26/02/09

The Chatham Singers - Ju Ju Claudius

Signori, una nuova corroborante dose di r’n’b è servita, non parliamo di stanchi e sfilacciati suoni blues, nemmeno del patinato universo urban, bensì di quell’originale e primordiale musica del diavolo che nei Chatham Singers vede i suoi ennesimi e rispettabilissimi interpreti. Questo è il loro secondo album dopo ‘Heavens Journey’, debutto che arrivò in sordina sul finire del 2005, per poi essere preso ad esempio da molti critici come disco cardine per la rinascita di un certo immaginario rurale. Un misto di blues per l’appunto, con la vibrante poetica di Billy Childish vero e proprio alfiere di questo ‘sentire’ artigianale. Con il nuovo album il gruppo mette in campo altri passionali elementi, siano essi affini al country o al più viscerale e minimale rock’nroll. La sorpresa semmai è nel cogliere anche una sostanziale vena soul, che arrotonda maggiormente i confini di questa nuova fatica discografica.

Ju Ju Claudius (Damaged Goods Records) ci lascia di stucco con 14 episodi al fulmicotone, tra melodie sghembe e rituali strumentali che ci rimandano direttamente agli anni ’50. In scaletta i due brani apparsi in edizione ultra-limitata nel singolo natalizio ed altri 12 inediti, tra cui spiccano originali cover di brani a firma Slim Harpo, Jimmy Reed ed Hank Williams.

Al fianco dell’intramontabile Billy Childish – che si divide tra chitarra e voce - troviamo Nurse Julie (voce/basso), Wolf Howard (batteria) e ‘Bludy’ Jim all’armonica. Ospiti del tutto eccezionali Graham Coxon (Blur) alla chitarra e James Taylor (proprio lui, il tastierista di Prisoners e James Taylor Quartet).

Un ritorno in stile, proprio nel momento in cui la ricerca spasmodica delle origini del rock’n’roll si è fatta così intensa ed incessante. Il gruppo si esibirà dal vivo in un mini-tour europeo a cavallo tra primavera ed estate, toccando anche i palcoscenici dei più importanti festival continentali.

Un nuovo album per i Thermals ad Aprile



La radio sembra sintonizzarsi magicamente su quei favolosi anni ’80, quelli che non solo rappresentarono l’apice dell’edonismo reaganiano, ma anche una delle vette storiche del rock indipendente made in USA. Passando in rassegna il nuovo giuramento di fedeltà al guitar pop dei Thermals, il tempo sembra davvero essersi fermato. Ammesso e non concesso che questa sia una radio libera della East o West Coast, stiamo ascoltando forse il miglior college-rock di sempre. Ed usando questo abusato termine vogliamo proprio riferirci ai giorni di fuoco di quel suono: ai Replacements di "Let It Be", ai Lemonheads di "Lovey" o addirittura ai primissimi Pixies. In uscita ad aprile "Now We Can See" è il ritorno di questi autentici indie-rockers da Portland, Oregon, che già in precedenza avevano preso a spallate le montagne di fans assiepati sugli ipotetici spalti dello stadio musicale indipendente. Sono stati tra i fiori all’occhiello della nuova Sub Pop, vuoi anche per confini geografici, e dopo 6 anni di accesa militanza è tempo di guardarsi altrove, andando proprio a sposare l’etica inossidabile di un marchio influente come Kill Rock Stars. Il terzetto si ripresenta con un cambio radicale, nella figura del batterista Westin Glass – proveniente dal gruppo culto di Seattle Say Hi – che va a raggiungere i membri fondatori Kathy Foster e Hutch Harris. Questo è il settimo anno di attività del gruppo, che dal 2002 ha già solcato i palchi di mezzo mondo, prendendo parte alle più celebri manifestazioni americane. La band non usa troppi giri di parole quando si tratta di affrontare il nuovo lavoro, a detta degli stessi autori è un disco fantastico, ci sono le loro canzoni migliori accompagnate dai testi più profondi e da una registrazione che finalmente può portarli nell’Olimpo dell’alta fedeltà, non fosse altro per la produzione di John Congleton, veterano della consolle già recentemente al lavoro con Explosions In The Sky e Polyphonic Spree. Mai come ora il gruppo sembra perfettamente a suo agio in questo mare di melodie e chitarre, riportandoci ai migliori giorni se non agli albori di quello che oggi – con molta sufficienza – viene definito indie-rock. Prendete e godetene tutti.

25/02/09

Crippled Black Phoenix



Dopo aver realizzato nel 2007 un classico underground come "A Love Of Shared Disasters", torna in azione il supergruppo – per quanto stantia possa apparire tale definizione – Crippled Black Phoenix, fiore all’occhiello della più trasversale scena britannica, quella sospesa tra esperienze wave, neo-psichedeliche e addirittura stoner. Non è un caso che il cospiratore numero uno della compagine sia tal Justin Greaves, eminenza grigia del più visionario hard made in UK, già operativo all’interno di gruppi di tutto rispetto quali Electric Wizard, Iron Monkey e Teeth The Lions Rule Devine. Per buona parte della seconda metà del 2008 i Crippled Black Phoenix – con una formazione in parte rinnovata – si chiudono in studio per dare un seguito all’epocale esordio di cui sopra, atterrando in ultima battuta allo State Of Art Studio di Geoff Barrow, uno dei tre Protishead, ma soprattutto deus ex-machina di Invada, l’etichetta che nuovamente lancia le ambizioni dei nostri. Nella nuova line-up spiccano i nomi di Joe Volk (Gonga), Dominic Aitchison (Mogwai), Kostas Panagiotou (Pantheist) e Charlotte Nicholls. Ognuno apporta elementi sostanziali al risultato finale, ribadendo se possibile la forte vena lirica che dagli esordi ha contraddistinto l’idea dietro Crippled Black Phoenix. Episodi sempre tesi al collasso emotivo, in lunghe code strumentali o aperture quasi cameristiche, una miriade di dettagli che lascia pensare al lavoro di chimici ineffabili. Perché è proprio la chimica il segreto, la funzionalità di così disparati elementi costipati all’interno di un unico disco. Psichedelica, dilatazioni dal sapore quasi desertico, sezioni archi avvolgenti, brani che crescono esponenzialmente ad ogni ascolto, suggerendo un’idea di libertà. E l’idea di non essere circoscritti in nessun girone stilistico conforta certamente i Crippled Black Phoenix, in grado di sciorinare il loro credo, attraverso liquide, ancestrali proiezioni. Un ritorno a tinte fosche, un paesaggio autunnale di sconfinata bellezza.

24/02/09

Gettin'High In Sanremo Pt.2



La performance di Easy Star All Stars A Sanremo...con buona pace delle carampane impellicciate.

Whitefield Brothers - In The Raw

La crema della scena new funk della East Coast - con membri assortiti di Dap-Kings, El Michels Affair e Poets Of Rhythm – in azione tra i solchi di un unico disco. I fratelli Jay e Max Whitefield abbandonano la natia Monaco con destinazione New York nel 1998, giusto in tempo per registrare il loro disco di debutto. All’epoca Sharon Jones era un nome di culto, i Dap-Kings lontani dalla loro ‘nascita’ artistica e The El Michels Affair un gruppo di post-adolescenti che si faceva chiamare The Mighty Imperials. Paradossale che sia stato proprio un gruppo del vecchio continente a rinvigorire il credo dell’afro-funk e di sonorità ad esso limitrofe. Proprio sul margine del nuovo millennio Phillipe Lehman – boss della Desco – è stata l’altra figura che – merito la sua ampia collezione di genere – ha fatto di tutto per riportare in auge le figure ritmiche care a quel genere. Nel 2001 esce il primo disco dei Whitefild Brothers, una sorta di auto produzione, associata al marchio Soul Fire (il nuovo imprint creato da Lehman, dopo il prematuro fallimento di Tesco). Neal Sugarman di Daptone è della partita, assieme a Martin Perna, uno dei membri fondatori degli Antibalas. L’altro Dap-Kings Gabriel Roth suona il basso elettrico, così come un giovanissimo Leon Michels che si occupa di sax e flauto. Terminato fuori catalogo in men che non si dica, In The Raw è un piccolo masterpiece del funk più contaminato. Oggi è nuovamente disponibile grazie alle attenzioni di Now Again, che ha curato il remastering dei nastri originali con estrema perizia e ha aggiunto tre tracce inedite. In attesa della nuova fatica di Whitefield Brothers, un succoso antipasto, per un disco manifesto del nuovo afro funk tinto di psichedelia.

23/02/09

Music Of Resistance





The Music of Resistance è un’interessante serie di documentari che si affaccia con occhio critico sulla musica ritmica di origine africana ed orientale e sui relativi ibridi occidentali. Partita il 2 febbraio ed in onda per ben 13 settimane, la serie è trasmessa da Al Jazeera UK.
Presentata da uno dei membri fondatori di Asian Dub Foundation - Steve Chandra Savale – The Music Of Resistance indaga sulle vicende di alcuni personaggi chiave di questo movimento culturale, soffermandosi espressamente su Asian Dub Foundation, Tinariwen, Seun Kuti, Massoukos , Chullage e sul movimento Afro Reggae tutto.
Il leggittimo erede del grande Fela Ransome Kuti - Seun - sarà tra l’altro protagonista di un breve tour italiano.

19/03/2009 - Firenze - Auditorium Flog
20/03/2009 - Milano - Teatro Dal Verme
21/03/2009 - Torino - Hiroshima Mon Amour

Nuovo Album Per Black Dice

Chimica? Mettiamola così, del resto nei circuiti e nelle macchine utilizzate dai tre di New York possono spesso infiltrarsi sostanze non propriamente legali. Non è tempo di disquisire sulla bontà di sostanze psicotrope ed altre, certo è che non si può negare il progressivo avvicinamento dei Black Dice alla cultura chimica, all’esperienza totalizzante della disco d’urto. Perché in questa musica fracassona, sempre più distante dall’epopea industrial e invece più affine alle locomotive a carbone del broken beat, i fratelli Copeland – Bjorn ed Eric – ed Aaron Warren trovano la chiave di volta per la loro feconda vena, toccando ancora inediti picchi espressivi. La cronaca dice di Repo come del loro quinto album da studio, il loro secondo per Paw Tracks. Ancora un pasticcio sonoro che mai come prima si abbevera alla fonte dei ritmi urbani, perché a Brooklyn – la seconda patria del trio – il ritmo è urbano, nero o bianco, nel rispetto del più solido meticciato. Registrato ancora presso gli studi Rare Book Room, Repo è un’avvincente gara di podismo, mai corsa a ritmi vertiginosi, ma consumata strategicamente fino allo strappo finale. Dub, hip-hop e breakcore, un trittico attorno al quale prendono forma le un tempo psichedeliche volute chitarristiche di Eric Copeland, che ora si adopera verso un più coeso lavoro di gruppo, facendo del suo strumento l’ennesimo marchingegno ritmico portato ad innalzare la fitta base strumentale sulla quale si allineano i nuovi Black Dice. Mortificare il gruppo con altisonanti paragoni non è gioco gradito, i tre newyorkesi sono ora un’istituzione, una presenza di rito sulle scena della nuova musica d’oltreoceano. Loro stessi sono divenuti – dopo il cambio progressivo di pelle – riferimento per nuove, incombenti, generazioni di terroristi sonici. Un altro disco ineccepibile con tutti i suoi spigoli ed i suoi ritmi sghembi, che anche i club più alternativi possano finalmente ospitarli a braccia aperte?

19/02/09

Getting high in Sanremo



Non perdete questa sera l'appuntamento col festival di Sanremo, ospiti nella sezione internazionale della kermesse canora saranno i newyorkesi Easy Star All-Stars, già balzati agli onori della cronaca col tributo reggae-dub ai Pink Floyd Dub Side Of The Moon. Proprio da quell'album eseguiranno l'immancabile brano "Time". Good Vibration per tutti!

Malakai



Ed ora qualcosa di completamente diverso… ok, non si tratta dei Monty Python, ma di un novello cantautore che comunque dalla terra d’Albione arriva. Il luogo è Bristol, mentre il nostro uomo si cela dietro all’enigmatico nomignolo di Malakai (in ebraico sembra voler dire angelo). L’album di debutto "Ugly Side Of Love" esce per la Invada, etichetta gestita da Geoff Barrow, una delle menti pensanti dei Portishead. Un’indipendente che ci ha abituati con i suoi sparuti numeri di catalogo a godere di sempre ottime produzioni, fosse l’hard rock psichedelico dei Gonga od una recente indagine sui gruppi dei sotterranei inglesi dediti a rinverdire i fasti dello shoegaze. Smanioso di dare un contributo a questo suo nuovo pupillo Barrow non si tira certo indietro, né ai controlli, né tanto meno in fase di scrittura. Una supervisione che va ben oltre l’ordinario, sottolineando quello che è uno strabiliante esordio. Hip hop nell’attitudine, psichedelico nel cuore. E’ quasi sfuggente l’opera prima di Malakai, a tratti sembra di ascoltare una garage band jamaicana, altrove un gruppo Merseybeat sospinto dalle basi di RZA. Ma anche un Dick Dale spauracchio sulle onde dell’oceano. Una musica piena di citazioni cinematografiche, per rendere la proposta ancor più commestibile. Pensate che la traccia d’apertura "Warriors", è liberamente ispirata all’omonimo film - I Guerrieri Della Notte in Italia – con una frase simbolo campionata ad hoc a saltellare tra genuini accordi psych-folk-pop: Warriors, come out to play, warriors come out to play? (con l’inimitabile ticchettio delle bottigliette in vetro). Ne volete sapere un’altra? No, non è un pettegolezzo, ma poco ci manca, almeno per i cultori dei rotocalchi musicali. Da qualche parte si vocifera che Malakai sia la re-incarnazione hip-hop di Syd Barrett… Stupiti? Andate oltre con il programma, "Ugly Side Of Love" è talmente denso di sorprese da saziare ogni palato, anche quelli più fini.

17/02/09

Dolemite For President!

Rudy Ray Moore nasce nel 1937 a Fort Smith, Arizona. Se negli anni 50 e 60 è stato Redd Foxx (proprio il celebre protagonista della sit-com Sanford & Son) a catturare le attenzioni di un audience smaliziata, coi suoi dischi all’insegna della più genuina party music, sarà Rudy Ray Moore a raccoglierne lo scettro per buona parte dei ’70, aumentando sensibilmente il tiro con testi espliciti e partecipazioni a film di genere a mezza via tra la blaxpoitation ed il soft porno. Personaggio scomodo anche durante gli anni della rivoluzione sessuale, Moore costruirà una serie di personaggi indimenticabili, almeno nella sfera dei più accesi seguaci di b-movies. A mezza via tra un gangster ed un santone, con tanto di abbigliamento regal/vampiresco in onore al maestro Screamin’ Jay Hawkins, Moore si fece largo a spallate nel mondo della celluloide.
Ristampato da Traffic Entertainment per la prima volta in digitale, il trittico composto da This Pussy Belongs To Me, Return Of Dolemite e Dolemite Is Another Crazy Nigger è un tripudio di doppi sensi e contagiose musichette a cavallo tra acid funk e proto-rap. Assieme ad Iceberg Slim, Moore può essere additato ad esempio da molti mc dei primi anni 80, col suo stile che anticipa prepotentemente anche le virtù della slam poetry. Tre dischi che conservano inalterato il fascino originale, risultando in una miscela black ad oggi ancora peccaminosa. Rudy è venuto a mancare nell’ottobre del 2008, quale migliore occasione per celebrarne l’ambigua stella?

The Revelations feat. Trè Williams - Deep Soul





Due album in uno, mettiamola così, Deep Soul dei Revelations è un’ulteriore sorpresa nell’ambito dell’universo black. Una collezione di memorabili numeri soulful interpretati da Trè Williams, sette tracce che odorano profondamente di sud, sposando quei ritmi urbani che hanno portato etichette leader del settore come Motown e Stax sulle mappe. Ai sette numeri vocali corrispondono altrettante sette tracce strumentali, vigorose version in odore di rare grooves, tutto questo per riportarvi fedelmente il talento di questa formazione che al debutto pare avere la stessa stoffa di veterani del genere. I Revelations arrivano da Brooklyn, New York, luogo santificato dalle produzioni e dal lavoro maestro di Dap-Kings (relativamente anche al loro marchio Daptone). La musica del gruppo è fortemente influenzata dal suono ‘sudista’ di etichette come Hi Records (la leggendaria label di Memphis che ha pubblicato perle di Al Green e Ann Peebles) ma non cade nell’equivoco di riprodurre fedelmente quei suoni, risultando anzi fresca ed attualissima, al contrario di molte sensazioni dei sotterranei funk che cavalcano con modestia l’onda lunga dei grandi del passato. La performance del gruppo è secca, senza fronzoli, realizzata senza l’ausilio di alcun marchingegno digitale. Rell, Wes Mingus, Borahm Lee, Josh Werner e Gintas Janusonis tengono le fondamenta di questo suono spesso e caldo, che riporta direttamente le esperienze di strada e lo struggimento dell’uomo nero come nella miglior tradizione del genere, canzoni d’amore, passionali, esistenziali. E Trè Williams è quel tipo di vocalist: magnetico, sconvolgente nella sua presenza. Con brani tipo Sorry’s Not Enough, Because Of You o la possente Heavy Metal Blues i Revelations bussano alle porte dei maestri con reverenza, consci però del loro immane potenziale. Back to the roots!

16/02/09

Here We Go Magic





Da Brooklyn, New York - a volte ci chiediamo se potesse essere altrimenti – giunge un’altra sensazione pop, capace di rovesciare le carte in tavola e di creare quella giusta ed inebriante confusione, patrimonio delle grandi raccolte di canzoni. E l’omonimo album di Here We Go Magic cerca - nemmeno troppo dimessamente - di conquistarsi uno spazio nell’eternità, mettendo a fuoco melodie antiche: un ballo ancestrale, sorretto dagli spiriti magici dei sixties e dei seventies, quando la musica veniva davvero vissuta a livello epidermico. Dietro a questo debutto si nasconde la sagoma di Luke Temple, un cantautore per nulla sui generis, che in circa due mesi di assemblaggi casalinghi, ha messo insieme qualcosa come 9 canzoni, lavorando in analogico su un 4 piste. E la cosa impressionante è la profondità ritmica del lavoro, la valenza del groove, che avvolge bellicosamente molti degli episodi di cui sopra. Dopo il vento di novità apportato dai Vampire Weekend, anche Here We Go Magic sembrano respirare il vento d’Africa, attraverso una trasposizione chiaramente bianca. Ecco perché non vi stupirete di ascoltare citazioni libere di capolavori quali "Graceland" (Paul Simon) o "Remain In Light" (Talking Heads) . E come gli altri maestri del neo-indie di Brooklyn, gli Animal Collective, Here We Go Magic attingono anche alla pozione segreta che ha generato tante passioni nell’epopea kraut. Un debutto di quelli destinati a fare rumore, ricco nelle sue armonie, prezioso nei suoi interventi ritmici, la capacità descrittiva di un ragazzo che dalla sua cameretta giunge al resto del mondo, in punta di piedi, senza essere però intimidito dalla storia. Forse perché con queste canzoni sta provvedendo a riscrivire alcune delle più recenti pagine dell’indie rock.

La sua voce da sola è così dannatamente bella…una delle voci più carine della scena indie, m’inchino’ (Ben Gibbard, Death Cab Fo rCutie)

'Le canzoni sono semplici, con delle melodie vicine a Simon & Garfunkel…il suo registro di voce così alto può ricordare un giovane Graham Nash, passato attraverso la lente deformante di Elliott Smith…ha sufficienti capacità da surclassare uno come Conor Oberst’ (Rolling Stone)

14/02/09

Barzin



..appena più soave, meno fosco del predecessore, cede in ovatta e claustrofobia quanto amplifica nella sofferenza dei testi, espressi da nuances domestiche e voce essenziale. Per quanto con il senno di poi l’atmosfera possa essersi detta necessaria all’introiezione del masterpiece, importa che non sia cambiato – purtroppo per la realtà materiale di chi lo vive, fuori dalle righe – il registro di abbandono, mancanza, disorientamento - Blow Up

questo appunto ingiallito dal tempo dedicato ad un amore assente si carica di una struggente malinconia dalla qualità ineffabile, un dolore vissuto a suon di sospiri piuttosto che grida. Barzin Hosseini possiede il dono di una scrittura densa, per quanto in apparenza semplice - Rumore

riuscire a rievocare in ogni singola nota la magia, l’introspezione e la malinconia degli esordi non è affatto compito semplice; al contrario, è l’impresa che, nel migliore dei casi, richiede decenni per essere portata a compimento e che Barzin, con il suo stile cantautorale […] realizza invece con una semplicità che lascia disorientati - Il Mucchio

(Barzin) è un romantico senza speranza, un narratore di sentimenti impermeabile alle mode e ai cicli generazionali - XL

Sfogliata l'ultima pagina del diario, spentasi nell’aria l'ultima nota dell'album, restano sensazioni che si rivelano piano, ascolto dopo ascolto, per depositarsi nel profondo, nella memoria emotiva di coloro in grado di apprezzare con pazienza e sensibilità la malinconia di questo viaggio attraverso gli appunti amorosi di Barzin, che dischiudono il suo mondo interiore attraverso uno stile cantautorale denso e personalissimo - Ondarock

Un capolavoro di mestizia elegante e misurata, gode di arrangiamenti complessi ma quasi invisibili, della classe in sapiente bilico tra folk e pop che è solo dei migliori e di testi pronti a colpire nel cuore non appena gliene date la possibilità. Da maneggiare con cautela, e amare molto - Inkiostro

Non ha smarrito la strada Barzin ma ancora una volta l'ha tracciata con "Notes To An Absent Lover", ambizioso e imponente nonostante le sue sole nove tracce che respirano sensibilità e distillano poetica. Attitudini od istinti che accarezzano e rapiscono l'anima - Extra

Barzin sarà presto in tour in Italia

26/03/2009 - Roma - Init
27/03/2009 - Pescara - Auditorium De Cecco
28/03/2009 - Rovereto (Tn) - Teatro alla Cartiera
29/03/2009 - Giussago (Pv) - Ortosonico (TBC)

info: wakeupandream

13/02/09

Dent May and His Magnificent Ukulele: "Meet Me in the Garden"

In anteprima il nuovo video del crooner Dent May lanciato dagli Animal Collective

12/02/09

Diverso Da Chi - Il Trailer



Ecco il trailer del film di cui abbiamo curato la colonna sonora. Strictly Soul Music!

A-Ha Newman

AC Newman ha realizzato - con il suo inconfondibile stile - questa adorabile cover di "Take On Me" degli A-Ha, ascoltatela su Stereogum

11/02/09

Danny Given


Eravamo al culmine della summer of love, proprio in un luogo culto come San Francisco, che attraverso i suoi gruppi, i suoi volti, aveva scalato gli edifici culturali di una benpensante America, proponendo spesso deformi immagini psichedeliche, nella celebrazione di un nuovo corpo e di una nuova anima. Figlio proprio di quella San Francisco - rivoluzionaria nei sentimenti - è Daniel "Danny" Given. Il 14 agosto del 1969 veniva al mondo, tra mille speranze, nel 1985 decide che la musica sarà il suo media, il suo cavallo di troia, la via all’emancipazione globale. La prima illuminazione è in un chiesa locale, durante la funzione domenicale Danny è catturato dal suono sprigionato dall’Hammond B3. Basta sfiorarlo per ottenere quel suono urbano e così definitivo nella storia della black music. Poi il gospel, i cori intonati dalle donne di colore e da lì l’affannosa ricerca dei giusti stimoli all’interno dei jazz club locali. Spesso ad osservare i musicisti dall’esterno, quando i soldi per accedere alle hall concertistiche non c’erano davvero…Una passione che fagocita Danny, assieme a quella per i viaggi, i luoghi da cui attingere al suono puro sono infiniti, è tutto un rincorrersi di idee, di sapori. Assieme al canto Danny Given sviluppa la passione per il piano elettrico – il rinomato Rhodes – e quello classico, pur mai divenendo un musicista professionista. Ma è l’istinto a plasmare le sue prime composizioni. Il jazz è la traccia guida, rovistando tra i dischi del padre scopre Gerry Mulligan e Chet Baker. Saranno queste le sue prime ed inequivocabili guide spirituali. Poi sarebbe anche arrivata la passione per il suono west coast e per un gruppo così talentuoso come gli Steely Dan. Ma quella è un’altra storia. Tanto è vero che alla voce disco da isola deserta Danny non fatica a segnalare "Birth Of The Cool" di Miles Davis e Gil Evans . Il suo delizioso debutto per la collana di audiobooks Appunti Di Viaggio è fatto di brani a lume di candela, introspettivi, eppure gioiosi nella loro malinconia. Una voce adulta, baritonale tende la mano all’ascoltatore, nell’ombra, solleticando avventurosi paragoni tra il jazz cameristico ed il pop più sofisticato. Un artista a tutto tondo, anche nella sua lieve scrittura, nei suoi testi fondati su esperienze di vita vissuta. Con la complicità di Adam Benjamin al piano, Shane Endsley alla prima tromba e Nate Wood alla batteria, si consuma questo viaggio al confine della notte e delle note, avventura dall’antico fascino moderno.

Lo strano caso di Alaska In Winter



Stupisce quanto accaduto col nuovo album di Alaska In Winter, eravate forse pronti ad un cambiamento così radicale? D’incanto? Partiamo dal titolo, vacanza. Che è già un luogo ideale per la mente, come cantava Madonna giusto all’altezza del suo primo album omonimo. Siete fuori strada? Non vi stuzzicano i paralleli con la regina del pop? E se vi dicessimo che Brandon Bethancourt ha proprio realizzato un disco di elettro-pop con tanto di palesi riferimenti dance e wave? Occorre fare piazza pulita del passato allora, se in occasione del suo debutto Brandon si era circondato di personaggi di tutto rispetto nella nuova geografia del folk internazionale - Zach Condon/Beirut, Heather Trost degli A Hack And A Hacksaw e Rosina Roybal (che ha suonato la viola in una sinfonia hip-hop organizzata da Kanye West) – oggi il nostro alle intime ambientazioni semi-acustiche dell’esordio sembra preferire uno smaccato tiro da dancefloor. Un crooner digitale, ecco in cosa si è tramutato il buon Alaska In Winter, e sapete cosa? "Holiday" funziona benissimo, addirittura travolge. La sua voce si è fatta ora robotica, con l’ausilio di un vocoder, ed ecco a voi servita la più grossa novità, dal 'Dance Party In The Balkans' alla nuova fatica in studio è proprio l’elemento macchina a prendere il sopravvento.
Così come accadeva per le formazioni wave che maggiormente ammiccavano alla dance, così come il cosiddetto french touch diviene linguaggio smaccatamente pop, Alaska In Winter mescola le carte in gioco, quasi beffardo, approfittando delle commistioni oggi in atto. Ciò significa che questa nuova avventura porta un debito marchio pop, pur strizzando l’occhio ad un ipotetico dancefloor, rovesciando così anche il ruolo stesso dell’artista, che passa dalla sua formazione riflessiva ad una dimensione più club oriented. E il tutto senza perdere una stilla d’originalità. Un nuovo benvenuto!

10/02/09

Nuovo album a Marzo e due imminenti, imperdibili date dal vivo per Wolves In The Throne Room



Una nuova apocalisse. Una nuova via di fuga – forse definitiva – per l’uomo incatenato. Paganesimo in musica, modi d’uso, nel terzo epico cimento sulla lunga distanza di questi posseduti fattori americani che rispondono al nome di Wolves In The Throne Room. "Black Cascade" uscirà il 23 Marzo per Southern Lord e si abbatterà sui vostri corpi spaesati inaugurando un nuovo testamento biblico. E’ l’apoteosi del metallo nero e sabbatico, un’eredità apocalittica che si staglia con veemenza contro gli usi manipolanti della moderna civiltà. Senza per nulla aderire all’iconografia truculenta dei gruppi madre – i Wolves in the Throne Room sono epigoni della scena black norvegese che forse ha visto nei Dark Throne e negli Emperor i suoi maggiori esponenti – approcciano il genere con una coscienza più umanista, ricordando in questo l’attitudine estremamente politicizzata di gruppi quali i Crass. Ma i riferimenti a certi codici comportamentali della cultura hardcore/punk non si esauriscono a questa analogia, dato che il gruppo vede la luce all’indomani di una convention di Earth First ! (celebre associazione di profilo ecologista) ed abita le foreste poco fuori Olympia, nello stato di Washington, rinomato crocevia indie. Il gruppo dimora in una fattoria, lavora la terra e si presenta con grossi camicioni di flanella e barbe incolte, in qualche misura rinnegando i facials e le pitture di guerra che spesso accompagnavano i vichinghi del metallo nord-europeo. Sono quattro tracce epiche a bruciare nel corpo di "Black Cascade", quattro lunghe diaspore soniche verso l’ignoto. "Wanderer Above The Sea Of Fog", "Ahrimanic Trance", "Ex Cathedra" e "Crystal Ammunition" colpiscono ferocemente l’apparato uditivo, rispettando una foga espressiva da manuale ed affondando più volte nelle membra, sviscerando un rumore antico quanto la terra. Perché i Wolves In The Throne Room sono proprio gli ultimi difensori del globo, armati di una prepotente foga emotiva, succursale del rumore di un pianeta dai colori sempre più sbiaditi. Un ritorno che ha del rivelatorio. Non perdete la loro messa, che equivale ad un assalto all’arma in bianca, la carneficina del vostro mondo va in scena in queste ore sui palchi delle principali città italiane. Mattanza e purificazione.

WOLVES IN THE THRONE ROOM

11 Febbraio @Macello Magnolia - Magnolia/Milano
12 Febbraio Circolo degli Artisti/Roma

Deep Cut



E’ l’album di debutto per questa interessante formazione proveniente da Londra est. C’è già un desiderio forte nel titolo stesso del disco, "My Thoughts Light Fires", i miei pensieri accendono il fuoco. E come potrebbe essere altrimenti per questa soave miscela di chitarre proto-psichedeliche ed angeliche melodie pop? Il singolo dello scorso anno Commodity aveva già scosso le coscienze, ma è con il successivo Time To Kill che le cose si fanno più interessanti, a dimostrazione c’è la permanenza per ben sei settimane all’interno della A-List Radio di New Musical Express. Emma Bailey è la cantante dei Deep Cut, con lei le due chitarre di Mat Flint e Pad Bailey, il basso di Simon Flint e la batteria di Ian Button. Mat Flint è stato tra i fondatori del gruppo Revolver, nome importante nella geografia pop-chitarristica inglese agli albori degli anni ’90, con un disco pubblicato da Virgin/Hut nel 1993 a titolo Cold Water Flat. Mat è indubbiamente l’elemento di spicco della formazione londinese, tra le sue esperienze il passaggio nell’altro gruppo indie Hot Rod e la lunga permanenza nel ruolo di bassista coi Death In Vegas. A questo possiamo aggiungere la sua residenza all’Heavenly Social di Londra come dj, esperienza che si è protratta per oltre quattro anni. "My Thoughts Light Fires" è un album pienamente ispirato alla rinascita dello shoegaze , portando in seno alcune delle caratteristiche fondanti del genere, come appunto gli screzi tra chitarre voluminose ed armonie vocali sopra le righe. La lista dei cospiratori è molto lunga, da buoni collezionisti i Deep Cut non fanno mistero delle loro passioni, che anzi citano in un guazzabuglio ultra-sensibile: Brian Jonestown Massacre, Jesus And Mary Chain, Harmonia, Stereolab, i gruppi vocali femminili degli anni ’60 (Ronettes, Shangri-la’s, Marvelettes; etc.), My Bloody Valentie, Beatles, Love, Sonic Youth e Byrds. Curiosi? Andate a coglierne l’essenza nel disco di debutto per Club AC30, farete un favore solo a voi stessi.

09/02/09

Doug Randle - Songs For The New Industrial State

Altro colpo gobbo di Light In The Attic ed altra perla assoluta ri-consegnata a nuova gloria. La label di Seattle ci ha abituato a grandi operazioni di re-packaging: prima buona parte della discografia dei Free Design, poi l'opera omnia di Betty Davis ed il folk senza tempo di Rodriguez. Tocca ora a Doug Randle, il cui Songs For The New Industrial State vede la luce per la prima volta in digitale. Si tratta di un classico perduto di jazz pop orchestrale, in cui le doti di arrangiatore di Randle emergono in maniera preziosa.

Siamo prossimi al suono di David Axelrod di Songs Of Innocence e Songs Of Experience anche se lo stesso Doug ci tiene a precisare che nel 1971 a modello teneva anche le più agrodolci canzoni di Simon & Garfunkel.


Doug Randle from Matthew Maaskant on Vimeo.

Baikonour





Secondo album da studio per Jean-Emmanuel Krieger, al secolo Baikonour, giovane speranza di Brighton. A tre anni di distanza dal promettente debutto "For The Lonely Hearts Of The Cosmos", ritorna ancor più belligerante con "Your Ear Knows Future", ampliando la sua area di influenze e ridefinendo uno stile realmente sfuggente che potrebbe far pensare ad un pop stralunato, sospinto da elementi di rock progressivo e folktronica. Nato a Versailles – lasciate stare la reggia, che questa è soprattutto la città di Air e Phoenix – Krieger si trasferisce a Brighton e ri-programma una nuova esistenza, ovviamente orientata alla pura creazione artistica. Concepito in piena autonomia "Your Ear Knows Future" è il prodotto di una one-man band, se si fa eccezione per la batteria, suonata con piglio decisamente groovy da Lee Adams di Fujiya & Miyagi. E’ una collezione di brani sensibile al fascino e alle dinamiche celestiali di My Bloody Valentine e Cocteau Twins, di frequente spinta da un beat motoriko, come nella tradizione del miglior kraut rock. Krieger non va certo per il sottile quando si tratta di citare alcuni dei suoi numi tutelari, ecco così inseguirsi Amon Duul 2, Popol Vuh, Harold Budd, Eno con gli Harmonia, Neu! Vangelis, Magma ed il Serge Gainsbourg di Melody Nelson. La più grande influenza è rappresentata comunque dal Nepal, Krieger è infatti assiduo viaggiatore ed il sud dell’Asia è una delle sue tappe preferite, il nostro è infatti impegnato nell’organizzazione caritatevole Help Rurarl Nepal, che supporta la causa dei rifugiati tibetani. Krieger ci tiene a specificare che và matto per i dettagli sonici. A noi questo fa estremamente piacere, perché la minuziosa cura con cui ha portato a termine la gestazione del secondo album è qui a testimoniarlo.

05/02/09

The Sweet Vandals - Lovelite


50% James Brownian funk,50% Motownesque soul and 100% analogic!

Quando il gruppo spagnolo The Sweet Vandals è partito in missione – siamo in missione per Dio, lo dicevano gli stessi Jake & Elwood nei Blues Brothers – qualcosa come 10 anni fa dalla natia Madrid, nessuno poteva immaginare quale tipo di connessione poteva crearsi tra Parigi, Dusseldorf e la stessa Madrid (numerose le etnie presenti nel gruppo). Nè – tanto meno – nessuno avrebbe scommesso i propri averi sulla prepotente rinascita del soul, come movimento culturale e musicale.
Lovelite è il secondo album della band, naturalmente cresciuta a vista d’occhio, capace di mettere ancora più fuoco una spontanea miscela fatta di soul, crudo funk e profondi grooves, enfatizzando quelli che sono stati i cambiamenti sostanziali nei circuiti della black music, circoscritti alla scena europea degli ultimi 10 anni.
La voce caratteristica ed ispirata di Mayka Edjole, provvede a rendere questo crossover stilistico ancor più eclatante, caratterizzando in fondo le scelte del gruppo con la sua vocalità che attinge a piene mani dalla tradizione gospel.
E’ chiaro che una band non può unicamente sorreggersi sul talento del singolo, gli Sweet Vandals sono un ensemble a tutti gli effetti con le proprie personalità. Santiago Vallejo – altrimenti detto Diamond è protagonista di memorabili riff all’organo Hammond, il basso funky di Santi ‚Sweetfingers’ unitamente alla batteria di Javier ‚Skunk’ Gomez ed alla chitarra del veterano José ‚Angel’ Herranz, completano la formazione.
Uno dei segreti della loro musica risiede nelle tecniche di registrazione volutamente vintage, il gruppo infatti punta tutto sull’analogico, per ottenere un suono caldo, incontaminato, capace proprio di ricreare lo spirito delle storiche incisioni di casa Motown, o Stax, giusto per attingere a nobili referenti. La cura è nella scelta degli strumenti d’epoca e dei microfoni, alla ricerca di un feeling autentico che possa attraversare tutte le epoche della soul music.
L’escalation di Sweet Vandals si è chiaramente consumata dal vivo, proprio perchè sul palcoscenico il gruppo tira fuori gli artigli, ci sarà anche una ragione per cui i nostri hanno varcato le frontiere messicane ed africane, approdando in altre indiscutibili mecche del ritmo. Poi l’apprezzamento da parte di tutti i dj internazionali: la musica di Sweet Vandals si sposa così naturalmente col dancefloor da fare la fortuna tanto dei selecters che dei più avvezzi ballerini.
Fossero nati in America avrebbero già siglato un accordo con Daptone Records, ne siamo più che certi...

04/02/09

Sam Kills Two



Sam Kills Two "Passenger List" VIDEO


Lo spirito di un’etichetta indipendente si misura anche dal grado di eccitazione con cui si investe nei principali progetti. Rocket Girl, che ha sempre mantenuto una buona visibilità nell’underground inglese, ed ultimamente ha investito sui newyorkesi A Place To Bury Strangers, tanto da riguadagnare terreno nell’economia indie internazionale. Si torna in terra d’Albione coi Sam Kills Two, invitati in occasione di uno show radiofonico organizzato dalla stessa label per il canale Resonance FM (da anni una delle più fulgide realtà dell’etere britannico). Immediato il feeling e tempestiva l’idea di mettere sotto contratto il gruppo per il disco di debutto. Un colpo di fulmine: è bastata quella performance ad illuminare gli sguardi attenti di Rocket Girl e senza ulteriori garanti o garanzie, i Sam Kills Two sono pronti a promuovere l’omonimo esordio. Che sembra scritto da una banda di veterani. In parte debitori del rock americano come della grande tradizione dei folksinger a stelle e strisce, Sam Kills Two si pongono a mezza via tra lo slo-core dei Red House Painters di Mark Kozelek, le ballate malinconiche di Elliott Smith, la poesia di Leonard Cohen e l’acceso realismo di Warren Zevon. Sono questi fattori che contraddistinguono l’opera prima del gruppo, il cui tratto stilistico più evidente è rappresentato dall'equilibrio tra partiture acustiche e fiammate elettriche, ai quali si appoggiano deliziosi tocchi di piano ed un’avvolgente ritmica. Per un risultato di grande dinamismo eppur sentimentalmente fragile. Un debutto omonimo che con gusto rappresenta l’alternativa odierna al più stereotipato indie-rock, mantenendo entrambi i piedi saldi nella tradizione.

FILASTINE - dirty bomb


Personaggio assolutamente trasversale Grey Filastine è un percussionista produttore con base a Barcellona. La sua musica e stata programmata dai DJ più celebri: a partire dal compianto John Peel per finire con Mary Anne Hobbes. Dopo un 12 pollici di successo per la sussidiaria di Tigerbeat 6, Shockout, un album che fonde dubstep, hip hop, reminiscenze bollywood e addirittura fiati come nella miglior tradizione balcana. Un disco che consigliamo a chi ha amato l'ultimo DJ/RUPTURE


03/02/09

The Pains of Being Pure at Heart



Inghilterra? No, siete fuori strada. Eppure avete tutte le ragioni di crederlo. Il suono è limpido, jingle-jangle pop, con venature new wave. Siamo a New York, patria di questo giovane quartetto che sin dal nome lascia intravedere i suoi intenti, lavorando in maniera certosina a quella che è la perfetta melodia pop. Nell’alternanza tra voce maschile e femminile si ricamano armonie dal taglio sublime, con il pensiero che va direttamente agli Smiths, ai My Bloody Valentine ed alla scena C-86. Ora che anche il dream pop ha fatto il suo trionfale ingresso nelle cantine della Big Apple – si guardi ai casi clamorosi di Vivian Girls e Crystal Stilts – l’Inghilterra degli eighties meno patinati non è mai stata così vicina. I membri fondatori del gruppo Peggy, Kip ed Alex decidono di metter su un gruppo inseguendo il loro amore per Pastels, Ramones, Black Tambourine ed i My Bloody Valentine di Sunny Sundae Smile. Con il batterista Kurt pronto a salire a bordo per la realizzazione dell’omonimo debutto, la band sembra avere le carte in regola per spiccare il volo nei circuiti indipendenti internazionali. E laddove è facile perdersi in un roboante gioco di citazioni, The Pains Of Being Pure At Heart dimostrano la sufficiente maturità per uscire allo scoperto con le proprie memorabili canzoni. Alcune delle quali si proiettano tra i classici minori del nostro tempo. Serate chiave londinesi come Twee As Fuck e How Does It Feel To Be Loved, hanno trasmesso ripetutamente i loro brani, sorta di classici istantanei in pista. Rough Trade includerà il loro singolo "Come Saturday" nell’annuale antologia "Counter Culture", altro indizio importante. Ci sono insomma tutti gli ingredienti per assistere alla metamorfosi di un'altra creatura sfavillante in questo avvio di 2009.




The Pains Of Being Pure At Heart "Everything With You" VIDEO

02/02/09

Goblin Cock



Accompagnati da un immaginario fantasy (per gentile concessione dell’artista Mike Sutfin illustratore dei libri a fumetti su Guerre Stellari e Magic) che è tutto un programma, i Goblin Cock potrebbero ingannarci immediatamente riguardo alle loro nobili origini. Invece non siamo sul carro del revival NWOBHM , né tanto meno sulla strada che a ritroso porta verso il thrash made in Bay Area. Oddio, i Metallica del Black Album si possono anche intuire tra i solchi di "Come With Me If You Want To Live!", ma l’approccio all’heavy metal è per i Goblin Cock un’arte tutta da inventarsi. Appartengono tanto per intenderci a quell’area di musicisti che fanno metallo decontestualizzato, disciplina in cui il ruolo da leader spetta ai Fucking Champs dell’ex_Nation Of Ulysses (Tim Green) ed ai Pink Mountain (progetto estroso concepito da jazzisti off come Gino Robair e Scott Rosenberg). Dov’è il trucco dunque? Ogni buon teenager americano – pur con l’aspetto da irriducibile nerd – ha masticato dell’heavy metal in tenera età, quello più bieco: roba tipo Manowar (difensori della fede, uh! che ridere) o Megadeth (già meglio, "Peace Sells…But Who’s Buying" rimane pur sempre un capolavoro). Impensabile che tali influenze non possano sgorgare dalla penna di un inguaribile proletario dell’indie rock come Rob Crow. Che spesso è stato visto in giro con una maglietta dei Venom. Scusate se è poco… Dopo il debutto "Bagged And Boarded" del 2005 (Absolutely Kosher) il gruppo ha trascorso quasi 4 anni nell’ombra, per poi sentenziare il suo ritorno con "Come Wtih Me If You Want To Live!" (edito dalla personale Robcore). E Rob, che in passato ci ha deliziato in primis coi Pinback ed altri gruppi di nicchia quali Heavy Vegetable, Thingy o Ladies, certo non dimentica il suo percorso. Ecco perché quello che ascolterete è un disco fatto sì di chitarre metalliche, ma anche di sbilenche melodie college-rock, in un impianto stilistico di certo deviato. Storceranno la bocca i maniaci del genere, correranno nuovamente incontro a Rob tutti gli indie kids, che vedono il corpulento chitarrista/cantante come depositario del nuovo verbo. Metal up your ass? No! Metal up your class!




GOBLIC COCK - "We've Got A Bleeder" Music Video - Directed By Matt Hoyt

Claudio Sanfilippo "La Meraviglia"




il video di "La Meraviglia" tratto dal nuovo album di Claudio Sanfilippo "Fotosensibile" CD+DVD


"Il nuovo album del cantautore milanese colpisce per delicatezza e gusto estetico. Dopo qualche divagazione tra l'amato Brasile e l'ancor più amata Milano (I Paroll che Fann Volà), "Sanfi" torna a navigare le acque a lui più famigliari: quelle della classica canzone d'autore. E così, accompagnato dall'ottimo Rinaldo Donati (arrangiatore e produttore dell'album) scrive una dozzina di brani pieni di intimità e poesia. Ascoltate "Pandora", delicata dichiarazione d'amore per il mare ma anche fuga poetica verso una dimensione fantastica: gli arrangiamenti alla Ry Cooder, la soffice melodia e il testo ispirato danno subito il tono dell'album. Ascoltare le canzoni di Sanfi, infatti, è come guardare i suoi acquarelli: non bisogna avere fretta, non si deve essere alla ricerca di forti emozioni nè, per forza, pretenderne una lettura immediata. Il clima onirico, i testi poetici, le affascinanti melodie devono arrivare in modo naturale. E così, oltre ad apprezzarle per la loro autenticità, possono dare persino maggiori emozioni con lo scorrere degli ascolti. Vale per la seducente "Agosto" o per la divertente "Parole Crociate". E se "Lo Sguardo" ricorda la lezione degli chansonnier francesi la title track è una interessante sintesi di vecchia scuola e nuovi suoni. Confezionato in un package lussuoso (con tanto di dvd allegato in cui Sanfi si racconta dal pozzetto di una barca a vela), FOTOSENSIBILE è un lavoro da consigliare a tutti i cultori di musica di qualità." - JAM

"“Fotosensibile”, è l’ennesima manifestazione di uno stile elegante e mai banale, sospeso tra atmosfere che si fanno sofisticate senza mai diventare leziose, rimandando in parte a certa canzone americana (James Taylor tra i riferimenti storicamente dichiarati dal Nostro) e in parte a coloriture sudamericane targate Veloso e Chico Buarqe e una schietta poetica del quotidiano." - IL MUCCHIO

"Canzoni che descrivono le varie sfumature dell'immenso, vedono il mare nella sua profonda e scoraggiante estensione, afferrano e plasmano le particelle della memoria, scorrono come onde senza essere stridenti, eliminano ogni discontinuità" - ROCKIT