi, duo composto da Lynne Angel e Brian Gorman e dedito a sonorità apparentemente fuori dalla norma, sospese tra portentoso indie-rock e più onirico folk psichedelico. Tre album per Thread ed una pubblicazione tutta europea per i tipi della spagnola Acuarela. Prima di chiudere un contratto con Southern Records e rinascere definitivamente a nuova vita. Il loro sound si sposta sensibilmente verso le fascinose ed avvolgenti sonorità di fine sessanta/inizio settanta, quasi andando a riscoprire la storica tradizione della Bay area e dei suoi eroi universalmente riconosciuti: Jefferson Airplane, Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service. Registrato nella primavera del 2008 con la complicità dell’ingegnere del suono Tim Green (uno che indubbiamente la sa lunga avendo gia suonato con Nation Of Ulysses e Fucking Champs oltre ad aver prodotto stelle del firmamento rock americano come Melvins e Joanna Newsom) il nuovo "Nests Of Waves And Wire" da seguito a quel cambiamento stilistico ragguardevole già intuibile nel precedente "Us Upon Buildings Us" del 2006. Un disco curato con dovizia di particolari il nuovo, un attento mixaggio e numerose sovraincisioni hanno portato alla realizzazione di un lavoro complesso e stratificato. Merito anche della piccola orchestra ingaggiata dai nostri, una band di supporto di ben 10 elementi e addirittura un coro femminile a rendere ancora più sostenibile il loro viaggio verso reconditi luoghi rock del passato. Un disco pastorale, bucolico, ma anche altrettanto progressivo. Acustico in prevalenza, ma spesso sporcato da ritorni elettrici mozzafiato con decostruzioni poliritimiche alla stessa stregua dei migliori gruppi math-rock. Davvero un volto inedito ed inafferrabile per Angel e Gorman, che da oggi con la loro sigla si pongono di diritto tra le migliori cose partorite dall’indie americano degli ultimi 5 anni.

20/03/09

Buon week end da Easy Star All Stars



EASY STAR ALLSTARS "Cutting Edge" acoustic
Un classico dei set live di Easy Star All Stars in versione unplugged.
Nah Miss it!

The Paper Chase: il nuovo album ad Aprile


Le vie dell’avant-rock sono infinite. Sembra essere questo lo spot del nuovo – il quinto – album dei Paper Chase formazione che ormai si è guadagnata il sostegno di tutti i media underground, grazie ad un lavoro continuo e da anni all’insegna del più ispirato e imprevedibile indie-rock. Sommariamente lo chiamavano math-rock, oggi quanto proposto dalla band di Dallas è un suono che sfugge in mille direzioni. Mettendo insieme canzoni rock dal sapore epico, orchestrazioni pop-rumoriste, un amore viscerale per i tempi dispari ed una certa predilezione per quanto venga definito progressive, i Paper Chase giocano con incastri ritmici impossibili, prediligendo sempre e comunque un contorto formato canzone. Il leader John Congleton è ancora la star indiscussa del disco con il suo approccio a tratti esasperato a tratti volatile, una vocalità che ci ricorda da vicino quella sofferta ed originale di Jamie Stewart dei Xiu Xiu, gruppo con cui i Paper Chase hanno molto a che spartire. E’ il primo disco dopo l’innesto del nuovo batterista Jason Garner, che aggiunge ulteriore fuoco ritmico a" Someday This Could All Be Yours (Part 1)" – la seconda parte di questo concept sui disastri naturali è prevista ad inizio 2010 - uno dei dischi più affascinanti e complessi della loro discografia. Partendo dalle figure ellittiche dei Drive Like Jehu – memorabili per i loro intrecci chitarristici – e tenendo in alta considerazione gli stessi King Crimson (periodo Lark’s Tongue In Aspic e Red) i nostri hanno creato un linguaggio inedito, che spesso alla fisicità contrappone il dosaggio degli elementi in campo ed una scaltrezza compositiva senza pari. Nei 47 minuti di "Someday This Could All Be Yours (Part 1)" (in uscita ad Aprile per Southern Records) vengono contestualizzati 20 anni e più di rock indipendente, con maestria e grande senso della posizione. I Paper Chase sarannno ancora sicuri protagonisti del nostro tempo.

19/03/09

Wooden Shjips – Dos

Il mondo è finalmente pronto ad accogliere unanimemente i Wooden Shjips, la più florida realtà di quella scena neo-psichedelica che sta minando dalle fondamenta l’underground americano. Il debutto omonimo ed i singoli che lo precedettero (ma anche quelli che ne seguirono, di cui uno ricercatissimo - e fuori catalogo – per Sub Pop) accesero la speranza in coloro immersi nella più totale devozione per i seventies. Dos è il secondo capitolo di questo pellegrinaggio della mente, e si spinge ancora oltre le volte psichedeliche del debutto; un disco eccezionale per altro, in cui sembrava di ascoltare il re lucertola sciogliersi nell’acido di una tastiera liquida e di una ritmica quasi motorica. Non cedono alle lusinghe di altre etichette i quattro di San Francisco, e rimangono saldamente ancorati ad Holy Mountain, anche per questo nuovo parto discografico. E la musica del gruppo si colora ancora di più di toni lisergici, con le luci distorte della musica psych inglese e della space age tedesca. Traducendo: il beat marziale dei Neu e le virate elettriche di Spaceman 3 e Loop si impossessano di brani come la traccia d’apertura Motorbike o For So Long: Le chitarre sembrano immerse in un gigantesco vortice kraut blues, tra echi di John Fogerty (Creedence Clearwater Revival) e Michale Karoli (Can). E lo stesso Ripley Johnson che oltre alla sei corde caratterizza il sound di Wooden Shjips per la sua particolare vocalità, sembra guardare con maggiore insistenza a oriente e nello specifico ad un mito sotterraneo degli anni ’70 come Takashi Mizutani di Les Rallizes Denudes, gruppo feticcio del più esoterico Giappone. 5 lunghi episodi come si conviene a questi profeti del mantra sonico, il formato canzone viene polverizzato in Dos, in una performance esteticamente impeccabile, legata sì ad un immaginario antico, ma capace di guardare con turbolenta speranza ai viaggi di domani. Perché questo è il segreto, non sarete mai nello stesso luogo con la musica dei Wooden Shjips, la capacità di trasportarvi nei luoghi più reconditi della mente è proprio la specialità di questi quattro corrieri cosmici californiani.

Don Cherry - Finalmente viene ristampato Music/Sangam

L’incisione di Music/Sangam risale al giugno del 1978, ma la sua disponibilità sul mercato è stata sempre affare per pochi eletti. Per la prima volta in digitale grazie ai nastri originali forniti dall’allora produttore Martin Messonnier questo piccolo/grande capolavoro etno jazz vede finalmente la luce per la label francese Heavenly Sweetness. Dopo aver partecipato ad alcune delle più intense session in ambito di jazz libero – su tutte la partecipazione al quartetto storico di Ornette Coleman (con la sezione ritmica di Charlie Haden ed Ed Blackwell) ed i lavori con Albert Ayler (memorabile Spirtis, senza nulla voler togliere ad altri rinomati album) – ed aver licenziato per Blue note dischi fondamentali come Symphnoy For The Improvisers, Complete Commuinon o Where’s Brooklyn, Don Cherry scopre progressivamente le sue origini. In questo si avvicina alle musiche ed agli strumenti esotici della tradizione indiana, brasiliana, africana, indonesiana e cinese. Siamo agli albori di quella che sarebbe poi divenuta l’obsoleta pratica della world music, in una miriade di fraintendimenti e falsi storici.
Ustad Ahmed Latif Kahn un membro del Delhi garana (una dinastia di musicisti indiana) ed abile percussionista, incontra Cherry durante un tour europeo appositamente schedulato da Martin Messonnier, nonostante i due non abbiano mai provato assieme. Nulla di artificioso dunque, i due musicisti s’incontrano sullo stesso terreno, condividendo le rispettive esperienze ed addirittura un buon senso dell’umorismo. Il termine Sangam vuole dire luogo d’incontro in sanscrito.
Don Cherry unitamente alla celebre pocket trumpet suona il gran piano, un organo Hammond b3 e dei timpani cromatici. Latif adeguandosi in parte agli stilemi occidentali, velocizza il suo approccio ed arriva anche a sovraincidere alcune parti di tabla al fine di rendere ancora più ricche ed articolate le intelaiature ritmiche.
E’ un disco fantastico quello che tornerete ad ascoltare. Ricco di sfumature, ritmi dispari e l’idea di mettere faccia a faccia culture diverse. Un disco trascendentale a distanza di 30 anni e più!

Nuovo album per Guillermo Scott Herren aka Prefuse 73 aka Savath & Savalas

Produttore e musicista instancabile Guillermo Scott Herren ha posto le basi per una delle più convincenti contaminazioni tra hip-hop ed elettronica degli ultimi anni, anticipando di gran lunga quanto oggi proposto da artisti vezzeggiatissimi come Flying Lotus, Nosaj Thing, Hudson Mohawke e Bullion

Le sue pubblicazioni a nome Prefuse 73 licenziate da Warp, hanno inaugurato un filone quanto meno progressivo nell’ambito della musica ritmica moderna. Ma Scott ha sempre inseguito il suo istinto in maniera fedele. Facendo leva sulla sua sfaccettata personalità artistica, ha sempre mantenuto i piedi in più staffe. Sintomatica l’avventura svoltasi in parallelo con Savath & Savalas, che esordivano nel 2000 con Folk Songs for Trains, Trees and Honey per la Hefty di John Hughes, marchio di Chicago da sempre lungimirante nella scelta del suo roster.

Se Savath & Savalas era da considerarsi l’alter ego post-rock di Prefuse 73, con tutto quello che comporta l’abusato termine, la strada per Herren si è sempre mostrata in salita. Indubbiamente per la sua smania nel ricercare l’ibrido più fantasioso. Dopo aver vissuto per ben 4 anni a Barcelona è il momento del suo album catalano. Apropa't che vede la luce nel 2004 su Warp (nuova logica destinazione) introduce la collaborazione con la cantante locale Eva Puyelo Muns. Ed è una svolta, decisa. Ci troviamo in territori strettamente neo-folk, anche se la post-produzione di Scott e lo zampino di due vecchi e stimati amici come John Herndon e John McEntire (Tortoise), contribuiscono ad offrire una patina di modernità al tutto.

A distanza di pochi mesi l’Ep Mañana costituito da outtakes che non fanno che rinverdire i fasti dell’album principale, capace di catturare l’attenzione dei più sensibili ascoltatori di psichdelia in bassa fedeltà

E’ un mistero come Golden Pollen – uscito nel 2007 per un colosso indipendente come Anti – non abbia raccolto altrettanto successo. Un piccolo cambiamento si scorge nell’utilizzo della voce, dato che le parti cantate sono ora a completo appannaggio di Herren, che solo in un occasione si fa aiutare dallo svedese Josè Gonzales.

Il mercato si chiude a riccio nel frattempo e presto occorre trovare una nuova dimora artistica. E’ allora che Scott si decide a titar su il telefono per entrare in contatto col vecchio amico Egon, uno dei boss della californiana Stones Throw.

Dopo una breve contrattazione si aprono dunque le porte della label di Los Angeles, che è ben lieta di accogliere le avventure decisamente visionarie ed introspettive del nuovo Herren.
La Llama prende in considerazione melodie di stampo catalano e ritmi subdoli che invece guardano direttamente al sud America. I nomi dei due nuovi collaboratori sono Puyuleo Muns e Roberto Carlos Lange. Entrambi sono mossi dall’amore comune per le sonortià lisergiche provenienti dalla piccola scena di Recife, in Brasile, agli albori degli anni ’70. E considerato che Egon è un accanito collezionista, presto si ritrova con Herren a fare considerazioni sulle musiche imprevedibili di Marconi Notaro, Flaviola, Lula Cortes e Ze Ramalo.
In tutto questo c’è anche poi la stima infinita per il compianto produttore di casa J.Dilla, l’apprezzamento per Madlib e per il giovane virgulto Koushik, che proporpio con Herren sembra condividere una visone musicale a 360 gradi .

E’ un altro colpaccio per Stones Throw ed un’altra indicazione di assoluta attualità dopo le azzeccate escursioni prog psichedeliche del chitarrista dei Mars Volta Omar Rodiguez Lopez - Old Money - ed il Beat Konducta 5&6 con cui Madlib ha voluto pagare il suo personale tributo a J.Dilla. L’intenzione non è quella di scalare le classifiche, ma di lasciare – ancora una volta – un segno permanente nella storia della musica underground che conta.

IL DISCO USCIRA' IN EUROPA IL 18 MAGGIO

Scarica il singolo La Llama da questo link

18/03/09

Le Sleeping Bag Sessions di Arthur Russell


Sleeping Bag è l’etichetta fondata da Arthur Russell assieme a Will Socolov nel 1981. Un marchio che influenzerà notevolmente il mercato della musica dance dell’East Coast, ridefinendo nuove categorie e rivedendo anche i contenuti della tradizione disco. In assoluto un marchio che ha contribuito a svezzare i contenuti dell’allora giovane musica da club. Arthur Russell dal canto suo è stata una figura centrale non solo nella scena newyorkese. La sua musica ha travalicato i confini internazionali, sposando di volta in volta il pop, la new wave e andando a costituire i basamenti per certa house music. Uomo e produttore totale, Russell ha licenziato per Sleeping Bag alcuni dei suoi più memorabili mix, occupando il ruolo di produttore o di protagonista assoluto, spesso utilizzando sigle inedite. In questa eccezionale raccolta ritroviamo una versione estesa e rara di Go Bang! , il brano manifesto dei suoi Dinosaur L, remixata da Walter Gibbons. Poi gli Indian Ocean – sempre con Russell sugli scudi – con altri due classici della primigenia club culture, quali School Bell e Treehouse. Ci sono anche due brani dei Clandestine di Ned Sublette, altra figura cardine del giro newyorkese, partito con sperimentazioni di carattere rumorista, convertitosi poi alla dance ed infine ai ritmi caraibici. Un evoluzione prossima a quella di Arto Lindsay. Nei suoi 10 brani The Sleeping Bag Sessions mette in scena un fantastico spaccato della musica dance alternativa che animava i club newyorkesi, agli albori degli anni ’80. Un’ eredità che ancora oggi fornisce un’ importante pietra di paragone per quanti si confrontano con la sconfinata idea di club culture.


Tracklisting:
• Bonzo Goes To Washington - 5 Minutes (B-B-B Bombing mix)
• Felix - Tiger Stripes (Extended Version)
• Felix - You Can't Hold Me Down (Extended Version)
• Clandestine - Radio Rhythm (SIGNALSMART) (Feat. Ned Sublette - Extra Cheese Mix)
• Sounds Of JHS 126 Brooklyn - Chill Pill (Underwater Mix)
• Indian Ocean - School Bell
• Tree House (Original 12 version)
• Indian Ocean - Treehouse (Extended Bootleg Edit)
• Dinosaur L - Go Bang! (Walter Gibbons mix)
• Bonzo Goes To Washington - 5 Minutes (R-R-R Radio Mix)
• Clandestine - Radio Rhythm (SIGNALSMART) (Feat. Ned Sublette - Dub Mix)

Coming From Reality - Il ritorno di Sixtoo Rodriguez

Sulla scia della curiosità e degli ottimi riscontri di vendita ottenuti da Cold Fact, Light In The Attic pubblica il secondo album del Dylan ispanico Rodriguez. Coming From Reality è stata l’ultima chance nell’industria discografica per Rodriguez che nel 1971 licenziava l'album per l'etichetta Sussex. Correva l’anno 1971 ed il nostro mise a segno un altro impeccabile colpo, realizzando un perfetto album pop, arrangiato in maniera magistrale e ad oggi ancora capace di scaldare i cuori. Per certi versi meno immediato rispetto al debutto, dove i ritmi negroidi scorrevano quasi sottopelle fornendo un interessantissimo dettaglio, Coming From Reality è più avvezzo al formato cantautorale. Impeccabili gli arrangiamenti orchestrali che donano una patina quasi onirica al disco e belli anche gli episodi che concedono qualcosa di più al formato ballata.
Per l’occasione Rodriguez trasloca da Detroit agli studi Lansdowne londinesi, dove incontra un talento del calibro di Chris Spedding (stimato chitarrista e session man che sarà al fianco di Elton John, Memphis Slim, Family Dogg, Julie Driscoll, Brian Eno e John Cale) che successivamente lavorerà nella veste di produttore con Sex Pistols e Cramps. Presente anche un altro re mida della consolle come Steve Rowland (prima al fianco di Pretty Things e successivo magnate dei Cure) che parlerà negli anni a venire in termini entusiastici di queste session. Tra i pezzi forti dell’album il pop di To Whom It May Concern e le ancor più accattivanti A Most Disgusting Song ed Heikki’s Suburbia Bus Tour. Ci sono anche tre stuzzicanti bonus nella ristampa in cd. Stavolta registrate nella ‘natia’ Detroit – nel 1972 - in compagnia dello straordinario chitarrista Dennis Coffey e di Mike Theodore. Nel frattempo la stella di Rodriguez si è improvvisamente riaccesa. Una compagnia svedese sta lavorando ad un documentario sulla sua vita e la sua opera, mentre una serie di concerti in Inghilterra ed in Europa renderanno di sicuro più gradevole la nostra primavera. ‘E’ un viaggio straordinario ’ dice Rodriguez della sua nuova esistenza ‘Mi sento come Picasso, Monet . Tutti questi pensieri eccitanti. Sono globali. Sono fortunato ad aver ottenuto questa seconda possibilità. E’ palpabile e totalmente inaspettata ’

Rodriguez sarà in Italia per una singola apparizione - in quel di Roma – il 3 di giugno presso il Circolo degli Artisti.

Clues - Nuova uscita per Constellation Records

Non lasciatevi ingannare dalla parola debutto, perché i Clues in realtà sono attivi in quel di Montreal già da diversi anni. Alden Penner e Brendan Reed mettono in piedi questo nuovo entusiasmante progetto all’indomani dello scioglimento dei rispettivi gruppi, gli Unicorns e Les Angles Morts. I primi – peraltro – avevano già guadagnato le luci della ribalta con il disco per Alien8: Who Will Cut Our Hair When We're Gone?. Album prontamente ristampato da Rough Trade in Europa ed immolato ad una sorta di lo-fi psichedelia, che oltre ad avere molto in comune con Flaming Lips e Mercury Rev prestava il fianco a paragoni con un canadese doc come Neil Young. Con il disco omonimo per Constellation i Clues fanno dannatamente sul serio, un atteggiamento spregiudicato verso la materia rock il loro, fatto di belle architetture progressive e pop ultraterreno. La visione lirica di Penner è unica, potrebbe indurci in tentazione e suggerire un parallelo con l’inimitabile Craig Wedren degli Shudder to Think., mentre gli arrangiamenti di Reed (un grandissimo batterista tra l’altro) sono di una spanna superiori a quelli di molte indie bands contemporanee. La capacità di scrivere pezzi così contorti ed allo stesso tempo avvincenti li avvicina ai Polvo o ai Chavez di Matt Sweeney, ma non c’è nulla di artificioso in questi 11 brani che siglano il debutto dei Clues. Tutto scorre che è una meraviglia, grazie anche alla complicità di un manipolo di altri ospiti come Ben Borden (Les Automates de Maxime de la Rochefoucauld), Lisa Gamble (Gambletron, Evangelista, Hrsta) e Nick Scribner (Chaotic Insurrection Ensemble). Il disco è stato registrato presso quella che era la casa dei Godspeed You Black Emperor, ovvero l’Hotel2Tango. Lavoro di bellezza superiore, ermetico e passionale, Clues mieterà sicuramente numerose vittime tra chi intende il post-punk come una delle discipline più nobili e mobili degli ultimi 30 anni.

Il disco uscirà in Italia il 18 maggio

Scarica il singolo Perfect Fit

17/03/09

Diverso Da Chi? - La colonna sonora

Dopo la già fortunata partnership per la pellicola Fine Pena Mai e le numerose consulenze musicali offerte per documentari, cortometraggi e pubblicità, Goodfellas inaugura una nuova e significativa collaborazione professionale curando, in collaborazione con la EMI Music Publishing Italia, la colonna sonora del film Diverso da chi? di Umberto Carteni prodotto dalla Cattleya e distribuito dalla Universal Pictures Italia.
Goodfellas, curatrice in esclusiva dello score, apre un nuovo fronte collaborativo con Cattleya, imperniato sulla supervisione in campo musicale. E’ il primo esperimento che si concretizza con la casa di produzione cinematografica, il viatico a nuove fortunate sinergie.
La trama del film è contrassegnata da un atipico triangolo amoroso: un candidato sindaco gay dichiarato – interpretato da Luca Argentero – che basa la campagna elettorale proprio sulla sua omosessualità - finisce con l’"innamorarsi" del suo braccio destro (Claudia Gerini) mettendo così a rischio il rapporto con il suo compagno di sempre (Filippo Nigro) oltre che la sua credibilità. Un’avvincente plot tematico in cui le musiche assumono un significato cruciale, sottolineando appunto le vicende umane che impreziosiscono la pellicola.
E’ il soul ad essere grande protagonista, con interpreti del recente passato, star indiscusse della musica black e protagonisti nell’immediato futuro. Per la ’sezione’ evergreen la parola spetta ad un crooneristico James Brown con This Is A Man’s, Man’s, Man’s Worlds e all’Aretha Franklin di Don’t Play This Song. Amy Winehouse troneggia con Me & Mr. Jones, ennesimo singolo estratto dal fortunato Back To Black, il suo secondo album che ha letteralmente scatenato la corsa al revival soul. La parte da leone è però recitata dalla newyorkese Daptone Records, una delle etichette che ha maggiormente saputo cristallizzare il momento ‘in’ della black music. La veterana Sharon Jones presenzia con ben tre tracce: 100 Days, 100 Nights, You're Gonna Get It e How Do I Let A Good Man Down? La soul-singer è accompagnata dagli strepitosi Dap-Kings, in-house band di Daptone associata al nome del produttore Mark Ronson, che oltre ad aver spesso accompagnato la stessa Amy Winehouse ha anche assistito di recente in studio un’icona come Bob Dylan. Bob & Gene assieme a Lee Fields e Sugarman 3 – stessa scuderia - contribuiscono con le loro vibrazioni a colorire ulteriormente il film, ma la vera rivelazione si chiama Naomi Shelton & the Gospel Queens, nome caldo al debutto per Daptone a Maggio: un’altra ugola cristallina che si aggiunge al catalogo della già celebrata posse di Brooklyn.

Le musiche originali sono composte dal maestro Massimo Nunzi, musicista di estrazione jazz con passaporto romano. Possiamo ascoltare la sua tromba magistralmente accompagnata dall’ Orchestra La Fanfara Frenetica in un tripudio di atmosfere delicatamente vintage.

"una delle commedie italiane di costume più divertenti della stagione." - La Repubblica

IL FILM SARA' NELLE SALE ITALIANE DA VENERDI 20 MARZO

Japanther



E' davvero sorprendente ascoltare due lunghe tracce imbevute di spoken poetry ed art-punk nel nuovo album di questi ragazzi terribili di Brooklyn, New York. Due brani che chiariranno gli intenti di questa giovane formazione giunta già al suo sesto album, i Japanther. Addirittura temiamo di possedere il master sbagliato, eppure – scorrendo i crediti – troviamo un personaggio chiave della musica underground degli ultimi 30 anni: Penny Rimbaud dei Crass. Che oltre a recitare una parte da protagonista nell’album ricopre anche il ruolo di produttore esecutivo. "I Thee Indigene" ed "Africa Seems So Far Away" sono i due fiori all’occhiello di questa entusiasmante scorribanda firmata dai Japanther, un gruppo che spesso è stato etichettato come una versione bubblegum pop dei Lightning Bolt od una ripresa tardo-adolescenziale dei Sonic Youth (Thurston Moore va pazzo per loro). I due lunghi poemi musicati ci riportano direttamente ai Crass del capolavoro "10 Notes On A Summer Day", ma altrove è la vena pazza e schizoide del gruppo a manifestarsi, in brani velocissimi e dall’impatto sorprendente, quasi una versione hi-tech dei Ramones. Belli gustarli dal vivo, quando cantano dentro ad un microfono modificato che ha le fattezze di un ricevitore telefonico vecchio stile. E siccome agli indie-rockers più trasversali piace l’hip hop – i Japanther vanno pazzi per le TLC, ma quello è mainstream… - c’è anche il cameo dell’mc Spank Rock, che rende perfetto un numero soul come "Radical Businessman". "Tut Tut Now Shake Ya Butt" – in copertina c’è proprio un brillante Tutankhamun – ci auguriamo sia il disco definitivo per questi punk-rockers che amano bazzicare le gallerie d’arte. Il loro dissestato van è pronto ad accompagnarli in un’altra avvincente serie di concerti in giro per il mondo. Non perdeteli.

16/03/09

Discharge



Monolitici, come si conviene ad una delle band simbolo dell’hardcore inglese, uno dei rari nomi capaci di contrastare la potenza di fuoco delle formazioni americane negli anni ’80. Nati sul finire degli anni ’70, proprio all’apice del movimento punk-rock e della più laccata New Wave Of British Heavy Metal, i Discharge si posero subito all’attenzione dei più con la loro forma ibrida, che prevedeva un approccio frontale senza pari, capace di prendere in dote la velocità del miglior punk hardcore ed il wall of sound di certo heavy metal. Una combinazione che li rese immediati protagonisti delle scene, in un misto di trasversalità ed estremismo. Alcuni loro dischi hanno fatto la storia di un intero movimento, si pensi a Why? o Hear Nothing, See Nothing, Say Nothing, assalti all’arma bianca che hanno letteralmente sconvolto la concezione del genere. Da molte parti sono stati additati come i precursori del grindcore, del resto l’aver suonato pezzi velocissimi mantenendo quell’impatto non poteva che causare una futura degenerazione stilistica. Nel 2009 i Discharge sono ancora belligeranti, con "Disensitise" attaccano nuovamente le moderne convinzioni, facendo sfoggio della loro caustica satira politica. Un disco che presenta per buona parte la storica line-up con l’eccezione del vocalist – Rat dei Varukers ha sostituito da tempo Cal – e del batterista – Dave dei Broken Bones è salito in cattedra in luogo del fondatore Tezz – per un ritorno prepotente alle origini, senza quella fascinazione per il metal che ne aveva contraddistinto alcune pallide opere degli anni ’90. Ancora forsennati e con una scaletta ineccepibile – i brani al di là di un episodio sono sempre al di sotto del tetto dei 3 minuti - i nostri assalgono la materia con la confidenza e l’energia di sempre, facendosi davvero pochi scrupoli e mai cedendo ad ideali artistici. Nudi e crudi e ancora all’ennesima potenza.

Easy Star’s Lonely Hearts Dub Band

L’apparizione – in veste di ospiti internazionali – all’ultima edizione del Festival di Sanremo, ha sdoganato definitivamente la materia reggae e con essa il nome di Easy Stars All-Stars. La cover di Time – estratto dal debutto discografico dei nostri, Dub Side Of The Moon – è stata la chiave di volta per un’affermazione su più ampia scala.. Il tributo ai Pink Floyd ha suscitato unanimi consensi a livello internazionale – correva l’anno 2003 – e a distanza di tempo il fenomeno si sta manifestando anche nel nostro paese, con il supporto incondizionato dei media e delle radio nazionali. Dopo l’altrettanto felice omaggio in levare ai Radiohead – Radiodread – è tempo di rivisitare un altro classico della musica pop britannica, parliamo di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, uno dei dischi più influenti nella storia contemporanea. Ribattezzato propriamente Easy Star’s Lonely Hearts Dub Band ed anticipato dal singolo With A Little Help From My Friends, già in rotazione sulle radio ed i network nazionali, il terzo album di Easy Stars All-Star prende le mosse dal capolavoro del gruppo di Liverpool, rinverdendo la carica melodica dell’originale con forti sapori per l’appunto caraibici.
Il disco esce nuovamente per la fida etichetta Easy Star Records e tra gli ospiti vanta alcuni nomi di spicco della scena reggae, dancehall e dub internazionale: Steel Pulse, Matisyahu, Michael Rose dei Black Uhuru, Luciano, U Roy (che canta nel brano apripista With A Little Help From My Friends), Bunny Rugs dei Third World, Ranking Roger degli English Beat, Sugar Minott, Frankie Paul, Max Romeo e The Mighty Diamonds.
Il produttore Michael Goldwasser si esprime chiaramente sui termini dell’operazione: ci siamo focalizzati sull’idea di concept album in chiave reggae, è importante che il materiale di riferimento abbia una valenza unica e coerente, non una semplice collezione di brani insomma. Così, quale migliore occasione per scegliere il padre di tutti i concept album?
Goldwasser è accompagnato da Victor Rice (basso), Victor “Ticklah” Axelrod (tastiere) e dalla coppia formata da Patrick Dougher ed Eddie Ocampo (si dividono tra batteria e percussioni). Ci sono anche elementi della touring band di Easy Star All-Stars a fornire il proprio contributo: Ras I Ray, Jenny Hill, Buford O’Sullivan, Ivan Katz, Kirsty Rock, Tamar-kali, Junior Jazz e Menny More. Lo score ‘artistico’ di Goldwasser include anche produzioni per Corey Harris (stimatissimo bluesman) ed Hatikva 6 (famosa reggae band israeliana), oltre a colonne sonore come Failure To Launch (film con la Sarah Jessica Parker di Sex And The City) e Cassandra’s Dream di Woody Allen.
Per oltre un decennio Easy Star Records è stata un’influente realtà indipendente nell’universo reggae. Dub Side of The Moon e Radiodread hanno rappresentato la spina dorsale di un catalogo che include - tra gli altri - album di John Brown’s Body e Ticklah (tastierista degli stessi Easy Star All-Stars), oltre che ristampe di materiale classico firmato da Sugar Minott e Linval Thompson.

Easy Star’s Lonely Hearts Dub Band uscirà in Italia il 10 Aprile

13/03/09

Crystal Stilts - Video e Mp3



Non è un segreto che Brooklyn sia casa di alcuni dei fenomeni musicali odierni, tant’è vero che è impresa sempre più ardua emergere nei sotterranei locali ed avere una visibilità capace di oltrepassare i confini nazionali. Spesso sono i dettagli a fare al differenza, la giusta vibrazione ed anche l’opportunità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Per i Crystal Stilts valgono un po’ tutte queste logiche. Proprio nel momento in cui il rock’n’roll più ibrido - con le sue varianti wave, shoegaze o new romatic che dir si voglia – sembra prepotentemente riconquistare terreno, arriva una band che per stile e contenuti spicca con prepotenza nella mischia.
Nascono nel 2003 da un’idea di Brad Hargett e JB Townsend. Presto incidono il singolo di debutto - Shattered Shine - sotto l’attenta guida di Sean Mafucci (Gang Gang Dance, Kid Congo Powers). A risaltare immediatamente il tono baritonale di Hargett che per certi versi si pone come un Ian Curtis in chiave sixties (un crooner futurista forse?) poi lo stomp chitarristico di Townsend, anch’esso affascinato dagli umori ’60 e dalla tipologia proto-punk. A New York non hanno dubbi, qualcosa di trascendentale sta accadendo. C’è un gruppo pronto a rinverdire la tradizione nuggets facendo leva su una musicalità tipica del catalogo Factory. O vice versa se preferite. Nel 2005 e nel 2006 si esibiscono a ripetizione con i locali Blood On The Wall, ed ancora con caUSE co-MOTION! ,The Long Blondes e 1990s. La fervente attività dal vivo culmina con l’ingresso di Kyle Forrester (Ladybug Transistor) all’organo, e con l’incisione di un Ep di 4 tracce.
Il biennio successivo apporta numerose novità, innanzitutto si uniscono al gruppo il bassista Andy Adler (The Ninjas) ed il batterista Frankie Rose – che già aveva prestato servizio nell’altra attrazione locale, le Vivian Girls. Aprono per uno dei loro gruppi preferiti – i neozelandesi The Clean – e si uniscono agli storici The Vaselines (quelli che proprio osannava Kurt Cobain) per altre date selezionate. La Woodsist di Brooklyn ristampa le loro prime incisioni, facendo da ponte con i media importanti, quelli che indirizzano l’opinione pubblica, almeno negli States. Ed ecco che grazie alla sponsorship di Pitchfork i Crystal Stilts si trovano catapultati verso la notorietà, improvvisamente.
C’è poi l’album, Alight of Night quel debutto lungo che grazie alla produzione di Slumberland diviene immediato classico indipendente. Quello stesso disco è ora licenziato per il mercato europeo da Angular Recordings, proprio sulla scorta delle recenti attenzioni ricevute dai media inglesi. E che disco fantastico…Un bagno nei sapori oppiacei dei Velvet Underground, una vena acida che fa molto psichedelia texana ed un atteggiamento di base che lascia pensare alle band del post-punk mancuniano come a tanti altri piccoli eroi che hanno gravitato nel catalogo Rough Trade
Ma questi sono solo dettagli, avventuratevi pure tra i solchi di questo disco, per riscoprire l’essenza più genuina del rock, quello consumato e prodotto nei garage di periferia. Non c’è trucco, non c’è inganno, solo una manciata di memorabili canzoni. Ora e per sempre.

da questo link è possibile scaricare il nuovo singolo dei Crystal Stilts: Love Is A Wave

12/03/09

Le Vivian Girls in Italia!



Arrivano finalmente in Italia le VIVIAN GIRLS, trio garage-pop tutto al femminile proveniente da Brooklyn. L'omonimo disco di debutto uscito lo scorso ottobre è già un successo. Il trio avrà come band di supporto i PAINS OF BEING PURE AT HEART quartetto newyorchese dream pop/shoegaze, tra Pastels e My Bloody Valentine, già amatissimi dalla scena indie. Senza dubbio due tra le band rivelazione del 2009 in un'accoppiata assolutamente da non perdere.

31 Maggio - Marina di Ravenna (RA) Hana-B
1 Giugno - Milano La Casa 139



Vivian Girls - Where Do You Run To

The Pains Of Being Pure At Heart - "Everything With You"

Torna Julian Cope con il progetto Brain Donor

Wasted Fuzz Excessive è l’atteso ritorno discografico dei Brain Donor di Julian Cope, che mancavano all’appello da ben 3 anni, essendo Drain’d Boner del 2006 la loro ultima fatica discografica. Ancora una primitiva costruzione rock’n’roll, come si conviene a questi cultori del pagano, una rivisitazione ineccepibile di modelli quali psichedelia, hard rock mutante e musica cosmica, giusto per avvicinarsi alla triade di riferimento dell’ex-frontman di Teardrop Explodes. E’ un album che esce con prepotenza e devianza dalle tenebre, appoggiandosi ad una poesia metallica, allargando se possibile la costruzione epica dei brani, che si dipanano come vere e proprie deliranti suite. Con dei riffs chitarristici che oltre ad un assalto proto-metal contemplano le asperità della no wave, il nuovo disco dei Brain Donor si presenta come una primizia di musica virulenta e artistoide, andando a toccare tutti i possibili estremi in musica. Ci sono sette canzoni per un’ora abbondante di musica – il disco è licenziato in ‘proprio’ da Brain Donor Records - accelerazioni e fiammate da parte di Mister E, che si propone ancora una volta come il motore propulsore del gruppo. C’è addirittura un assolo di basso in stereofonia da parte di Cope in Shadow Of My Corpse, anticipo spettacolare già visionato nel suo ultimo tour dal vivo.
Per chi ama essere sommerso da tonnellate di fuzz e davvero non teme la sordità precoce, il nuovo sciamanico messaggio dei Brain Donor arriverà come una liberazione o come la manifestazione di una divinità appunto pagana. Perdersi in una dimensione lisergica oggi è possibile!

11/03/09

In arrivo il tour italiano di Seun Kuti & Fela's Egypt 80's


L'erede legittimo del padrino dell'afro beat Fela Kuti. Una delle più sensazionali macchine live, con una serie di date all'insegna del più puro funk made in Nigeria.

19/03/2009 - Firenze - Auditorium Flog
20/03/2009 - Milano - Teatro Dal Verme
21/03/2009 - Torino - Hiroshima Mon Amour

Disrupt - The Bass Has Left The Building


E' davvero uno dei produttori elettronici tedeschi più in vista Jan Gleichmar, noto ai più col nome d'arte Disrupt. Dopo l'appassionante debutto per Werk Discs a titolo 'Foundation Bit', il nostro continua ad espandere i confini di una ibridazione tra elettronica e dancehall, colpendoci letteralmente alla bocca dello stomaco con bassi profondi, spesso conditi da vendicative ed avventuriere parentesi 8-bit. Di lui si apprezza in particolare la disciplina formale, e quest'idea marziale di combinare con stile ritmi jamaicani, scampoli di videogame ed intelligent dance music, seguendo un approccio realmente proletario. Del resto l'utilizzo di cheap electronics non può che infondere maggiore credibilità all'essenza del progetto. Disrupt armato di vecchie tastiere Casio ed altrettanto stagionate drum machine riesce a recuperare lo spirito originario del digidub jamaicano, avvicinandosi anche al primigenio universo electro. La traccia che da il titolo all'album – The Bass Has Left The Building – prende il là dal tema del celebre gioco per Commodore 64 Future Knight, per raggiungere invece il climax dub bisogna toccare con mano le basse detonazioni di Bezerk Dub ed Echobombing, quasi lente jam per tutti i maniaci delle basse frequenze. Con questo disco siamo veramente ai vertici di quella commistione già messa in atto dai connazionali Rhythm & Sound, in una variante indubbiamente più spensierata.


Matteah Baim



Assieme a Sierra Casady delle CocoRosie, la chitarrista/cantante Matteah Baim da vita al progetto Metallic Falcons, realizzando nel 2006 l'album di debutto Desert Doughnuts. Nel 2007 inaugura la sua carriera in solo dando alle stampe "Death Of The Sun", che va a collocarsi immediatamente nei meandri del weird-folk, per via di un approccio davvero intimista al cantautorato e a certa psichedelia. "Laughing Boy", il secondo album dell'autrice, esce ancora con marchio Di Cristina (etichetta da sempre sponsorizzata da Devendra Banhart) ed è stato registrato e prodotto a Chicago, con la preziosa assistenza tecnica di Jamie Carter. Assieme alla nostra un nutrito stuolo di collaboratori, nella maggior parte dei casi reclutati proprio nella windy city: Butchy Fuego (già autore di un disco per Pickled Egg), Robert A. A. Lowe (sì proprio il bassista di colore che un tempo girava coi 90 Day Men ed ora ama farsi chiamare Lichens), Leyna Marika Papach, Rob Doran (Pit Er Pat), Emmett Kelly, Hisham Akira Bharoocha (un tempo batterista dei Black Dice), Birdie Lawson e Rose Lazar (celebre artista e illustratrice dell'area). Con "Laughing Boy" la natura della Baim si mostra più estroversa, le canzoni assumono nuovi connotati, cresce la voglia di stupire, grazie ad arrangiamenti al limite del perfezionismo. Piccoli affreschi pop progressivi, tra pennellate acustiche e rintocchi elettrici, una scaletta impeccabile che surclassa molte delle grigie nuove leve della new weird america, puntando verso un'inedita forma di esotismo musicale. Ed è brava la Baim a mantenere sempre il ruolo della discreta storyteller, accarezzando con voce pacata ed ispirata le sue creazioni. Un album che la proietta di diritto al vertice delle interpreti femminili di questo fine decennio.


10/03/09

Milk Kan



Lasciatevi pure ingannare da quell'accento tipicamente cockney, perchè i Milk Kan certo non intendono nascondere la loro provenienza, che dice per l'appunto Londra. Nelle loro rime baciate - a mò di rap ante-litteram – citano Clash e Johnny Cash, musicalmente fanno ancora di più, ridisegnando ciò che a inizio '90 veniva definito comunemente crossover. Non ci sono giradischi, semmai qualche campionamento smarrito dei Violent Femmes - con i quali hanno suonato tra l'altro dal vivo allo Shepherds Bush Empire - le chitarre non sono mai troppo arrabbiate ed il mood pur essendo urbano rimane comunque sobrio. Ci sono senz'altro le canzoni, che oltre a prendere dalla primordiale carica stradaiola di punk e hip-hop, guardano positivamente agli anni della grande depressione americana, citando en passant tutti i grandi cantastorie del tempo ed in particolare l'inarrivabile Woody Guthrie. Una questione d'attitudine, tutto lì il segreto, graffiare mantenendo una coscienza sociale. Nel dicembre 2008 hanno fatto il botto con il singolo "God with an Ipod", entrato al numero 10 della indie chart inglese, sotto a gente del calibro di Dizzee Rascal e Last Shadow Puppets. Nati come duo sul finire del 2003 - Scrappy Hood e Jimmy Blade raccolgono le chitarre dei propri genitori e si improvvisano moderni buskers in giro per il paese – i Milk Kan sono oggi un quartetto a tutti gli effetti con l'ingresso in campo di Loz Vegas e Nathan Bass. Blang è orgogliosa di presentare il loro omonimo album di debutto, dove canzoni di protesta si frappongono ad uno humor tipicamente inglese, ripescando in parte il carattere delle canzoni del ghetto.

Phosphorescent in Italia


PHOSPHORESCENT

Mercoledì 20 Maggio
Milano - Casa 139
in collaborazione con JAM
www.jamonline.it
info: www.lacasa139.com

Giovedì 21 Maggio
Roma - Init
info: www.initroma.com

Venerdì 22 Maggio
Ravenna - Hana Bi
info: www.bronsonproduzioni.com


In Italia per tre concerti Matthew Houck, alias PHOSPHORESCENT
Il 20 Maggio alla Casa 139 di Milano, il 21 Maggio a Roma e il 22 Maggio a Ravenna


Un paio d’anni fa Phosphorescent - nome d’arte di Matthew Houck - aveva imbottito di mescalina Nashville e tirato fuori un album alcolizzato e visionario come 'Pride', un barcone alla deriva guidato da un coro gospel in gita a Woodstock.
Ci saremmo aspettati tutti per il nuovo album qualcosa di simile, invece Houck se ne frega altamente del mercato e spiazza tutti tornando sulle scene con un disco tributo a Willie Nelson - leggenda ultra settantenne del country americano.

Phosphorescent è Matthew Houck, una one-man band indie folk/alternative country spesso paragonata ad Iron and Wine, Bon Iver, Will Oldham, Neil Young. Phosphorescent attualmente vive a Brooklyn, New York ma è nato ad Athens, Georgia, come l’amico Vic Chesnutt e i celebri R.E.M. di Michael Stipe. Gli ultimi dischi di Matthew Houck, alias Phosphorescent, sono stati pubblicati dalla Dead Ocean.

Prima di registrare con il monicker di Phosphorescent, Matthew Houck ha fatto tour ovunque girando l’intero pianeta con il nome di Fillup Shack e pubblicato nel 2001 l’album ‘Hipolit’. Houck dopo ha cambiato il nome del suo progetto in Phosphorescent e pubblicato l’album ‘A Hundred Times Or More’ nel 2003. L’album è stato registrato con l’ausilio dei The Clairvovants and pubblicato attraverso la Warm records, piccola label di Athens, Gerogia. Nel 2004 Phosphorescent pubblicò l’Ep ‘Weight of Flight’, e l’anno seguente l’acclamato ‘Aw Come Aw Wry’. Al successo del disco del 2005 seguì nel 2007 ‘Pride’, per Dead Ocean records, che diede a Matthew Houck una grande visibilità e grande fama all’interno della scena indie folk statunitense.

Phosphorescent ha da poco pubblicato, nel 2009, ‘To Willie’, un album tributo al celebre county folk singer americano Willie Nelson. In ‘To Willie’ Matthew Houck rilegge in chiave più moderna, ma senza tralasciare il gusto country degli originali, undici perle della discografia di Willie Nelson. I brani scelti non sono i più famosi scritti da Willie Nelson ma quelli che meglio incarnano le similarità con la musica di Phosphorescent.
'To Willie' è un gran disco capace di coniugare la potenza del country americano di Willie Nelson, a cui l'album è dedicato, e l'anima del folk-rock di Neil Young.

Dal vivo Matthew Houck da il meglio se, grazie ad una band affiatata e ripercorre i classici della propria discografia e le reinterpretazioni che hanno reso grande il suo ultimo disco.


INFO PHOSPHORESCENT :

www.myspace.com/phosphorescent

www.deadoceans.com
www.grindinghalt.it
www.promorama.it

09/03/09

BLK JKS - Mystery


I BLK JKS sfuggono qualsiasi tipo di descrizione. Distinta la loro sezione ritmica, sensuale il contributo vocale e cristallino l'uso della chitarra, quasi a rileggere la grande tradizione soul muovendosi però negli angusti territori indie-rock. Nonostante la giovane età i nostri evidenziano un'incredibile fascinazione per la musica africana e arrivano direttamente da Johannesburg... Secretly Canadian goes Black Power? Esattamente, solo che questi BLK JKS fanno paura: sembrano un gruppo highlife influenzato dall'hardcore dei Bad Brains e dalla psichedelia americana. Mostruosi!

DM STITH "Heavy Ghost"


Con “Heavy Ghost” ci avviciniamo senza tentennamenti alle soglie del capolavoro. DM Stith si impone infatti tra le voci più originali del nuovo folk a stelle e strisce, suggerendo nemmeno troppo distanti paragoni con l' Antony degli esordi ed un mai troppo incensato Dirty Projectors. Con il suo esordio sulla lunga distanza realizza un gioiello di moderna e sofisticata pop music da camera, al quale partecipano il magnate Sufjan Stevens, Sarah Worden di My Brightest Diamond, Osso e Rafter.

"...come un Jeff Buckley acustico: rischierete di innamorarvene subito." XL

"...David Michael Stith dimostra di possedere un talento tanto cristallino che è impossibile immaginare dove lo possa condurre." Il Mucchio

"...questo disco... impone la figura di un cantautore davvero peculiare, con un suono molto originale e ricercato...Spesso a colpire è la capacità di mantenersi su un registro minimale e filiforme e, al contempo, saper regalare un suono denso di particolari fino all'inverosimile...Una delle probabili stelle del 2009." Buscadero

"Un album dal cuore nero e pulsante." Rockstar

“il pianoforte e una costante darkness da gotico americano lasciano intravedere il Mc Cartney chiuso in un pozzo di Thanksgiving Moon e la grandezza della Life An A Day Beatlesiana virata Bon Iver nel finale di Morning Glory Cloud…la stoffa è sicura…” (Il Giornale Della Musica)

06/03/09

Due novità in casa Blast First petite

Gli HTRK sono in assoluto uno dei gruppi preferiti di Sasha Grey (una delle più provocanti e trasversali pornostar californiane). Detto ciò rimangono una delle più inquietanti presenze del panorama internazionale, arrivando direttamente da quella terra lontana che è l'Australia. Dopo una manciata di singoli – accolti trionfalmente specialmente in terra d'Albione – e l'album Nostalgia (pubblicato dalla lungimirante Fire Records) giungono alla prova del nove con il secondo album: Marry Me Tonight, prodotto da una vecchia volpe come l'ex-Birthday Party Rowland S. Howard. Originari di Melbourne ma ormai stabilitisi in parte a Parigi ed in parte a Berlino, i nostri sono fautori di un lugubre post-punk che chiaramente non sfugge ai paragoni con la primigenia formazione di Nick Cave, adottando però anche le movenze di certa elettronica post-industriale tipicamente europea (i Cabaret Voltaire del periodo di mezzo o addirittura i DAF). Un disco come Marry Me Tonight avrebbe visto la luce negli anni '80 per Mute, ragion per cui Blast First Petite è più di un logico approdo. Decadenti ed allo stesso 'very fashionable' gli HTRK sono la versione glam di un cortometraggio di David Lynch, od anche la risposta metropolitana e smarrita alla nouvelle vague. Affascinanti e perversi per non usare troppi giri di parole, un campionario di dolci nefandezze umorali.


Alan Vega continua a celebrare il suo settantesimo anniversario, dando alle stampe un dodici pollici a tiratura limitata (di cui potete suonare unicamente la prima facciata) in cui – complici i newyorkesi 'sintetici' A.R.E. Weapons – rilanciare le sue velleità di crooner del dopo-bomba. See Tha Light è un numero a mezza via tra glam e pop sintetico, una sfavillante base su cui declamare testi di amore, morte e sesso. War è una cover dell'evergreen di Edwin Starr, resa in chiave funk futurista, roba da scapigliare ogni più esigente dj della Big Apple!

Les Claypool



Esattamente tutto quello che potevate aspettarvi da un geniaccio inconsueto – ma mai scostante – come Les Claypool, una nuova collezione di brani originali che porta in orbita il suo bizzarro mondo pop, animato da personaggi improbabili, dottor stranamore e alieni di alta stazza. E' un distillato di quanto prodotto dal funambolico bassista parallelamente ai suoi Primus, almeno nell'ultimo decennio. Da qui la varietà contenutistica di "Of Fungi And Foe", che sfugge in ogni direzione, disegnando traiettorie impossibili tra fumosa canzone d'autore, avanguardia rock, classica contemporanea e jazz-funk per di più progressivo. Eugene Hütz – il carismatico vocalist dei Gogol Bordello (ma anche attore di talento nel meraviglioso "Ogni Cosa Illuminata") fa il suo tempestoso cameo in "Bite Out Of Life", una delle tracce più muscolose e tribali del disco. Ad altro titolo ospiti del disco sono musicisti come Lapland Miclovik, Mike Dillon (virtuoso vibrafonista a capo degli stessi Mike Dillon's Go Go Jungle) , Sam Bass, Paulo Baldi (sopraffino percussionista di ampie frequentazioni rock ed avant), Cage Claypool e Bryonn Bain (rapper invero interessato alla slam poetry). Disco ancora una volta inetichettabile, estroso, impareggiabile. Sullo sfondo delle storie montate ad hoc da Les – quasi un ottovolante marziano – musiche che abbracciano anche l'est Europa ed i miti di sempre, siano essi Zappa, i Residents od il buon vecchio amico Tom Waits. Uno scrittore scaltro Claypool, mai preso dal vezzo del virtuosismo, mai autoreferenziale, lui che è una sorta di bibbia dei comportamenti bislacchi. "Of Fungi And Foe" potrà addirittura ricordarvi le fangose atmosfere di Pork Soda, qui però sciolte della tensione iniziale, liberate in una danza mistificatrice che sa di voodoo e paradisi circensi.

05/03/09

G-Spots



Diavolo di un Johnny Trunk! Finalmente è riuscito a mettere a segno quel colpo tanto inseguito. Prendere in consegna alcuni dei nastri tagliati con rigore presso lo Studio G, laboratorio in cui sono stati concepiti alcuni dei suoni più off inglesi, sia che appartenessero al contesto elettronico, jazz o incredible strange music. Library music per farla breve, della più raffinata, tagliata a cavallo tra il 1969 ed il 1982, testimoniata dalla presenza di ben 48 album, distribuiti sul mercato in quantità davvero risibili. G-Spots il titolo di questa provvidenziale raccolta, che oltre a fare la gioia dei più incalliti collezionisti, riporterà alla luce la fonte di alcuni celebri campionamenti. La nostra storia inizia sul finire degli anni 60, quando un pubblicitario di nome John Gale vuole cambiare radicalmente i contenuti della cosiddetta library music, a suo avviso tropo legata a vecchie orchestrazioni. Cambiano dunque gli elementi in campo ed attraverso una discografia che non tocca nemmeno i 50 numeri di catalogo, si arriva ad una nuova concezione di 'genere' pescando a piene mani da realtà più o meno fittizie come le colonne sonore per i film dell'orrore e la musica per bambini (quella pubblicizzata in tempi non sospetti da Raymond Scott), lasciando aperte finestre che davano sul più eclettico pop, sul, jazz, l'avanguardia e addirittura l'industrial. I risultati furono dirompenti, spesso accorpati in pochissimi minuti tutti questi spunti generavano pulsioni inedite, creando nuovi ed avvincenti scenari, soprattutto per la gente che verrà. Primi di una lunghissima lista Chemical Brothers ed Unkle saranno alcuni degli artisti più in vista ad utilizzare componenti di questa seducente biblioteca musicale, attingendo proprio agli angoli più oscuri di queste farneticanti produzioni. Dato che gli album originali non concorrono nemmeno alle aste on-line – qualcuno li ha avvistati da Christie's di recente – la raccolta assemblata con dovizia di particolari – le liner notes immancabili ed i 'ritratti' d'epoca – da Johhny Trunk per la sua omonima etichetta assume un valore ancor più definitivo.

Hatcham Social




La storia del pop è ciclica ed anche se qualcuno se la sente di affermare che di album così non se ne producono più, noi siamo in grado di smentire. Gli indizi erano talmente lampanti che una nuova stagione del brit-pop non sarebbe potuta venir meno. In questo caso la nostra storia ha inizio a Londra, il quartetto meglio noto come Hatcham Social consiste di Toby Kidd (voce/chitarra), Finn Kidd (batteria), Dave Fineberg (basso/voce) e Jerome Watson (synth/chitarra). "You Dig The Tunnel, I’ll Hide The Soil" è il loro album di debutto per Fierce Panda e cade in concomitanza con l'anniversario per i quindici anni di attività della prestigiosa etichetta. Registrato presso i Big Mushroom studios nel nord dell'Inghilterra con il cantante dei Charlatans Tim Burgess – loro grande estimatore - e l'ausilio dell'ingegnere del suono Jim Spencer, questo è un vero e proprio tripudio di brani pop dall'indolente taglio chitarristico. Ferma restando una certa innocenza di fondo, gli Hatcham Social sanno esattamente dove colpire. Le loro canzoni hanno ritmi subdoli, che si insinuano sottopelle, ricordando per certi versi proprio le movenze della cosiddetta Madchester, una scena così cruciale nello sviluppo della musica inglese tutta. Seguendo la rigorosa gavetta che li ha portati a pubblicare quatro singoli in tiratura limitata per le indipendenti di turno, gli Hatcham Social si sono esibiti in almeno 150 concerti (facendo registrare il tutto esaurito presso il leggendario 100 Club). Nel 2008 hanno girato prima con i Charlatans, facendo successivamente da spalla agli Ipso Facto.
Onesti oltre misura nelle parole del loro frontman Toby i ragazzi sono piuttosto chiari "Non sono contrario al vendere dischi, ma sono contrario al vendere dischi di merda." Le amicizie certo contano e l'apparizione alla programmatica serata di Alan McGee – il fondatore di Creation - a nome Death Disco, non ha fatto altro che sollevare un ulteriore polverone. Ma i ragazzi ancora una volta non si sono fatti trovare impreparati e con il loro debutto esteso saranno davvero in grado di accontentare i fans di Orange Juice, Jesus & Mary Chain e addirittura Smiths.

04/03/09

Von Bondies


Mai dare per spacciata una band, mai cadere nell'errore, soprattutto se si tratat di una band che del rock'n'roll ha sempre fatto il proprio credo. Ed in barba a tutti i più insostenibili detrattori i Von Bondies ritornano alla carica, riunendosi attorno alla formazione oggi costituita da Jason Stollsteimer (voce/chitarra), Don Blum (batteria), Leann Banks (basso) e Christy Hunt (chitarra). "Love, Hate And Then There’s You" è soltanto il loro terzo album, in una carriera che ha avuto anche momenti bui e risvolti drammatici. Nelle 12 tracce che costituiscono il disco - attenzione però alla versione europea che contiene qualcosa come 5 bonus tracks - è evidente la quadratura del cerchio, il gruppo ha finalmente trovato la chiave per la scrittura perfetta, eliminando in buona parte le influenze garage degli esordi e puntando da una parte verso il più genuino power-pop americano (non c'è nessun male ad individuare anche eco dei primissimi Cars) e dall'altra verso un sound british chitarristico, ma comunque intensamente melodico. Stollsteimer si è sempre occupato di caustico rock'nroll, almeno agli esordi, quando sul finire dei '90 fronteggiava gli sfortunati Baby Killers, gruppo che a Detroit aveva più di un supporter. Dopo il debutto con "Lack Of Communication" nel 2001 – per la Simpathy For The Record Industry di quel vecchio filibustiere di Long Gone John – fioccarono i paragoni con i White Stripes, vuoi per certe comuni frequentazioni vuoi per l'analoga rampa di lancio. Con "Pawn Shoppe Heart" del 2004 – pubblicato dalla major Sire – i giochi erano fatti, i nostri erano lì per balzare sul carro delle nuove celebrità pop-rock, grazie anche al singolo "C’mon C’mon", utilizzato come sigla nella trasmissione televisiva condotta da Denis Leary Rescue Me. Un episodio che rimarrà isolato, perchè spesso gli A&R di queste pachidermiche strutture non hanno la pazienza di attendere. I nostri ripartono dunque dal basso e fanno il miracolo, perchè "Love, Hate And Then There’s You" (che esce in Europa per Fierce Panda) è pieno di brani anthemici, che potrebbero furoreggiare in ogni radio FM del globo, senza in questo dimenticare le calorose distorsioni chitarristiche od una qualche remota ascendenza shoegaze. Meraviglia delle meraviglie: Stollsteimer e soci hanno realizzato il disco pop perfetto!